giovedì 10 ottobre 2013

In morte ( magari sarà un altro Lazzaro) di RL TV: Roberto Pietropaoli imprenditore incompreso

Quando incontro per l'intervista Roberto Pietropaoli, commercialista, presidente della squadra di calcetto Real Rieti Calcio a 5, in serie A e proprietario di RL TV, televisione locale nata ad aprile dello scorso anno ed ora in difficoltà, mi dice di essere stato mio alunno per qualche settimana. Lo guardo nel disperato tentativo di ricordare. Dopo aver sentito il quando e il dove mi viene in mente solo che ero alla mia prima esperienza d'insegnamento, alla scuola media A.M.Ricci e che di tempo ne è passato parecchio. Nient'altro. Solo dopo averlo ascoltato per un po' ritrovo in quella dell'adulto, barba e capelli brizzolati, la faccia di ragazzino vivace dagli occhi sorridenti di tanti anni fa.

Ma la vivacità è diventata impeto, foga di dire, e gli occhi sprizzano elettricità nervosa. Non conosco la sua vita e posso solo cercare di capire. Dopo la lunga chiacchierata capisco che c'è molta amarezza. A dolere non è solo la presa d'atto del fallimento di una iniziativa imprenditoriale. A fare male è la fatica d'intraprendere nella propria città.

Lo scorso anno, dopo l'inaugurazione di una nuova televisione dove avrebbero lavorato tanti giovani e qualche veterano, non per età, ma per mestiere, come Katiuscia Rosati e Simone Fioretti, scrissi un articolo intitolato “RLTV: un progetto ambizioso”. Oggi che quel progetto sembra incontrare difficoltà cerco di rispondere a domande e dubbi: perchè è nata la televisione? Se ne sentiva il bisogno? Quali motivi possono aver spinto l'editore ad investire nella quarta emittente locale, ancorchè regionale? Chi c'è dietro? E dove ha preso i soldi? Le risposte le ho cercate direttamente alla fonte. Ho trovato un ex alunno e una gran voglia di rispondere.

Partiamo dalla tua ultima impresa: come è nata l'idea di diventare editore televisivo?

La mia è una piccola televisione con degli strumenti più innovativi. La gente pensa che chissà che costo abbia avuto, invece è quanto spende chi investe in un piccolo appartamento o nell'apertura di un negozio. Nessuno si fa domande quando la gente spende soldi in queste cose .

Quanto è costata l'operazione RL TV?

Meno di 250mila euro. Ma capisco che la televisione, facendo informazione, può far considerare l'editore un pericolo. Si pensa subito a Berlusconi. A questo va aggiunta la reatinità. Che ci vorrà fare questo? Fedeli ha preso Rieti Calcio: che ci deve fa'? Che ci vuole guadagna'? Perchè Beppe Cattani prende il basket? Che ci vuole fa'? Io, invece che comprarmi la casa al mare ho investito in un'attività commerciale. Sono figlio di commercianti. Mio padre mi diceva che le case non fanno mangiare. E' l'impresa che ti fa vivere.

Quindi hai pensato di fare impresa nel campo televisivo.

Esatto! Io da anni faccio il commercialista con diversi studi, compreso uno a Milano. Ho messo su famiglia e sentivo il bisogno di stare più a Rieti, dove non ho tanti interessi come tanti colleghi commercialisti. Io non faccio il revisore nei comuni o nelle comunità montane. Né faccio il consigliere regionale. Dieci anni fa sono andato a fare il commercialista fuori. Volevo tornare anche per stare vicino a mia madre e ho pensato a un tipo d'investimento diverso.

Ma perchè una televisione?



E' stato un po' per caso. Diciamo che tutto è cominciato con la presidenza della squadra di Rieti Calcio a 5 e le riprese televisive.Quello che non capisco è perchè ci siano tanti sospetti intorno alla mia iniziativa imprenditoriale. E' da lì che ho cominciato a ettere in piedi un'organizzazione con Katiuscia Rosati e Simone Fioretti. E' così che è nata una cosa più tecnologica. Senza voler sminuire nessuno.

Hai tanto personale. Sono costi che altre televisioni non hanno.

Sì, ma sono tutti lavoratori a contratto. Parecchi vengono pagati in base a quante ore lavorano. Ci sono persone che vengono solo alcuni giorni. Ma ci siamo sempre trovati d'accordo.

