Ci si può anche scherzare sopra, ma quello che hanno fatto
il sindaco Pirozzi e gli altri amministratori comunali di Amatrice, paese montano della provincia di Rieti, è
stato, sotto il profilo del marketing,
una mossa azzeccata. Per chi ancora non conoscesse i fatti un
breve riepilogo. Carlo Cracco, chef implacabile con gli aspiranti cuochi di
Masterchef quando commettono errori , ospite della trasmissione di Maria De Filippi, “ C’è posta per te”,
interrogato sull’Amatriciana, ha rivelato che lui la fa con l’aglio in camicia.
Non è che sia proprio un peccato grave, e in cucina, come in
amore, de gustibus non disputandum est.
Ma per Amatrice la pasta all’Amatriciana è quello che la Coca Cola è per
l’America e quello che la Nutella è per l’Italia: un marchio identitario che non ammette variazioni. Se aggiungi o togli qualcosa, sarà pure più
buona, almeno per qualcuno, ma non è vera Amatriciana.
Questo, più o meno,
hanno spiegato gli amministratori
con un comunicato pubblicato sul sito ufficiale del Comune, ricordando
che tre prodotti tipici della Città di Amatrice, il pecorino di Amatrice, il
Guanciale Amatriciano, gli Gnocchi ricci, hanno ottenuto il riconoscimento di tutela col
marchio De.Co ( denominazione comunale). Insomma, nemmeno ad un famoso chef è
consentita la libertà di usare un nome proprio di ricetta per indicare qualcosa che non gli corrisponde.
Al di là del merito del pronto risentimento generato dalle parole di Cracco non si può che provare ammirazione per
una amministrazione comunale che ha saputo cogliere al balzo una circostanza,
di per sé minuta, che poteva anche
cadere nel nulla. Invece è stata raccolta e rilanciata con maestria: sono
bastati pochi giorni per trasformare in slavina comunicativa la notizia sui
mezzi d’informazione nazionali e internazionali e sui social network come
Facebook e Twitter . I commenti
all’hashtag #Gracco, errore forse
involontario e forse no: tu ci cambi la ricetta e noi ti cambiamo la consonante,
sono stati numerosi e babelici: scritti con lingue diverse.
Dall’Inghilterra all’Australia; dalla Francia, alla Spagna,
alla Germania, giornali e food blogger
hanno parlato di Amatriciana fatta con guanciale, pecorino, vino bianco,
pomodoro San Marzano, pepe e peperoncino. Punto. Insomma, la tradizione è stata
difesa dal mondo globalizzato e digitalizzato e la reazione di Amatrice
all’incauta variazione di Cracco ha fatto scrivere al The Guardian di Londra ”
Italian birthplace of amatriciana denounces
chef’s secret ingredient” , la patria dell’amatriciana denuncia
l’ingrediente segreto dello chef.
“ Italian birthplace”, certo, a giocare a favore
dell’amministrazione comunale c’è un piatto che ha saputo nel tempo raccontare
l’eccellenza italiana nel mondo. Una vetrina di un ristorante giapponese di
Tokyo mi rese orgogliosa quando vidi che uno dei piatti di plastica, secondo
l’arte del “ sampuru”, riproduzione del cibo offerto all’interno, rappresentava gli spaghetti all’Amatriciana. Ma negare la
capacità di sindaco e amministrazione di cogliere al balzo una occasione per
produrre vantaggi al il territorio sarebbe sbagliato.
La prontezza reattiva di Amatrice, infatti, ha scatenato quello che si chiama marketing
virale: si frutta la capacità del web di raggiungere una quantità infinita di
persone attraverso la diffusione di un messaggio, di una notizia, di un
post, di un tweet. E’ promozione gratuita. In questo caso, promozione
territoriale gratuita.
Quando le risorse economiche scarseggiano, l’unica soluzione
possibile è sostituirle con l’intelligenza e la vigilanza. E, trattandosi di
una amministrazione, con l’unità d’intenti e di “ visione”. Oltre le divisioni
e i recinti politici e di partito.
Giorni fa un amico reatino, piccolo imprenditore con le
difficoltà triplicate dai problemi internazionali, nazionali e comunali, mi chiedeva affranto: “ Cosa differenzia, secondo te, Amatrice da Rieti? Si tratta di orgoglio
della propria storia e delle proprie risorse che a noi manca? Perché non
siamo capaci di difendere il territorio e di valorizzare le tante potenzialità
che abbiamo”? Vecchia storia, ricorrenti domande. “ Orgoglio e senso di
responsabilità verso i cittadini sono leve potenti” , ho risposto, “ Perché da noi, a Rieti, manchino io non lo so. Qui si affonda nell’accidia e nell’incapacità
di avere una visione comune. Posso dire solo questo”.
Ripetere, al solito, che il problema è antropologico, mi è
sembrato riduttivo e inutile. Certo è che se fossi negli amministratori
comunali reatini proverei ad apprendere da quelli che con una “ visione” comune
stanno lavorando a fare di un piccolo paese laziale un protagonista globale. Un
modello da imitare, sempre se ne abbia voglia e capacità.
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