L'ottantadue per cento degli italiani pensa che la corruzione sia aumentata e che riguardi quasi esclusivamente la classe politica.E' il principio del capro espiatorio, del lavacro delle colpe diffuse e proprie scaricandole tutte sulle spalle di qualcuno.Scelta facile. Troppo.A me questa architettura barocca del pregiudizio nazionale e del risentimento, quotidianamente alimentato comincia a dare sclaustrofobia civile.Su, cari connazionali, cominciamo a guardare a casa nostra.passiamo dal Barocco all'Illuminismo, che vuol dire uso della ragione cominciando a liberarsi dei pre-concetti con cui aggiriamo la realtà.Osservare, analizzare, criticare è doveroso in democrazia, ma ricorrere a scorciatoie danneggia una democrazia. Non lo so se davvero la corruzione sia aumentata, ma anche fosse quelli che delinquono siete voi che li avete preferiti e votati. Come scegliete quelli che dovranno occuparsi delle vostre necessità?Diversi anni fa accettai di candidarmi con i Verdi, esperienza bastante. Mi fu chiaro cosa cercano gli elettori. Dico mediamente.Basta fumetti dove ci si assolve.Ci conviene.
martedì 3 maggio 2016
mercoledì 8 aprile 2015
Andrea Paolucci, laureato e autistico
Era il
mese di luglio del 2014 e della sua laurea in Scienze della formazione e del
servizio sociale presso l’università dell’Aquila si occuparono i giornali. La
ragione non era il 110 e lode, risultato eccellente, ma non raro, bensì la
condizione di autistico del neodottore,
Andrea Paolucci, ventottenne di Antrodoco. A soffiare il primato ad
Andrea di primo laureato in Italia era stato, qualche mese prima, Pier, giovane
di Treviso di 33 anni, affetto, anche lui, da autismo severo.
Ma in
questo caso non si può parlare di rammarico per la perdita di un primato,
quanto, piuttosto, di una straordinaria circostanza: il fatto che a pochi mesi
di distanza l’uno dall’altro, due autistici abbiano ottenuto una laurea, grazie
al Metodo della Comunicazione facilitata W.O.C.E. , vuol dire che la capacità
cognitiva, almeno in alcuni casi, aspetta solo di essere aiutata a “volare” da
facilitatori muniti di vera competenza , conoscenza, professionalità acquisite
in centri accreditati nel difficile compito di comprendere le necessità di chi
dopo pochi anni di vita, entra in una dimensione d’irreversibile
incastellamento comunicativo.
Il 2
Aprile scorso, Palazzo Chigi si è illuminato
di blu, perché la Presidenza del Consiglio ha aderito alla campagna di
sensibilizzazione “Light in up blue”, illuminalo di blu, in occasione della
Giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo promossa dall’Onu, che si
celebra il 2 aprile. Illuminazione a costo zero. Così così si legge sul sito della
Presidenza del Consiglio, come si dovesse giustificare la spesa.
Le
ricorrenze spesso lasciano il tempo che trovano, è vero, ma mai come in questo
caso la scelta dell’Onu è opportuna. Troppo facilmente dimentichiamo quanto i
malati di autismo ( nel reatino sono almeno 50 casi), e le loro famiglie sono
abbandonati alla solitudine di un destino stipato di difficoltà, speranze, faticosa ricerca di riduzione possibile dei danni
prodotti dalla tremenda malattia, di cui
ancora non si conoscono né cause, né cura. Ricordarlo è un bene.
Andrea,
nella sua sfortuna è fortunato. Ha due genitori straordinari che lo hanno
aiutato a comunicare attraverso il canale della scrittura facilitata. E’ grazie
a quel metodo, integrato con altri, che si è laureato e che ha potuto avere una
pagina Fb con cui interagire con amici veri e virtuali. Ed è per questo
meraviglioso ( quando se ne fa buon uso) mezzo di comunicazione sociale che lo
scorso anno, dopo la notizia della laurea, ho chiesto ad Andrea di fare
un’intervista da lontano, ognuno con la sua tastiera. E' così che abbiamo avviato una conversazione, poi interrotta e ripresa dopo un anno grazie
al blu, colore scelto per rappresentare l’autismo.
Ieri sono
andata al centro diurno di Sant’Eusanio ai Pozzi, della Onlus Loco Motiva, cooperativa
che fornisce servizi per l’inclusione delle persone affette da autismo e dove
sono attivi laboratori per avviare alla comunicazione facilitata, fondata da
Virgilio Paolucci, padre di Andrea, socio fondatore.
Il nome
Loco Motiva, mi spiegano, dipende dall’iniziale progetto di riconversione di
una stazione situata nei pressi di Antrodoco, ormai inutilizzata, in centro
della Onlus. Progetto finito nel nulla in quell’universo sprecone e incapace di
darsi utili priorità che è spesso la Regione Lazio. Fortunatamente ci ha
pensato la parrocchia di S.Agostino a
dare l’attuale sede in comodato d’uso, mentre le risorse per andare avanti
dipendono da iniziative di varia natura: corsi di lingua, mostre d’arte, corsi
di degustazione enogastronomici.
Alla sede
di Loco Motivai ho incontrato Virgilio, Andrea, alcuni volontari ( molti dei
quali giovani) in compagnia di una
ragazza autistica e la tutor universitaria di Andrea, Karin, da lui chiamata
scherzosamente “ Avatar”.
Se ho
aspettato quasi un anno per pubblicare l’intervista, rimasta in sospeso, è
stato, lo ammetto, perché la qualità delle risposte che Andrea dava alle mie
domande era così straordinaria da farmi dubitare fossero davvero sue. Ho creduto
che ci fosse l’aiuto dell’Avatar. Ieri
ho avuto la conferma della notevole intelligenza di Andrea e quella che la sua
interiorità è puro distillato di poesia.
Inizierò
con la nostra intervista interrotta.
D: Ciao Andrea , sono una giornalista e vorrei farti un’intervista
da qui, dai messaggi personali di Fb. Credo che tu abbia realizzato una cosa
straordinaria e mi piacerebbe far sapere come sei riuscito a laurearti.
Potrebbe essere di aiuto anche agli altri. Ti va?
R. Sarei
onorato, ma non sono in grado di aiutare le persone, posso raccontarti soltanto
il mio potente impegno di studio. Sono ardito sostenitore di vita con la grazia
concessami di scrivere su una tastiera che traduce i miei prigionieri pensieri.
Sono prigioniero e libero nel mio autismo severo.