Sì, ma poi hai mandato una e-mail per annunciare il licenziamento. Ti sembra normale?

E a te sembra normale che si usi la mia televisione per rendere pubblico un comunicato senza che ne sapessi niente? Non sarebbe stato corretto parlare con me prima?

Anche in passato si sono viste sfasature tra te e i tuoi giornalisti. Prendiamo la vicenda del sindaco Petrangeli. Sembrava che tu intendessi licenziare Marco Fuggetta. Come mai sei tornato sulla decisione?

Non mi sono mai sognato di licenziare Fuggetta. Petrangeli mi chiamò mentre ero a Perugia per dirmi che stava per denunciare il giornalista che aveva fatto uno scivolone. Risposi che Fuggetta era grande e grosso e in grado di difendersi. Poi ho chiamato Fioretti per dirgli di avvertire Marco. Questo è quanto. Guarda che c'è una parte della città che sperava che io dessi una mano a screditare il Sindaco, ma a me non interessa fare questo. Io sono una persona onesta e nei giochetti della politica non voglio entrare.

Ma è vero che hai un interesse per l'appalto comunale delle mense?

Io? Ma quando mai? E chi ne capisce di mense? Io a Rieti non voglio investire più niente. Riguardo a Petrangeli, non è venuto nemmeno all'inaugurazione della mia televisione, né alla partita di venerdì scorso della mia squadra che è in serie A. Un sindaco dovrebbe sentire l'obbligo di farsi vedere Figurati se era tra i miei amici! Come non è venuto Perelli, d'altronde, pur sapendo che io votavo a destra.

Che rapporto hai con l'Onorevole Melilli?

Ecco un'altra faccenda da spiegare. Ho conosco Melilli soltanto quando sono diventato presidente della squadra Rieti calcio a 5. Non avevamo un posto dove giocare. Mi rivolsi al Presidente della Provincia che non sapeva nemmeno cosa fosse una squadra di calcio a5. Mi disse subito di non avere soldi. Chiesi la gestione del Palamalfatti che era in condizioni pessime. Mi rispose: tu sembri una brava persona, meglio che lo prenda qualcuno che vederlo buttato nelle condizioni in cui è. Era uno schifo totale. Siamo arrivati in serie A. Due anni dopo, dopo che io avevo ripulito tutto, la Provincia ha fatto un appalto pubblico per la gestione. Lo vinse qualcuno che gli amici in Provincia li aveva davvero. Non io. Ho dovuto pagare l'affitto a gente che dopo un anno fu mandata via perchè non pagava.

E poi?

E poi, dopo altre peripezie, una volta arrivato in serie A, ho dovuto portare la squadra ad allenarsi a Terni, a Perugia, a Roma. Quello che posso dire è che io non ho mai preso un soldo pubblico da questa città, mentre ho sempre onorato i pagamenti. C'è gente che ha preso quantità enormi di soldi pubblici. Ma nessuno ne parla. C'è uno scandalo su due televisioni reatine. Perchè nessuno si chiede come è finità? Invece parlano di Pietropaoli che per far giocare la serie A a Rieti ha dovuto prendere finanziamenti bancari.

Quindi dietro la tua televisione non c'è l'appoggio di Melilli..

Ma quando mai? Ma almeno Melilli ha fatto quanto poteva per aiutare la squadra di Calcio a 5. Tutti gli altri mi hanno evitato. Cicchetti, Rositani, Petrangeli. Oggi Nobili solidarizza con i ragazzi di RL TV, ma non ha fatto niente per aiutare la nostra televisione, né Rieti calcio a 5. Così la Fondazione. Ho chiesto un contributo per la squadra. Mi ha risposto di no dopo due anni. Non ho avuto niente dall'Ente del Turismo, né dalla Camera di Commercio. Ma siamo in serie A da tre anni. Siamo l'unica serie A in questa città e nessuno se ne occupa.

Ma come ti spieghi tanta indifferenza?

Te lo spiego io. In questa città si fa grande fatica ad avere successo se non sei di una famiglia storica e se non ti butti in politica. Io ho perso mio padre che avevo 22 anni e mia madre vendeva le scarpe. Me ne sono andato da questa città proprio perchè ti fa sentire nessuno. Io ho pensato d'investire in questa città anche per portare del bene. Ora sono stufo e me ne vado.