D. Sono io che mi sento onorata e ti ringrazio. Cominciamo col
dire quando è iniziato il tuo rapporto con la tastiera che ha liberato i tuoi
pensieri.
R: Ero
smarrito e confuso, le parole e i pensieri mi comprimevano la testa e il cuore,
ero solo espressione goffa di paura, sensazioni difficili da dire a chi conosce
il mondo in modo diverso da come i miei sensi lo percepiscono. Un giorno, ero
ancora nella scuola, quando mamma comincia esercizi per aiutarmi, prima con
figure , poi con parole da pigiare con il dito e poi con tanti esercizi di
speranza, fino a scrivere sulla tastiera della mia silenziosa e muta vita.
Avevo gli anni della scuola elementare, 11 o 12.
D. Tua madre aveva saputo del metodo della scrittura facilitata o
ci era arrivata da sola?
R. Queste
domande dovresti farle a lei. Ma i miei genitori hanno sempre ricercato in ogni
parte la speranza di farmi guarire. Hanno portato me in molti posti, da gente
che studia e ricerca sull’autismo e hanno provato ogni mezzo per aiutarmi.
D. Puoi aiutarmi a capire come mai scrivere con una tastiera ti consente
di comunicare? Si può dire che i tasti ti aiutano a mettere ordine
nell’intensità delle tue percezioni e pensieri?
R. E’
stato un continuo esercizio ed è una continua fatica d’impegno riuscire ad
isolare l’essenza della mia persona nel caos in cui la mia mente si trova
costantemente. Ho costante bisogno di stimoli ripetuti per essere quello che
voglio comunicare. Tutto di me mi porta a gesti stereotipati e importanti solo
per me. Senza un aiuto esterno sarei un’espressione vuota di movimenti coerenti
solo col mio essere autistico. Passerei giornate di solitudine e ne avrei poca
coscienza se la mia adorata e indomita mamma non combattesse ogni giorno col
mio tiranno autismo. Se tu ora stessi qui a vedermi scrivere ne saresti stupita
, ma se mi vedessi agire penseresti che sono un povero ritardato.
E’ da qui
che riparto per riportare il seguito dell’intervista. Quello di ieri, fatto da
vicino, sempre con l’aiuto della sua tastiera. Non ho avuto la minima
impressione di avere a che fare con un ritardato. Tutt’altro. Quello che ho
visto è stata la fatica fisica di scrivere, più che di pensare. Le risposte
sono sempre state rapide e piene di bellezza.
D. Ciao Andrea, ti ricordi di me e dell’intervista che abbiamo
iniziato un anno fa circa?
R. Sì, ce
l’ho su fb.
D. Bene. Cosa hai fatto dopo la laurea? Cosa fai ora?
R. Sto
prendendo la specialistica per diventare educatore sociale.
D. Che lavoro puoi fare con la tua laurea?
R. Posso
fare l’assistente sociale, lavorare in centri sociali, in comunità. Mi fa molto
piacere aiutare, perché anche io ho bisogno degli altri.
D. capisco. E posso sapere cosa
fai oltre che studiare?
R. Mi
piace scrivere. Lo scrivere mi eleva al di sopra della mia condizione. Vorrei
scrivere del bello che c’è nel mondo, forse un romanzo. Qualcosa che inneggi
alla vita. Ho un bisogno vitale di ricercare la bellezza nelle parole.
D. Sì, ho notato che usi un linguaggio molto ricercato. E ho notato
che hai una propensione naturale alla poesia. Conosci gli haiku giapponesi?
R. No,
cosa sono.
D. Poesie di tre versi. Dovresti provare.
R.
Grazie, ci proverò. Ma che scrivi come giornalista?
D. Spesso di politica, di quello che succede nella vita pubblica.
Nulla d’interessante rispetto a questa intervista. Grazie per consentirmi di
entrare nel tuo mondo.
R. Grazie
a te per la tua attenzione. Nel mio mondo è facile entrare, per me è difficile
entrare nel vostro. Il mio mondo è leggerezza e caos.
D. Fai qualche sport? Vedo che hai buoni muscoli.
R. Mi
piacerebbe, ma sono imbranato. Però nuoto da quando sono piccolo. Amo l’acqua,
somiglia alla mia testa sconfinata.
D. Cos’è che ti dà più fastidio?
R. Il
rumore del mondo e l’indifferenza.
D. Quando vedi la televisione che trasmette immagini di violenza e
di guerra cosa pensi?
R.
L’odio, terribile scelta l’odio, nessuna giustizia genera morte. La guerra è
solo aberrazione umana. Sono scelte sbagliate dove il cuore tace e l’uomo
trabocca di tristezza.
Lascio il
centro di Sant’Eusanio portandomi via il seguito dell’intervista come fosse un
tesoro sepolto e ritrovato Mi allontano pensando che di tesori sepolti ce ne
sono chissà quanti. Se solo le istituzioni fossero meno distratte rispetto alla
condizione di chi non ha voce e delle loro famiglie, non tutte attrezzate ad
affrontare un percorso tanto complesso, se ne potrebbero scoprire chissà
quanti. Ma da noi il 2 Aprile nessun edificio pubblico si è illuminato di blu.
Il problema del nostro mondo spesso non è la mancanza di soldi, ha ragione Andrea,
è l’indifferenza.
venerdì 20 marzo 2015
Un Comitato vincente e la buona cooperazione umbra
Diversi fattacci di cronaca politico-giudiziaria degli ultimi anni, a partire da quelli noti come «Mafia Capitale» per arrivare alla vicenda fiorentina sui grandi appalti di questi ultimi giorni, coinvolgono il mondo cooperativo. Se la cooperativa «29 giugno» di Salvatore Buzzi, grazie alle commistioni affaristico (criminali) - politico - istituzionali, è diventata un colosso economico che guadagnava ottenendo appalti sui servizi, il verde, la gestione di patrimoni pubblici, ma anche su Rom e immigrati, di coop rosse e cielline si parla anche nell’inchiesta fiorentina sulle grandi opere di questi giorni.
Una cosa devastante per una realtà imprenditoriale che dovrebbe fare dell’etica e la solidarietà la sostanza del business, delle attività economiche. Qualcosa che potrebbe indurre a pensare che in un paese come l’Italia, piagata dalla corruzione (ancora non piegata, si spera) nulla si salva dal malaffare.
Ma la vittoria di un piccolo comitato reatino, quello dei “soci prestatori”, costituitosi dopo la crisi della Coop76, riesce contemporaneamente a fare scuola sulla forza dellavirtù civile, quando si attiva, e a non fare di tutta l’erba un fascio.
Tutti o molti ricorderanno la vicenda che ha visto una storica cooperativa reatina finire nel fallimento e in un grottesco e incomprensibile percorso scelto dalla Lega Coop regionale (al tempo guidata da Stefano Venditti e commissariata dopo i fatti di “Mafia Capitale” dal presidente nazionale subentrato a Poletti, Mauro Lusetti), dall’amministrazione provinciale guidata da Fabio Melilli e da una parte del sindacato provinciale.
Invece che accogliere e sostenere l’offerta di una delle grandi cooperative di consumo del sistema nazionale, la Coop Centro Italia,2.700 dipendenti, più di 525mila soci, 614 milioni di euro di vendite, pronta ad assorbire i negozi e a garantire la restituzione di 2 milioni e 200mila euro ad 800 soci prestatori, l’allora presidente Venditti in testa, si preferì dare il fitto di ramo d’azienda ad una piccola neo-cooperativa di Latina: Evergreen.
Una cooperativa nata ad hoc: il 6 aprile la Lega Nazionale (guidata dall’attuale ministro Poletti) presenta l’istanza di messa in liquidazione della Coop76 e il 10 aprile nasce Evergreen, con un capitale di 225 euro e guidata da una imprenditrice agricola dell’agro pontino scelta da Nicola Zingaretti come assessore all’agricoltura.
Evergreen garantiva solo l’apertura dei negozi, ma abbandonava al loro destino d’incertezza lavorativa i 100 dipendenti e i creditori della cooperativa reatina: fornitori e soci prestatori. Questi ultimi, come mi disse Pierluigi Coccia, uno dei tre liquidatori, “anello debole della catena”. I meno garantiti di riprendere i 2milioni e 200mila euro prestati alla Coop76. Ma l’«anello debole», ha lavorato per tre anni, con caparbia determinazione, riuscendo ad ottenere quanto in tanti davano per perso.
Roberto Frizzarin, portavoce del Comitato soci prestatori della Coop76 oggi racconta soddisfatto : «Con l’apertura dell’ultimo negozio, abbiamo avuto la conferma dal dottor Raggi che dopo pochi giorni, il 2 febbraio, avremmo potuto riottenere le somme prestate recandoci nei punti delega dei vari negozi rimasti aperti. Ormai siamo quasi tutti rientrati in possesso del dovuto. Ma ancora qualcuno non lo ha fatto. Forse sono quelli rimasti ai margini della nostra azione».
Insieme a Frizzarin incontro altre due «combattenti» del comitato, Irene Giangreco Marotta e Onorina Silvestri. Quest’ultima, «utilissima per la sua competenza del mondo cooperativo», dicono Roberto e Irene, è nota anche fuori Rieti per una protesta messa in atto il 6 dicembre dello scorso anno, insieme ad altri dipendenti della Legacoop regionale, all’esterno del centro Congressi Frentani dove si svolgeva il congresso della Lega Coop Lazio. La protesta è nata da licenziamenti dopo 30 anni di servizio.
Il caso di Onorina Silvestri è quanto di più lontano dai valori della cooperazione riguardo al lavoro. Responsabile dell’ufficio provinciale di Legacoop regionale, nel settembre del 2010 venne posta in cassa integrazione e poi licenziata. La giustificazione era la crisi economica dell’ente regionale. Strano che poi i soldi per la presidenza e la vicepresidenza provinciale di Legacoop Lazio ci fossero (lavoravano gratis?).
Nel marzo del 2011 vennero nominati Alessandro Toniolli e Federico Masuzzo.I fatti di «Mafia Capitale», seguiti dal commissariamento hanno azzerato tutte le nomine. E si spera che i licenziati, come Onorina Silvestri, ottengano giustizia.
Una giustizia che il Comitato dei soci prestatori di Rieti hanno ottenuto grazie al rispetto della parola data dal presidente della Coop Centro Italia, Giorgio Raggi. «Fin dall’inizio abbiamo capito che l’unica speranza per noi era che subentrasse nella proprietà la Coop Centro Italia e che andava seguita la strada della solidarietà e non quella giuridica, lunga e incerta. Va dato merito al dottor Raggi di non aver tradito la nostra fiducia», dice Frizzarin.
Una regola del giornalismo è che fa notizia l’uomo che morde il cane e non viceversa. In una cronaca italiana fatta quotidianamente di notizie che non lasciano spazio ad altro se non alla corruzione, pubblica, istituzionale e privata, parlare, finalmente, di un colosso cooperativo, come quello umbro, rispettoso della vocazione della propria natura, ovvero del fare impresa contemperando gli affari e i profitti, con i fini mutualistici e solidaristici, che altro è se non una notizia? Una buona notizia. Finalmente.
Una cosa devastante per una realtà imprenditoriale che dovrebbe fare dell’etica e la solidarietà la sostanza del business, delle attività economiche. Qualcosa che potrebbe indurre a pensare che in un paese come l’Italia, piagata dalla corruzione (ancora non piegata, si spera) nulla si salva dal malaffare.
Ma la vittoria di un piccolo comitato reatino, quello dei “soci prestatori”, costituitosi dopo la crisi della Coop76, riesce contemporaneamente a fare scuola sulla forza dellavirtù civile, quando si attiva, e a non fare di tutta l’erba un fascio.
Tutti o molti ricorderanno la vicenda che ha visto una storica cooperativa reatina finire nel fallimento e in un grottesco e incomprensibile percorso scelto dalla Lega Coop regionale (al tempo guidata da Stefano Venditti e commissariata dopo i fatti di “Mafia Capitale” dal presidente nazionale subentrato a Poletti, Mauro Lusetti), dall’amministrazione provinciale guidata da Fabio Melilli e da una parte del sindacato provinciale.
Invece che accogliere e sostenere l’offerta di una delle grandi cooperative di consumo del sistema nazionale, la Coop Centro Italia,2.700 dipendenti, più di 525mila soci, 614 milioni di euro di vendite, pronta ad assorbire i negozi e a garantire la restituzione di 2 milioni e 200mila euro ad 800 soci prestatori, l’allora presidente Venditti in testa, si preferì dare il fitto di ramo d’azienda ad una piccola neo-cooperativa di Latina: Evergreen.
Una cooperativa nata ad hoc: il 6 aprile la Lega Nazionale (guidata dall’attuale ministro Poletti) presenta l’istanza di messa in liquidazione della Coop76 e il 10 aprile nasce Evergreen, con un capitale di 225 euro e guidata da una imprenditrice agricola dell’agro pontino scelta da Nicola Zingaretti come assessore all’agricoltura.