Per tornare alla televisione. Qualche mese dopo l'inizio sono cominciati ad uscire dei giornalisti, Rosati, Porqueddu, Nicoletti.

Ho dovuto tagliare. Rosati è uscita per ragioni di famiglia. Ma gli altri due non potevamo permetterceli. Tagli dolorosissimi. Erano bravi, ma costosi. Ho dovuto licenziarli per tenere tutto il resto. Speravo che la parte commerciale decollasse, ma non è andata come speravo. Poi, a dicembre è stata fatta una riforma che ha ridotto le licenze per i ponti. Io li affitto, non li posseggo. La cosa ha richiesto un cambiamento costoso.

Ma il prodotto offerto dalla tua televisione in cosa si distingue nel sistema dei media locali? Cosa offre di diverso e di più nel campo dell'informazione?

Questo ci fa entrare in un discorso diverso. Ed è qui che nascono i veri problemi. E' chiaro che va offerto un prodotto che faccia venire la voglia di sintonizzarsi sul canale 677. Io avevo in mente un'informazione sul tipo di Sky, ma i miei collaboratori non mi hanno seguito

Certo, se si fa una copia di qualcosa, tanto vale vedere l'originale. Non cambiare abitudini. Diciamo che la competizione sembra aver aiutato più altri che voi. Rtr sembra essersi rivitalizzata.

Hai messo il dito nella piaga. Il contrasto tra me e lo staff nasce proprio dalla diversa idea che abbiamo di come andrebbe fatta l'informazione. A me piace Sky. ma non ho i mezzi di Murdoch e siccome i miei collaboratori non mi seguono ho deciso di lasciare. Speravo che i ragazzi, stimolati, stuzzicati, riuscissero a fare quello che io contavo di fare. Nello sport ci siamo riusciti e siamo i primi.

Ma sei davvero deciso a lasciare...? ( Chiamano da Milano. E' una delle due segretarie dello studio lombardo).

Sì, sì. Andremo avanti fino a quando non troviamo qualcuno interessato. Io mi sono affidato mani e piedi a Fioretti e Rosati, ma mi sono fidato troppo. Alla fine sembra che il problema sia che io urlo, non che non ci vedono. E se non ci vedono l'impresa non ha futuro. E a me interessa fare impresa, non di entrare nelle diatribe politiche.

Peccato.

Sì, peccato. Peccato soprattutto che questa città faccia passare la voglia d'investire a Rieti. La cosa che mi ha dato più fastidio sai cos'é?

Cosa?

E' stato che invece di capire lo sforzo, apprezzare quello che abbiamo cercato di fare, magari venire incontro ai ragazzi che hanno trovato un'occupazione, facendo anche esperienza, in troppi hanno risposto alla solita maniera disfattista del “ que te pensi de fa?” “ do bo' ji issu? “ .





giovedì 20 giugno 2013

Credi al rispetto delle regole? Sei solo una rompiscatole

Il paradiso, se c'è, non è per i vivi, ma beato il cittadino di un paese dove il vero " bene comune" è il rispetto delle regole.
Per capirlo bisogna sperimentare il benessere dato da un paese siffatto e il malessere prodotto da quello dove la regola è d'impaccio.
Me ne andavo verso il centro per affari miei, quando, attraversando il ponte che congiunge il vecchio borgo di Rieti al centro storico, vedo la solita scena che si presenta ad ogni vigilia festiva: le  luminarie vengono allestite in assenza di ogni rispetto della sicurezza, per il passante e per chi lavora. Sospeso nel cestello tenuto in alto da un braccio meccanico vedo l'operaio munito di utensili, ma non del casco.
Cerco un vigile a cui far presente la cosa, ma non ne vedo nemmeno uno.
Comincio a fotografare e attiro l'attenzione.
Mi avvicino al primo operaio e chiedo le ragioni per cui si stava lavorando sulla testa di passanti e ragazzini che transitavano sotto il cestello da cui sarebbe potuto cadere una pinza, un martello, una tenaglia, un pezzo di luminaria.
Il giovane mi chiede che me ne importa.
Spiego che sono una giornalista.
Comincia a maledire la categoria.
Mi avvicino e chiedo rispetto.
" I giornalisti mi fanno schifo, posso"?
L'uomo sul cestello, da lontano, mi fa segno di lasciar perdere il tipo con cui parlavo e abbassa il braccio meccanico.
E' accaldato e non più giovane, d'altronde alle 12 della mattina di questi tempi si bolle.
Spiego.
Mi prega di capire.
Mi dice che non indossa il casco perchè è caldo.
Non possono chiudere la strada, aggiunge, e non posso fare un lato per volta ( non saprei dire perchè).
Mi fa capire che è stanco morto e che è dall'alba che lavora.
Intanto quello giovane continua a urlare e a dare di matto.
Capisco che è il figlio della persona con cui parlo.
Il padre è una persona che si rende conto che ho ragione, ma le cose vanno sempre così.
Mi sento a disagio. Mi dispiace per lui, preoccupato doppiamente: " Non so più che fare con quello, mi dice"
Vorrei non aver iniziato.
Vorrei non dover provare disagio per essere convinta che il rispetto delle regole renderebbe tutto più facile, meno stupido, meno dannoso. 
Mi allontano dicendo al poveruomo che mi parla ( tale mi appare), che la colpa non è solo sua. D'altronde non c'è uno straccio di vigile nei pressi di lavori il cui committente è il Comune (sarà caldo...).
Mi allontano sentendo padre e figlio che litigano.
Ho la sgradevole sensazione di aver solo scatenato una rissa familiare.
In un paese dove le regole servono solo a costruire qualche business ( la formazione sulla Sicurezza non è più di quello) e ad essere trasgredite ( fatta la legge trovato l'inganno) sei solo una gran rompiscatole.
Rompiscatole. 