Evergreen garantiva solo l’apertura dei negozi, ma abbandonava al loro destino d’incertezza lavorativa i 100 dipendenti e i creditori della cooperativa reatina: fornitori e soci prestatori. Questi ultimi, come mi disse Pierluigi Coccia, uno dei tre liquidatori, “anello debole della catena”. I meno garantiti di riprendere i 2milioni e 200mila euro prestati alla Coop76. Ma l’«anello debole», ha lavorato per tre anni, con caparbia determinazione, riuscendo ad ottenere quanto in tanti davano per perso.
Roberto Frizzarin, portavoce del Comitato soci prestatori della Coop76 oggi racconta soddisfatto : «Con l’apertura dell’ultimo negozio, abbiamo avuto la conferma dal dottor Raggi che dopo pochi giorni, il 2 febbraio, avremmo potuto riottenere le somme prestate recandoci nei punti delega dei vari negozi rimasti aperti. Ormai siamo quasi tutti rientrati in possesso del dovuto. Ma ancora qualcuno non lo ha fatto. Forse sono quelli rimasti ai margini della nostra azione».
Insieme a Frizzarin incontro altre due «combattenti» del comitato, Irene Giangreco Marotta e Onorina Silvestri. Quest’ultima, «utilissima per la sua competenza del mondo cooperativo», dicono Roberto e Irene, è nota anche fuori Rieti per una protesta messa in atto il 6 dicembre dello scorso anno, insieme ad altri dipendenti della Legacoop regionale, all’esterno del centro Congressi Frentani dove si svolgeva il congresso della Lega Coop Lazio. La protesta è nata da licenziamenti dopo 30 anni di servizio.
Il caso di Onorina Silvestri è quanto di più lontano dai valori della cooperazione riguardo al lavoro. Responsabile dell’ufficio provinciale di Legacoop regionale, nel settembre del 2010 venne posta in cassa integrazione e poi licenziata. La giustificazione era la crisi economica dell’ente regionale. Strano che poi i soldi per la presidenza e la vicepresidenza provinciale di Legacoop Lazio ci fossero (lavoravano gratis?).
Nel marzo del 2011 vennero nominati Alessandro Toniolli e Federico Masuzzo.I fatti di «Mafia Capitale», seguiti dal commissariamento hanno azzerato tutte le nomine. E si spera che i licenziati, come Onorina Silvestri, ottengano giustizia.
Una giustizia che il Comitato dei soci prestatori di Rieti hanno ottenuto grazie al rispetto della parola data dal presidente della Coop Centro Italia, Giorgio Raggi. «Fin dall’inizio abbiamo capito che l’unica speranza per noi era che subentrasse nella proprietà la Coop Centro Italia e che andava seguita la strada della solidarietà e non quella giuridica, lunga e incerta. Va dato merito al dottor Raggi di non aver tradito la nostra fiducia», dice Frizzarin.
Una regola del giornalismo è che fa notizia l’uomo che morde il cane e non viceversa. In una cronaca italiana fatta quotidianamente di notizie che non lasciano spazio ad altro se non alla corruzione, pubblica, istituzionale e privata, parlare, finalmente, di un colosso cooperativo, come quello umbro, rispettoso della vocazione della propria natura, ovvero del fare impresa contemperando gli affari e i profitti, con i fini mutualistici e solidaristici, che altro è se non una notizia? Una buona notizia. Finalmente.
Amatrice e l’arte di cavalcare il marketing virale
Ci si può anche scherzare sopra, ma quello che hanno fatto
il sindaco Pirozzi e gli altri amministratori comunali di Amatrice, paese montano della provincia di Rieti, è
stato, sotto il profilo del marketing,
una mossa azzeccata. Per chi ancora non conoscesse i fatti un
breve riepilogo. Carlo Cracco, chef implacabile con gli aspiranti cuochi di
Masterchef quando commettono errori , ospite della trasmissione di Maria De Filippi, “ C’è posta per te”,
interrogato sull’Amatriciana, ha rivelato che lui la fa con l’aglio in camicia.
Non è che sia proprio un peccato grave, e in cucina, come in
amore, de gustibus non disputandum est.
Ma per Amatrice la pasta all’Amatriciana è quello che la Coca Cola è per
l’America e quello che la Nutella è per l’Italia: un marchio identitario che non ammette variazioni. Se aggiungi o togli qualcosa, sarà pure più
buona, almeno per qualcuno, ma non è vera Amatriciana.
Questo, più o meno,
hanno spiegato gli amministratori
con un comunicato pubblicato sul sito ufficiale del Comune, ricordando
che tre prodotti tipici della Città di Amatrice, il pecorino di Amatrice, il
Guanciale Amatriciano, gli Gnocchi ricci, hanno ottenuto il riconoscimento di tutela col
marchio De.Co ( denominazione comunale). Insomma, nemmeno ad un famoso chef è
consentita la libertà di usare un nome proprio di ricetta per indicare qualcosa che non gli corrisponde.
Al di là del merito del pronto risentimento generato dalle parole di Cracco non si può che provare ammirazione per
una amministrazione comunale che ha saputo cogliere al balzo una circostanza,
di per sé minuta, che poteva anche
cadere nel nulla. Invece è stata raccolta e rilanciata con maestria: sono
bastati pochi giorni per trasformare in slavina comunicativa la notizia sui
mezzi d’informazione nazionali e internazionali e sui social network come
Facebook e Twitter . I commenti
all’hashtag #Gracco, errore forse
involontario e forse no: tu ci cambi la ricetta e noi ti cambiamo la consonante,
sono stati numerosi e babelici: scritti con lingue diverse.
Dall’Inghilterra all’Australia; dalla Francia, alla Spagna,
alla Germania, giornali e food blogger
hanno parlato di Amatriciana fatta con guanciale, pecorino, vino bianco,
pomodoro San Marzano, pepe e peperoncino. Punto. Insomma, la tradizione è stata
difesa dal mondo globalizzato e digitalizzato e la reazione di Amatrice
all’incauta variazione di Cracco ha fatto scrivere al The Guardian di Londra ”
Italian birthplace of amatriciana denounces
chef’s secret ingredient” , la patria dell’amatriciana denuncia
l’ingrediente segreto dello chef.
“ Italian birthplace”, certo, a giocare a favore
dell’amministrazione comunale c’è un piatto che ha saputo nel tempo raccontare
l’eccellenza italiana nel mondo. Una vetrina di un ristorante giapponese di
Tokyo mi rese orgogliosa quando vidi che uno dei piatti di plastica, secondo
l’arte del “ sampuru”, riproduzione del cibo offerto all’interno, rappresentava gli spaghetti all’Amatriciana. Ma negare la
capacità di sindaco e amministrazione di cogliere al balzo una occasione per
produrre vantaggi al il territorio sarebbe sbagliato.
La prontezza reattiva di Amatrice, infatti, ha scatenato quello che si chiama marketing
virale: si frutta la capacità del web di raggiungere una quantità infinita di
persone attraverso la diffusione di un messaggio, di una notizia, di un
post, di un tweet. E’ promozione gratuita. In questo caso, promozione
territoriale gratuita.
Quando le risorse economiche scarseggiano, l’unica soluzione
possibile è sostituirle con l’intelligenza e la vigilanza. E, trattandosi di
una amministrazione, con l’unità d’intenti e di “ visione”. Oltre le divisioni
e i recinti politici e di partito.
Giorni fa un amico reatino, piccolo imprenditore con le
difficoltà triplicate dai problemi internazionali, nazionali e comunali, mi chiedeva affranto: “ Cosa differenzia, secondo te, Amatrice da Rieti? Si tratta di orgoglio
della propria storia e delle proprie risorse che a noi manca? Perché non
siamo capaci di difendere il territorio e di valorizzare le tante potenzialità
che abbiamo”? Vecchia storia, ricorrenti domande. “ Orgoglio e senso di
responsabilità verso i cittadini sono leve potenti” , ho risposto, “ Perché da noi, a Rieti, manchino io non lo so. Qui si affonda nell’accidia e nell’incapacità
di avere una visione comune. Posso dire solo questo”.
Ripetere, al solito, che il problema è antropologico, mi è
sembrato riduttivo e inutile. Certo è che se fossi negli amministratori
comunali reatini proverei ad apprendere da quelli che con una “ visione” comune
stanno lavorando a fare di un piccolo paese laziale un protagonista globale. Un
modello da imitare, sempre se ne abbia voglia e capacità.
Un Comitato vincente e la buona cooperazione umbra
Diversi fattacci di cronaca politico-giudiziaria degli ultimi anni, a partire da quelli noti come «Mafia Capitale» per arrivare alla vicenda fiorentina sui grandi appalti di questi ultimi giorni, coinvolgono il mondo cooperativo. Se la cooperativa «29 giugno» di Salvatore Buzzi, grazie alle commistioni affaristico (criminali) - politico - istituzionali, è diventata un colosso economico che guadagnava ottenendo appalti sui servizi, il verde, la gestione di patrimoni pubblici, ma anche su Rom e immigrati, di coop rosse e cielline si parla anche nell’inchiesta fiorentina sulle grandi opere di questi giorni.
Una cosa devastante per una realtà imprenditoriale che dovrebbe fare dell’etica e la solidarietà la sostanza del business, delle attività economiche. Qualcosa che potrebbe indurre a pensare che in un paese come l’Italia, piagata dalla corruzione (ancora non piegata, si spera) nulla si salva dal malaffare.
Ma la vittoria di un piccolo comitato reatino, quello dei “soci prestatori”, costituitosi dopo la crisi della Coop76, riesce contemporaneamente a fare scuola sulla forza dellavirtù civile, quando si attiva, e a non fare di tutta l’erba un fascio.
Tutti o molti ricorderanno la vicenda che ha visto una storica cooperativa reatina finire nel fallimento e in un grottesco e incomprensibile percorso scelto dalla Lega Coop regionale (al tempo guidata da Stefano Venditti e commissariata dopo i fatti di “Mafia Capitale” dal presidente nazionale subentrato a Poletti, Mauro Lusetti), dall’amministrazione provinciale guidata da Fabio Melilli e da una parte del sindacato provinciale.
Invece che accogliere e sostenere l’offerta di una delle grandi cooperative di consumo del sistema nazionale, la Coop Centro Italia,2.700 dipendenti, più di 525mila soci, 614 milioni di euro di vendite, pronta ad assorbire i negozi e a garantire la restituzione di 2 milioni e 200mila euro ad 800 soci prestatori, l’allora presidente Venditti in testa, si preferì dare il fitto di ramo d’azienda ad una piccola neo-cooperativa di Latina: Evergreen.
Una cooperativa nata ad hoc: il 6 aprile la Lega Nazionale (guidata dall’attuale ministro Poletti) presenta l’istanza di messa in liquidazione della Coop76 e il 10 aprile nasce Evergreen, con un capitale di 225 euro e guidata da una imprenditrice agricola dell’agro pontino scelta da Nicola Zingaretti come assessore all’agricoltura. Un assessore con tanto di rinvio a giudizio, ma mai sospesa dal ruolo istituzionale come tanti del Pd oggi chiedono al ministro Lupi.
Evergreen garantiva solo l’apertura dei negozi, ma abbandonava al loro destino d’incertezza lavorativa i 100 dipendenti e i creditori della cooperativa reatina: fornitori e soci prestatori. Questi ultimi, come mi disse Pierluigi Coccia, uno dei tre liquidatori, “anello debole della catena”. I meno garantiti di riprendere i 2milioni e 200mila euro prestati alla Coop76. Ma l’«anello debole», ha lavorato per tre anni, con caparbia determinazione, riuscendo ad ottenere quanto in tanti davano per perso.
Roberto Frizzarin, portavoce del Comitato soci prestatori della Coop76 oggi racconta soddisfatto : «Con l’apertura dell’ultimo negozio, abbiamo avuto la conferma dal dottor Raggi che dopo pochi giorni, il 2 febbraio, avremmo potuto riottenere le somme prestate recandoci nei punti delega dei vari negozi rimasti aperti. Ormai siamo quasi tutti rientrati in possesso del dovuto. Ma ancora qualcuno non lo ha fatto. Forse sono quelli rimasti ai margini della nostra azione».
Insieme a Frizzarin incontro altre due «combattenti» del comitato, Irene Giangreco Marotta e Onorina Silvestri. Quest’ultima, «utilissima per la sua competenza del mondo cooperativo», dicono Roberto e Irene, è nota anche fuori Rieti per una protesta messa in atto il 6 dicembre dello scorso anno, insieme ad altri dipendenti della Legacoop regionale, all’esterno del centro Congressi Frentani dove si svolgeva il congresso della Lega Coop Lazio. La protesta è nata da licenziamenti dopo 30 anni di servizio.