sabato 1 giugno 2013

Un mio vecchio amico, ma non vecchio, diventato assessore, ogni volta che scrivo qualcosa di critico, di costruttivamente critico, almeno nelle mie intenzioni, tira fuori il mio ego nel corso della discussione.
Ormai alle chiacchierate d'un tempo si sono sostituite le discussioni: maledetta politica che mi ruba da sempre gli amici.
Me li ruba trasformandoli in ciò che da amici criticavamo.
Non voglio evocare Circe, anche se, come la politica è tanto bella quanto maliardamente suinogena.
Comunque, il mio amico parla sempre del mio ego. Meglio, EGO.
Ora, al mio amico, se mi leggerà, vorrei dire che l'ego è sicuramente un energetico indispensabile se t'impegni in qualcosa che non produce guadagni.
Non è come fare l'assessore, per intenderci.
E dirò che io auspicherei un EGO più grande in chiunque sia impegnato a produrre qualcosa di utile per il bene collettivo. Un ego grande ti spingerebbe ad agire per essere apprezzato per le cose buone che fai e ad essere ricordato nella sotria locale come benemerito.
Ecco, oggi auguro al mio amico un ego meno miope  e narciso.
La storia lui la sa, perchè ha studiato: a forza di specchiarsi in solitudine nell'acqua del mare, laghi, paludi o pozze, ed in cerca solo della propria immagine si rischia di annegarci. Il brutto è che annega anche la città che l'ha votato.

venerdì 31 maggio 2013

Insulti a Franca Rame da Rinnovazione di Rieti. Il vero morto è chi li ha scritti



Ieri sulla pagina di Rinnovazione di Rieti qualcuno ha scritto :" Oggi alla notizia abbiamo tutti esultato col solito " EVVIVA". Ciao Franca, mò balla coi vermi troia".
Un amico mi ha invitato a partecipare alla protesta da esprimere con un raduno di piazza. Ho accettato, alla fine, ma senza troppo convincimento.
Credo che la mano che ha espresso sentimenti di una aggressività e irrispettosità morbose sia stata guidata da una mente che qualcuno ha nutrito di ignoranza e rigida appartenenza ad una ideologia di destra accecante.
A me fa profondamente pena.
L'insulto non cambia la storia appassionata ed elegante di cultura civile di Franca Rame.
L'insulto, l'ennesimo, ricevuto anche da morta, in quanto intellettuale di sinistra e, soprattutto, donna è solo l'espressione di una mente aggrumata intorno a qualche imbeccamento ricevuto da uno sventurato maestro ed incapace di esprimere sensatamente un sentimento ed un giudizio.
Non è necessario condividere idee e cultura politica per provare rispetto.
La vita di Franca Rame è stata pienamente ed utilmente vissuta. La persona che ha prodotto gli insulti è la vera morta: almeno per ora è solo un'anima morta. Una entità puramente anagrafica.
Gli (le?) augurò di essere raggiunta da una scintilla di vita. Provi a liberarsi dall'odio e a leggere un buon libro.