Il caso di Onorina Silvestri è quanto di più lontano dai valori della cooperazione riguardo al lavoro. Responsabile dell’ufficio provinciale di Legacoop regionale, nel settembre del 2010 venne posta in cassa integrazione e poi licenziata. La giustificazione era la crisi economica dell’ente regionale. Strano che poi i soldi per la presidenza e la vicepresidenza provinciale di Legacoop Lazio ci fossero (lavoravano gratis?).
Nel marzo del 2011 vennero nominati Alessandro Toniolli e Federico Masuzzo.I fatti di «Mafia Capitale», seguiti dal commissariamento hanno azzerato tutte le nomine. E si spera che i licenziati, come Onorina Silvestri, ottengano giustizia.
Una giustizia che il Comitato dei soci prestatori di Rieti hanno ottenuto grazie al rispetto della parola data dal presidente della Coop Centro Italia, Giorgio Raggi. «Fin dall’inizio abbiamo capito che l’unica speranza per noi era che subentrasse nella proprietà la Coop Centro Italia e che andava seguita la strada della solidarietà e non quella giuridica, lunga e incerta. Va dato merito al dottor Raggi di non aver tradito la nostra fiducia», dice Frizzarin.
Una regola del giornalismo è che fa notizia l’uomo che morde il cane e non viceversa. In una cronaca italiana fatta quotidianamente di notizie che non lasciano spazio ad altro se non alla corruzione, pubblica, istituzionale e privata, parlare, finalmente, di un colosso cooperativo, come quello umbro, rispettoso della vocazione della propria natura, ovvero del fare impresa contemperando gli affari e i profitti, con i fini mutualistici e solidaristici, che altro è se non una notizia? Una buona notizia. Finalmente.
Una cosa devastante per una realtà imprenditoriale che dovrebbe fare dell’etica e la solidarietà la sostanza del business, delle attività economiche. Qualcosa che potrebbe indurre a pensare che in un paese come l’Italia, piagata dalla corruzione (ancora non piegata, si spera) nulla si salva dal malaffare.
Ma la vittoria di un piccolo comitato reatino, quello dei “soci prestatori”, costituitosi dopo la crisi della Coop76, riesce contemporaneamente a fare scuola sulla forza dellavirtù civile, quando si attiva, e a non fare di tutta l’erba un fascio.
Tutti o molti ricorderanno la vicenda che ha visto una storica cooperativa reatina finire nel fallimento e in un grottesco e incomprensibile percorso scelto dalla Lega Coop regionale (al tempo guidata da Stefano Venditti e commissariata dopo i fatti di “Mafia Capitale” dal presidente nazionale subentrato a Poletti, Mauro Lusetti), dall’amministrazione provinciale guidata da Fabio Melilli e da una parte del sindacato provinciale.
Invece che accogliere e sostenere l’offerta di una delle grandi cooperative di consumo del sistema nazionale, la Coop Centro Italia,2.700 dipendenti, più di 525mila soci, 614 milioni di euro di vendite, pronta ad assorbire i negozi e a garantire la restituzione di 2 milioni e 200mila euro ad 800 soci prestatori, l’allora presidente Venditti in testa, si preferì dare il fitto di ramo d’azienda ad una piccola neo-cooperativa di Latina: Evergreen.
Una cooperativa nata ad hoc: il 6 aprile la Lega Nazionale (guidata dall’attuale ministro Poletti) presenta l’istanza di messa in liquidazione della Coop76 e il 10 aprile nasce Evergreen, con un capitale di 225 euro e guidata da una imprenditrice agricola dell’agro pontino scelta da Nicola Zingaretti come assessore all’agricoltura. Un assessore con tanto di rinvio a giudizio, ma mai sospesa dal ruolo istituzionale come tanti del Pd oggi chiedono al ministro Lupi.
Evergreen garantiva solo l’apertura dei negozi, ma abbandonava al loro destino d’incertezza lavorativa i 100 dipendenti e i creditori della cooperativa reatina: fornitori e soci prestatori. Questi ultimi, come mi disse Pierluigi Coccia, uno dei tre liquidatori, “anello debole della catena”. I meno garantiti di riprendere i 2milioni e 200mila euro prestati alla Coop76. Ma l’«anello debole», ha lavorato per tre anni, con caparbia determinazione, riuscendo ad ottenere quanto in tanti davano per perso.
Roberto Frizzarin, portavoce del Comitato soci prestatori della Coop76 oggi racconta soddisfatto : «Con l’apertura dell’ultimo negozio, abbiamo avuto la conferma dal dottor Raggi che dopo pochi giorni, il 2 febbraio, avremmo potuto riottenere le somme prestate recandoci nei punti delega dei vari negozi rimasti aperti. Ormai siamo quasi tutti rientrati in possesso del dovuto. Ma ancora qualcuno non lo ha fatto. Forse sono quelli rimasti ai margini della nostra azione».
Insieme a Frizzarin incontro altre due «combattenti» del comitato, Irene Giangreco Marotta e Onorina Silvestri. Quest’ultima, «utilissima per la sua competenza del mondo cooperativo», dicono Roberto e Irene, è nota anche fuori Rieti per una protesta messa in atto il 6 dicembre dello scorso anno, insieme ad altri dipendenti della Legacoop regionale, all’esterno del centro Congressi Frentani dove si svolgeva il congresso della Lega Coop Lazio. La protesta è nata da licenziamenti dopo 30 anni di servizio.
Il caso di Onorina Silvestri è quanto di più lontano dai valori della cooperazione riguardo al lavoro. Responsabile dell’ufficio provinciale di Legacoop regionale, nel settembre del 2010 venne posta in cassa integrazione e poi licenziata. La giustificazione era la crisi economica dell’ente regionale. Strano che poi i soldi per la presidenza e la vicepresidenza provinciale di Legacoop Lazio ci fossero (lavoravano gratis?).
Nel marzo del 2011 vennero nominati Alessandro Toniolli e Federico Masuzzo.I fatti di «Mafia Capitale», seguiti dal commissariamento hanno azzerato tutte le nomine. E si spera che i licenziati, come Onorina Silvestri, ottengano giustizia.
Una giustizia che il Comitato dei soci prestatori di Rieti hanno ottenuto grazie al rispetto della parola data dal presidente della Coop Centro Italia, Giorgio Raggi. «Fin dall’inizio abbiamo capito che l’unica speranza per noi era che subentrasse nella proprietà la Coop Centro Italia e che andava seguita la strada della solidarietà e non quella giuridica, lunga e incerta. Va dato merito al dottor Raggi di non aver tradito la nostra fiducia», dice Frizzarin.