I capelli bianchi di Paola Concia

«La vera storia dei miei capelli bianchi» è un libro. Un bel libro. Una di quelle autobiografie che si sviluppano come un romanzo di singolare tessitura. E la vita dell'autrice, Paola Concia, ex parlamentare del Pd, di singolare ha tutto. È una donna, una bella donna, con una vocazione spiccata per l'atletica e per l'amore. Amore per le altre donne, perché Concia è lesbica dichiarata.

L'autrice nasce poco meno di cinquanta anni fa ad Avezzano. Sul libro lo si classifica come “meridione”. Di fatto, Avezzano lo è, ma nel libro la collocazione è più culturale che geografica. Una collocazione e  un tempo che parlano, senza bisogno d'altro, di uno spazio di vita angusto, chiuso ad ogni discordanza con una normalità data per scontata ed immutabile.

Devi conformarti! Questa è la regola delle comunità patriarcali, conservatrici, illiberali. E Avezzano questo chiedeva alla giovane ragazza che cresceva avvertendo e manifestando la sua originalità  alla maniera di ogni adolescente inquieto: con l'oscillazione continua tra concessioni alla libertà e sensi di colpa. Quando s'innamorerà per la prima volta di una donna sarà richiamata al dovere di essere “normale” e ci proverà in tutti i modi. Fino a sposarsi.

A richiamarla al dovere non sarà la famiglia. Sarà il solito amico di famiglia. Non sapremo mai se sua madre, una donna allegra, intelligente, protettiva e rispettosa della personalità stramba di sua figlia, venuta a mancare troppo presto, si sia mai accorta di aver messo al mondo una omosessuale. Né sembra averne contezza suo padre, per lungo tempo, né i tanti fratelli. Tutto avverrà più tardi, quando, ormai adulta e più forte, decide di smettere di “uccidere” la sua omosessualità, cioè la sua vera essenza, iniziando con la separazione dal marito.

Non voglio aggiungere altro per non togliere il piacere alla lettura del libro. Aggiungo soltanto che alla parte privata s'intreccia continuamente quella storico- politica. L'autrice ci offre uno spaccato d'Italia a partire dagli anni cinquanta che in tanti abbiamo conosciuto. Nella narrazione il privato si fa  politico, come si diceva negli anni settanta. La crescita della consapevolezza personale dell'omosessualità ed il bisogno di far lievitare la cultura dei diritti umani e civili avanzano uniti.

Paola Concia, da deputata, si è battuta con tutta la determinazione e la forza che le sono proprie al fine di ottenere una legge  a tutela delle persone lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali). Una legge che prevedeva l'allargamento agli omosessuali di quella Mancino, ovvero l'aggravante per  reati compiuti per discriminazione omofoba

Non ce l'ha fatta. Le resistenze in Parlamento sono state invincibili, a destra, ma anche a sinistra. Restiamo un fanalino di coda nell'etica civile e nella realizzazione vera del principio d'eguaglianza dei diritti prevista dalla Costituzione. Ci riteniamo un paese avanzato perché confondiamo l'avere con l'essere.

Qualcuno rimprovera alla ex deputata di aver esagerato nel forzare la mano. Anche dentro il partito del Pd, dove coesistono le anime del conservatorismo e quelle progressiste. Concia non solo si è battuta e si batte per i diritti delle persone lgbt e per il matrimonio dei gay, si è anche sposata in Germania con Ricarda Trautmann, criminologa tedesca. La cosa, naturalmente ha fatto scalpore.

Qualcuno è stato contento per lei. Altri hanno accettato la scelta, anche se con fatica,  di  due persone dello stesso sesso convolate a nozze come una coppia qualunque. Altri ancora hanno abbassato la leva  del pregiudizio: “strumentalizzazione ideologica”, ha scritto l'Avvenire. Ma la cultura, anche quella della Chiesa Cattolica, è una  creatura che procede come le lumache: lentamente, lasciando lunghe scie di bava, ma poi il cambiamento arriva, se si ha la pazienza d'insistere. Concia questo lo sa e non demorde.


Anche per questo ha accettato l'invito a parlare del suo libro a Rieti. Si potrà ascoltare il racconto della sua vicenda umana, di diritti degli omosessuali negati e le ragioni per cui sono dovuti. Capire perché solo dall'amore civile e religioso può nascere la comprensione di qualcosa che in alcuni produce addirittura repulsione. Quanto ha impiegato l'umanità, d'altronde, a capire che era la schiavitù ad essere ripugnante e non sedere accanto ad una persona di pelle nera sul bus o al ristorante?

«Cara Ricarda e cara Paola, ho oltre 80 anni e neanche per me è stato facile capire ed accettare fino in fondo. Ma quello che voglio dirvi è che né a me né ad altri dovete rendere conto, ma solo l'una all'altra. Perché il diritto di amarvi è scritto più in cielo che in terra. In paradiso i matrimoni non ci sono, ma l'amore sì». Così il padre dell'autrice in una lunga e commovente lettera scritta in occasione del matrimonio.

Paola Concia sarà a Rieti il 7 Giugno, alle ore 17.30, presso la biblioteca comunale.

venerdì 5 aprile 2013

Sviluppo locale e capacità di fare squadra


Qualche anno fa, chi avesse utilizzato un motore di ricerca on line per avere notizie sul nostro territorio, cliccando su “Provincia di Rieti” avrebbe aperto una pagina con la scritta “Sabina attraente per natura”. Una promessa non ingannevole, perché la nostra terra è davvero magnifica, prolifica di beni naturali, di storia, di paesaggi generosi di bellezza.

Altro discorso è quando si parla di cultura, intesa come modalità di rapportarsi con gli altri e con il mondo circostante. In questo caso a dominare è la chiusura, l'egocentrismo, la diffidenza, l'incapacità ad aprirsi alla cooperazione per rispondere ai cambiamenti prodotti dalla post- modernità. Ognuno per sé e dio per tutti è il valore condiviso da un mondo antropologicamente fermo al contesto contadino e valligiano, cosa che complica l'intrapresa economica di chi non trova sostegno in reti fiduciarie. Un valore che accomuna società civile, istituzioni e mondo politico. 

Ad un incontro organizzato la scorsa settimana al Teatro di Cristallo di Rieti, da Slow Food reatino per far conoscere la filosofia  dell'associazione che promuove la cultura del cibo di qualità, dell'agricoltura compatibile e della sostenibilità ambientale, c'era tanta gente e diversi produttori locali, tra i quali il giovane proprietario di un'azienda agricola ed agrituristica del comune di Contigliano,“Le Chiuse di Reopasto”, Vittorio Piozzo di Rosignano. Mi è sembrato interessante intervistarlo, per conoscere i problemi di chi investe soldi ed energie sul nostro territorio. 

Mi racconti qualcosa di lei, cominciando dal cognome che mi sembra poco reatino

Sì, mio padre è di Torino, mentre mia madre è di Roma. L'azienda è sempre stata trasmessa per via femminile, per cui i cognomi sono cambiati. I proprietari originali sono i Vitelleschi, presenti a Labro dal '300. La proprietà è sempre stata tramandata quindi è sempre stata curata e preservata da interventi ecologicamente dannosi. I miei genitori per lo più vivono a Torino e per questo sono più io ad occuparmi dell'azienda.

Bene. Che tipo d'azienda è questa?

È un'azienda a filiera chiusa. Quello che produciamo nei nostri campi al 90%viene riutilizzato in stalla per i nostri animali, da sempre alimentati dai nostri prodotti. Avevamo scelto, per un fatto puramente burocratico, di non aderire al disciplinare, ma ora siamo in conversione biologica, in attesa della certificazione per avere il marchio di biologico. Una  procedura complessa e lunga, due anni. Noi abbiamo chiesto di poter accelerare, visto che siamo da sempre, di fatto, biologici, ma non si può. Comunque, le regole vanno accettate (sana cultura asburgica ndr). 

Da quanto mi ha detto Monica (Monica Luchetti, una giovane ed efficiente collaboratrice) fate anche una certa sperimentazione

Sì, nel nostro piccolo (ride). Proviamo a mescolare i diversi grani con cui fare la pasta e le farine. I nostri grani sono antichi e geneticamente incrociati ma non modificati, ad esempio Saragolla, detto dei faraoni, e Cappelli.

E in quale mercato collocate i prodotti? Solo reatino?

Rieti e Roma. La nostra, per ora, non è una grande produzione. Abbiamo anche quattro mini appartamenti ed uno più grande, oltre un ristorante e locali per cerimonie. L'unico problema è che sembra che i romani non conoscano Rieti.