Una regola del giornalismo è che fa notizia l’uomo che morde il cane e non viceversa. In una cronaca italiana fatta quotidianamente di notizie che non lasciano spazio ad altro se non alla corruzione, pubblica, istituzionale e privata, parlare, finalmente, di un colosso cooperativo, come quello umbro, rispettoso della vocazione della propria natura, ovvero del fare impresa contemperando gli affari e i profitti, con i fini mutualistici e solidaristici, che altro è se non una notizia? Una buona notizia. Finalmente.
mercoledì 26 novembre 2014
Che ci faccio qui? Un Consiglio provinciale in smarrimento
Lunedì scorso,
23 Novembre, si è insediato nella Regione Lazio l’Osservatorio regionale per
l’attuazione della legge Delrio : “ Disposizioni sulle Città metropolitane,
sulle province, sulle Unioni e fusioni di Comuni”. L’Osservatorio, come
stabilito in Conferenza unificata Stato,
Regioni, Comuni e Province, sarà la sede di coordinamento per la ricognizione
delle funzioni amministrative provinciali e avrà il compito di formulare
proposte per la loro riallocazione nel livello istituzionale più adeguato:
comunale, intercomunale, provinciale, regionale.
Insomma, come ha
più volte ripetuto il nuovo presidente della Provincia di Rieti, siamo in piena
fase costituente del riassetto del sistema di governo regionale e di una
rimodulazione dei compiti dell’area vasta provinciale che dovrà avvenire “
secondo logiche e modelli organizzativi che potranno essere diversi da regione
e regione, individuando l’ambito territoriale ottimale per l’esercizio di
ciascuna di esse” ( ministro Lanzetta).
Che di riassetto
della macchina amministrativa ci fosse il bisogno è cosa certa, sia in termini
di distribuzione delle funzioni, di eliminazione delle loro duplicazioni, di
riduzione della burocrazia ( massacro per le piccole e medie imprese) oltre che
di riduzione della spesa pubblica. Il problema è che in una fase “ costituente”
si ha bisogno soprattutto di nervi saldi, perché di certo c’è ben poco. E se
all’incertezza del che fare si aggiunge quella della certezza che le casse
provinciali saranno sempre più vuote, minimo c’è lo smarrimento.
E di
smarrimento, ieri, nel primo vero Consiglio della nuova Provincia ce n’era non
poco. Il primo era quello dei consiglieri, eletti da altri consiglieri e
sindaci invece che dai cittadini. E’ chiaro che è tutta un’altra cosa. La
dimensione politica, tra chi governa e chi è parte minoritaria si annulla o quasi.
Tutti sono chiamati a trovare insieme le migliori soluzioni.
Non è facile entrare in questa dimensione e le
parole del sindaco di Cittaducale, Ermini, lo ha espresso in modo chiaro : “
Sto a disagio perché non ho capito bene qual è il mio ruolo”. Un disagio
comprensibile, perché in effetti l’impressione che si riceveva ieri era che ci
fosse un Presidente che si limitava semplicemente a comunicare al Consiglio
l’adozione di decisioni prese.
Ma da parte sua
il presidente Rinaldi è “ appeso” alle decisioni regionali, non proprio
rapidissime. Per ora le funzioni restano le stesse di prima, col particolare
non secondario che la Legge di stabilità ha previsto un taglio per le Province
di un miliardo di euro e il concorso economico delle province alla riduzione
della spesa della pubblica amministrazione. “ Avessi saputo prima dei tagli per
gli enti provinciali non avrei accettato l’incarico che in tanti mi hanno
pregato di ricoprire”, ha detto il Presidente Rinaldi.
Per la provincia
di Rieti il “ sacrificio finanziario” è di 6.250.175,00 per il 2013 e di
6.573.931,00 per il 2014. Come si può fare a sostenere il carico delle tante
società partecipate che gravano sul bilancio provinciale, come l’Università o
l’Istituzione Formativa, per dirne solo due ?
Soprattutto,
come si fa a salvare dal fallimento “ Risorse Sabine”, società partecipata che,
stando al consigliere Gerbino, è stata gonfiata di dipendenti perché è stata
soltanto una “operazione clientelare”. E come si fa a sostenere la spesa
corrente per i dipendenti della Provincia? I prepensionamenti sono una
possibilità, ma hanno gli stessi limiti dei tagli lineari: rischiano di far
perdere all’amministrazione figure necessarie e lasciarne altre superflue.
E che fare del
patrimonio provinciale? Soprattutto che fare con gli impianti sportivi? Il
Comune di Rieti in pre dissesto può accollarsi la manutenzione del
PalaSojourner, della pista ciclabile, della piscina di Rieti, di quella
realizzata al Terminillo? Secondo il Presidente, le strade possibili sono una ristrutturazione
del debito con la Cassa Deposito e Prestiti, non certo a costo zero, e vendere
ettari di terreno intorno agli impianti sportivi. Ammetto di aver provato un
brivido pensando ad altro consumo di suolo.
Insomma, i
problemi sono tanti e , in attesa di conoscere le decisioni regionali, servirà,
oltre le solite querimonie contro i tagli governativi, anche uno “ sforzo di
fantasia”, come detto dal Presidente. Come non essere d’accordo? Ma accanto
alla fantasia dovrà correre il senso di responsabilità e l’impegno, della parte
politica e quella tecnica, a fare presto, là dove si può, per portare a termine
opere pubbliche finanziate come la Rieti-Torano, importantissima per dare al territorio
reatino una chance di sviluppo.
In chiusura del
lungo Consiglio, dulcis in fundo, si è
parlato di Dimensionamento scolastico. Si è detto che si farà qualsiasi cosa
non comporti spesa. Qualsiasi richiesta da parte di scuole e comuni sarà
accolta, ma senza oneri per la Provincia. L’unica promessa possibile è che si
busserà quotidianamente alle porte regionali.
Agli studenti,
da poco tornati alla normale attività scolastica dopo alcuni giorni di azioni
di protesta, e incontrati qualche giorno
fa in Provincia, il presidente Rinaldi, invece, ha rivolto un invito: “ Serve
generosità verso i compagni meno fortunati. Le scuole di Rieti sono in
condizioni decisamente migliori rispetto a quelle di Cittaducale e Passo
Corese”.