Come è possibile?

Me lo chiedo spesso anch'io. Questa è' una zona bellissima, relativamente distante da Roma. E poi Rieti è il centro d'Italia, ma è molto mal collegata. È strano, ma mi succede spesso di sentirmi chiedere dov'è Rieti.

Forse dipende da noi che non sappiamo, o vogliamo, farci conoscere. La mancanza di strade comode non impedisce a certi luoghi di essere molto frequentati. Pensiamo all'Umbria

Beh, sì. A volte mi chiedo se i reatini siano chiusi per colpa dei cattivi collegamenti o se quelli dipendono dalla volontà di restare isolati. Un isolamento che ha aiutato il territorio a preservarsi, ma per i giovani è un problema trovare lavoro. E così il territorio si svuota di risorse umane.

In effetti la promozione del territorio è fondamentale e la voglia di aprirsi al mondo anche. Poi, qui vicino c'è Greccio.

Sì, e San Francesco ha vissuto qui a lungo, ma non lo sa nessuno: sembra che appartenga solo all'Umbria. Manca lo sviluppo anche dei percorsi francescani. Il Cammino di Francesco, ad esempio, passa molto sulla strada asfaltata. Questo succede perchè il Velino forma una barriera, ma basterebbe qualche ponticello per risolvere il problema e rendere più piacevole l'itinerario. Passare su un sentiero alberato e non sotto il sole, senza motori che ti sfrecciano vicino, credo sarebbe meglio, no? Sembrava che la Fondazione Varrone avesse dato la disponibilità per finanziare un ponte nella zona di Montisola, ma non se n'è fatto niente.

Certo, non deve essere piacevole per un pellegrino camminare su una strada asfaltata.

Sì, infatti. Noi abbiamo un nostro passaggio per arrivare al santuario. Ci si arriva con mezz'ora di salita. La Provincia ci aveva chiesto se volevamo renderlo percorribile anche dai pellegrini. Abbiamo dato la disponibilità a patto che il sentiero fosse curato, messo in sicurezza. I nostri animali pascolano allo stato brado ed il contatto potrebbe essere insicuro. Comunque, per noi sarebbe stato un disagio, ma volentieri ci saremmo prestati a trovare soluzioni. Credo sia mancata la disponibilità di altri abitanti del posto. E comunque non abbiamo saputo più niente. Tante belle iniziative finite nel nulla.

Come vogliamo concludere?

È difficile per un privato sviluppare le forze da solo. Un privato deve avere alle spalle qualcuno che promuova lo sviluppo del territorio. Non c'è speranza di crescere senza l'impegno delle istituzioni e lo spirito di cooperazione dei privati, uniti in una visione di sistema. E' un problema italiano, non solo locale, non si riesce a crescere perchè non sappiamo fare squadra. Ad esempio, non siamo riusciti a trovare un mulino in questa provincia per macinare il nostro grano e siamo costretti a rivolgerci a Pescara. Diventa tutto più complicato. Un peccato.

Grazie 

giovedì 29 novembre 2012

Urbanistica " cartina di tornasole"


Ha straragione Andrea Cecilia, ingegnere e assessore della nuova maggioranza comunale, quando dice che l'urbanistica non è solo edilizia. Ricordarlo serve e come in un paese come l'Italia ed in un territorio come quello reatino, dove da decenni si sacrifica l'ambiente alle esigenze del mercato delle costruzioni, considerando il saccheggio di suolo la colonna portante, quasi unica, di quello economico. Un sacrificio senza sacralità e senza altra prospettiva che l'accumulo forsennato di guadagni e di cubature ormai in esubero rispetto ai bisogni demografici.

Ha ragione l'assessore Cecilia a sostenere una urbanistica pensata come recupero del tessuto urbano ed è sacrosanto che un amministratore si preoccupi del futuro di una città abbandonata da troppo tempo all'ingordigia di un Moloch senza prospettive e qualità, come è il settore edilizio. Un Moloch sempre in marcia e senza indirizzo, avendo ai suoi comandi la politica.

Il paesaggio rappresenta una cartina di tornasole, un test per intendere come il cittadino vive se stesso in rapporto all´ambiente e alla comunità che lo circondano”,dice Salvatore Settis, archeologo, storico dell'arte e giurista, in una intervista. Che rapporto ha il reatino con il suo ambiente? Da troppo tempo di puro opportunismo . Ogni spazio è vissuto come vuoto da riempire, invece che da valorizzare. Si agisce come se esistesse solo un dissennato presente. Un presente miope, spiccio, indifferente alla qualità ed incapace di pensare alle generazioni future.