Parole
condivisibili sotto tutti i profili, compreso quello educativo. In un momento
di crisi ognuno, qualsiasi età abbia e qualsiasi funzione svolga, dovrebbe
esercitare più solidarietà e responsabilità. La stessa generosità la chiedono i
cittadini a chi oggi deve attuare, presto e bene, la riforma Delrio. Senza
dimenticare che i tagli, certo, fanno male e a soffrirne saranno soprattutto i
cittadini, ma che oggi si sconta quanto di sbagliato, soprattutto in termini di
sprechi , si è fatto ieri.
giovedì 22 maggio 2014
Un voto per l'Europa
Un mese trascorso all'estero mi ha
tenuto lontano dalla campagna elettorale delle elezioni europee. Ne
ho sperimentato solo una settimana e sono contenta di essermi
risparmiata la frustrazione da ascolto di insulti reciproci,
confusione tra temi di politica interna e quelli europei affrontati
sbrigativamente, ansia di vittoria da capitalizzare dopo le elezioni
contro o a favore dell'attuale governo. Ma il peggio sono state le
urla del comico genovese a cui, in questi ultimi giorni, si sono
aggiunte minacce di processi on line per tutti quelli che non sono
rimasti folgorati dai suoi confusi e sbrindellati messaggi.
Mi chiedo come, in tutto questo
delirante bailamme, possa essersi formata una decente opinione
pubblica e con quale consapevolezza si andrà a votare per la
governance del Parlamento europeo. Quanto si è spiegato il
ruolo giocato da Bruxelles nella vita dei cittadini italiani? Cosa
rappresenta l'Ue per i cittadini europei? Per quali ragioni è nato
l'Euro? Temo non si sia parlato troppo di questo ed è sull'ignoranza
che giocano gli euroscettici e quelli che propongono l'uscita dalla
moneta unica.
Quello che si è fatto, mi sembra, è
stato di inseguire chi è riuscito e riesce ad ottenere il consenso,
( troppo consenso), giocando sulla rabbia ( giusta rabbia), la
frustrazione ( comprensibile frustrazione), il risentimento (
costruito con anni di promesse mancate), l'ignoranza.
Di fronte alla prospettiva solo
sfascista ( mi scuso per un termine ormai consumato, ma non ne trovo
altri) sarebbe servito che si spiegasse in modo piano ed emozionale (
senza emozione la politica è muta) che il governo dell'Europa è
ormai importantissimo per i suoi cittadini, quanto, se non più, dei
governi nazionali.
Che si spiegasse che il voto di
domenica è altra cosa rispetto a quello politico e che la cosa più
utile per noi è mandare gente preparata a rappresentarci. Gente
preparata, perchè la politica è l'arte più difficile e
l'improvvisazione non paga. “ In uno Stato di mille cittadini è
impossibile che cento o anche cinquanta acquisiscano la scienza del
governo degli uomini in modo adeguato. Se fosse così la politica
sarebbe la più facile delle arti”, scrive Platone nel “Politico”.
Si è preferito inseguire, piuttosto
che avere la pazienza di spiegare che il processo dell'Unione
Europea, iniziato dal progetto di Ventotene, in piena seconda guerra
mondiale, non è ancora concluso e che chi andrà a Bruxelles dovrà
( se saprà farlo) portarlo avanti.
Anche l'informazione televisiva, ma non
solo, ha scelto di giocare la partita politica degli schieramenti e
dell'avanspettacolo invece che rendere consapevoli, soprattutto i
giovani, delle tante similitudini esistenti tra la crisi che vive il
nostro sistema democratico e liberale e quella che mise fine con una
marcia su Roma a quello prefascista.
Tutti i soggetti pubblici sembrano non
capire che si sta giocando col fuoco amplificando la voce e le urla
della reazione e del populismo. I sistemi democratici sono fragili
quando manca la cultura civile della condivisione di valori. Ce lo
insegna la storia del novecento, con i totalitarismi incistati là
dove le democrazie erano troppo deboli. Oggi il mondo è cambiato e
la consapevolezza degli italiani è cresciuta, certo, ma la
confusione è tanta e i nuovi strumenti tecnologici sono spesso
veicolo di trasmissione di menzogne, ignoranza, contagi molesti.
Ho sentito Renzi in televisione dire
che se il Pd riceverà consenso l'Italia potrà andare in Europa a
schiena dritta e fare da locomotiva nel dare nuovo corso ad una
politica europea che ha prodotto soprattutto burocrazia, mentre
dimenticava questioni fondamentali come la politica estera, quella
sul lavoro e sull'immigrazione. Credo abbia ragione. E' chiaro che se
il Governo in carica sarà indirettamente rafforzato dal voto ( e se
riuscirà a fare le riforme promesse) potrà far dimenticare le colpe
di chi lo ha preceduto.
Noi siamo tra i peggiori attuatori
delle norme della Comunità europea e i peggiori utilizzatori degli
strumenti che essa mette a disposizione. Non si può negare che la
nostra reputazione in Europa sia bassa per colpa dei nostri governi
deboli ed incapaci di autoriformarsi; per il ritardo con cui hanno
attuato la legislazione comunitaria; per un debito pubblico immenso e
dovuto ad un sistema partitocratico tanto invasivo quanto non più
sostenibile.
“ Tra il 1953 e il 1998 si
registrarono ben 355 ricorsi alla Corte di Giustizia in cui l'Italia
viene citata per non aver adempiuto ai suoi obblighi: il doppio
rispetto alla Francia e il triplo rispetto alla Germania”, scriveva
Tommaso Padoa Schioppa nel libro “ Europa cuore gentile”.
L'Europa, come i mercati, conosce le
nostre responsabilità. Sembra che ad ignorarlo, o a fingere di non
saperlo, siano quelli che puntano il dito contro Bruxelles, facendo
leva sul nazionalismo. contro l'Euro. E' davvero difficile calcolare
gli effetti di un ritorno a monete nazionali nel mercato globale. Per
l'Italia, particolarmente, con la crisi produttiva che abbiamo,
sarebbe devastante.
L'Ue è figlia di una “tragica
lezione della storia” ( Padoa Schioppa), nata per unire nazioni che
si sono massacrate con due guerre mondiali. L'Euro è nato per far
corrispondere l'integrazione monetaria a quella economica ( oggi
necessario più che mai per far fronte al mercato globale). Di errori
se ne sono fatti tanti e il coordinamento delle politiche economiche
dei singoli governi è mancato.
Detto ciò, credo che oggi, più che
mai, sia necessario andare a votare per il cambiamento e per
l'avanzamento di un processo integrativo di cui non possiamo fare a
meno se non vogliamo dare ai nostri figli un futuro senza speranza.
Checchè ne dicano i tanti che sembrano ignorare le lezioni della
Storia.
Iscriviti a:
Post (Atom)