Quanta gratitudine e rispetto proviamo difronte alla bellezza delle città rinascimentali? Quanto orgoglio nutriamo nell'attraversare piazze e vie rese immortali dall'amore per il bello che ne hanno guidato la realizzazione e che ci fanno ammirare dal mondo? E quali sentimenti proveranno i nostri pronipoti nei confronti dei brutti quartieri dove vivranno e di anonimi spazi rubati alla natura? Ogni volta che si agisce in modo invasivo nei confronti dell'ambiente, del paesaggio e della fisionomia urbana bisognerebbe chiederselo.

Ha ragione l'assessore Cecilia, l'urbanistica deve puntare al recupero ed alla riqualificazione di quartieri obsoleti e delle aree dismesse. Soprattutto, ha ragione nel dire che l'urbanistica non può prescindere dall'idea generale di città, dalle attività produttive e dallo sviluppo che si vogliono favorire. Se l'idea di città è quella a cui sta lavorando l'assessore all'ambiente Ubertini, la eco compatibilità dovrebbe essere la caratteristica fondante della nuova urbanistica reatina.

Una urbanistica attenta all'uso razionale delle fonti rinnovabili e dell'energia, disegnata per un territorio dove si favorisce la promozione della green economy in tutte le declinazioni possibili . Dove si incentivano produzioni nuove, come quella della coltivazione del luppolo, materia prima necessaria alle due aziende d'eccellenza produttrici di birra della nostra provincia: quella di “ Alta quota”, di Cittareale, reduce da un recente successo ottenuto al Salone del gusto di Torino grazie alla birra spalmabile, realizzata in collaborazione con la Cioccolateria di Napoleone di Rieti, e quella di Borgorose, “ Birra del borgo”.

Un territorio dove il turismo può diventare realisticamente concorrenziale grazie ad un Terminillo che diviene parco e che ammoderna le sue infrastrutture sciistiche, oltre che ad una storia francescana messa a sistema e capace di renderci unici ed attrattivi, nonostante la povertà delle infrastrutture viarie, creando lavoro. La recente indagine del Sole24Ore ci vede come provincia al 101nesimo posto su 107 per appeal turistico. Inutile recriminare e perdere tempo ad inseguire le responsabilità. Quello che conta è che da uno stato tanto miserabile si esca al più presto.

Alla luce di quanto detto, ha ragione l'assessore Cecilia anche a non essere convinto dai programmi integrati realizzati dopo un bando della precedente amministrazione, considerando che sarebbe la continuazione di ciò che è stato: cementificazione e degrado di una città trattata come generica periferia, invece che come storica città capace di custodisce e valorizzare i suoi tratti identitari.

Ha torto, però, l'assessore, lo dico con il rispetto che merita una persona prestata da poco alla politica e sicuramente competente e desiderosa di far bene, a non comprendere le esigenze di coloro che, rispondendo ad un bando comunale di ieri, oggi vorrebbero conoscere al più presto che fine faranno i progetti per cui stipularono con le banche contratti di fideiussione, oltre che le prospettive del loro settore produttivo, a detta di tutti in crisi.

E sarebbe utile sapere quale tipo di strumento urbanistico ritiene essere più efficace per una edilizia di qualità e sostenibile. Pensa sia meglio tornare all'antico, ovvero al Prg, che, con le sue varianti e grazie alla 167, ha consentito alla politica di cambiare in peggio il volto della nostra città e delle sue periferie, oppure crede che a favorire l'edilizia rigeneratrice si presti di più lo strumento “ piano integrato di riqualificazione urbana”?
E cosa pensa esattamente, Cecilia, dell'Urban Center, nato a Rieti quando era assessore Chicco Costini? Come ogni strumento, un Urban Center può essere usato bene ( in tante città italiane, e non, funziona benissimo) o male. Può essere un progetto che resta sulla carta, oppure a creare uno spazio necessario al confronto, alle proposte, all'informazione, al dibattito ed alla trasparenza. Cose necessarie a fare dell'urbanistica qualcosa di molto diverso rispetto a ciò che è stata fino ad oggi. Una differenza di cui questa città ha un grande bisogno.