martedì 6 dicembre 2011

Costini ed altre candidature

Per ora i possibili papabili del centrodestra per la poltrona di primo cittadino sembrano essere l'attuale presidente del Consiglio Comunale, Gianni Turina, da lungo tempo sulla scena politica e Antonio Perelli, il “ Signor milletessere”, appellativo felice di Felice Costini. Un “ Signor milletessere” che a detta dei colleghi di maggioranza, lo stesso Costini ed Imperatori, ha fatto poco e niente come assessore delle “ Attività produttive”. Valutazione condivisa da negozianti, albergatori, artigiani e cittadini. I primi lamentano l'inesistenza da parte del Comune di qualsivoglia misura a favore delle loro categorie, abbandonate alla crisi, nazionale e locale, dopo gli annunci di piani e provvedimenti mai realizzati.

Il“ recupero del centro storico”, era stato promesso. Basta farsi un giro per vedere di cosa si parla. I locali comunali dei portici di Piazza Vittorio Emanuele, vetrina naturale della città, sono spazi abbandonati alla sciatteria ed all'abbandono, con effetti negativi immediati sulle attività commerciali limitrofe. Per non dire dell'uso che si fa della piazza stessa, come il triste mercato mensile della Coldiretti (serbatoio di voti, però). E cosa combinare di peggio a dei negozianti che cercano di sopravvivere all'impoverimento sociale, se non iniziare i lavori per il recupero del mercato coperto, per poi sospendere tutto lasciando che topi e sporcizia disgustino i clienti (che non trovano nemmeno un parcheggio, visto che non è limitato) ?

Ed il rilancio turistico del Terminillo a che punto è? Ed il progetto per la costituzione dell'Ente Fiera della città di Rieti? Se Perelli pensa di candidarsi alla funzione di sindaco dovrà elencare le cose fatte, sottraendole alle promesse, oltre che dimostrare l'assiduità della presenza alle attività comunali. Più interessante è la candidatura dell'ex assessore Costini, sostenuta da una lista civica. Interessante perchè l'uomo è tanto prigioniero della cultura fascista (pensa , curiosamente, che l'Inghilterra, origine e tuttora protagonista di uno dei Welfare State più solidi d'Europa, sia priva di un Servizio Sanitario Nazionale, confondendo la “ Perfida Albione” con gli Usa), quanto capace di agire da battitore libero. In caso di ballottaggio potrebbe fare la differenza.

Ho incontrato Costini lunedì scorso al caffè preferito da Area, la sua associazione culturale. La ragione dell'incontro a cui gentilmente si è prestato è l'importanza che assegna al programma più che allo schieramento. Cosa, francamente, che sembra mancare anche a sinistra. Un programma che suona convincente, al di là che sia di sette pagine, dal fatto che è basato su dati di fatto come il “ progetto Plus”, presentato in Regione da assessore all'Urbanistica. Un progetto che, se finanziato, potrebbe davvero servire alla valorizzazione del centro storico.

Come convincenti sono, al di là delle opposizioni alquanto ideologiche messe in campo, l'Urban Center ed i Piani integrati, utili al recupero, finalmente, delle aree ex industriali realizzati con la collaborazione dell'Università reatina. Un recupero basato sulla “ interazione pubblico-privato” e sulla trasparenza. Una trasparenza assente negli ultimi trenta anni e che ha visto l'uso selvaggio della 167 in nome della quale sono nate le lottizzazioni trentennali con cui è stato divorato tanto del nostro patrimonio verde (ndr) e con cui sono state messe quasi a morte attività storico-produttive come quelle del Molino del Cantàro. Una risorsa produttiva e patrimonio storico collettivo scelleratamente sottovalutato dai nostri amministratori, come fatto anche per l'Istituto Strampelli.

“ Rieti, come dice Diego Di paolo, non ha niente di grande, ma ha tante ricchezze piccole che vanno messe a sistema”, dice Costini citando il “ padre” del Cammino di Francesco. Da sindaco lavorerei per questo. Alla domanda se farebbe assessore Di Paolo, risponde che no, sarebbe sprecato. “Meglio sarebbe se guidasse una struttura comunale per la gestione turistica”. Ce la farà Costini a far vincere di nuovo la destra ed a ricevere sufficiente consenso per realizzare l'ambizioso programma?

Come direbbe Shakespeare, inglese vissuto nel secolo in cui, nel 1601, veniva promulgata la “ Poor Law ”, la legge sui poveri, embrione del futuro Welfare State: “Oh se fosse dato all'uomo di conoscere la fine del giorno che incombe! Ma basta che il giorno trascorra e la fine è nota”.


sabato 19 novembre 2011

Se l'Ici fa più paura del default


All'estero tutti si sono domandati per anni cosa fosse successo al nostro paese, guidato da una personalità tanto attratta dal comando, quanto poco disposta ad indossare panni da statista. Le corna fatte in una foto di gruppo istituzionale, la telefonata mentre Merkel aspettava basita, il famoso e sgradevole a dirsi bunga-bunga, le amicizie cafone e chi più ne ha più ne metta, sono state vissute con divertimento solo da chi sottovaluta il valore dello “ stile” in chi è chiamato a decidere per una nazione. Come e più del solito in questo caso la forma è sostanza.

Chi scrive non si è divertita. Negli anni ho misurato gli effetti che l'Italia ha subito dal quasi ventennio berlusconiano: Impoverimento di ricchezza, di cultura, di senso del limite, di capacità di apprezzamento del bello come misura ed equilibrio; impoverimento di risorse umane. E' quotidiana l'esperienza di giovani italiani e reatini fuggiti all'estero. E' quotidiana la scoperta di nuove esasperazioni di diverse categorie sociali e produttive. L'Italia non è un paese povero, o almeno ancora non lo è in modo vistoso. L'Italia è un paese improduttivo e sfiancato dal debito pubblico.


Da troppo tempo il nostro paese è prigioniero di interessi singolari, di posizioni di rendita, di categorie gelose di privilegi acquisiti che non si vogliono mollare, costi quel che costi. E tutto questo tende a permanere mentre l'Europa e il mondo sono scossi da trasformazioni epocali. Il '900 ha portato via con sé un mondo straordinariamente diverso dall'attuale. Quando si dice globalizzazione non si pensa mai abbastanza al suo significato. Oggi le nostre vite non sono più all'interno di perimetri cittadini o nazionali. Oggi il perimetro è il mondo.


Il mercato e la finanza, in tutto ciò, producono effetti complessi e bisognosi di altrettanto complesso governo. A noi poveri mortali non resta che cercare di confidare nel buon senso e nella perizia di chi ha il compito di prendere decisioni. Del bellissimo discorso fatto dal professor Monti, ora capo del Governo, ho condiviso con emozione tutto. Un passaggio, tuttavia, mi è sembrato particolarmente apprezzabile. E' stato quando ha sottolineato l'ingiustizia del sentimento di antipolitica che ci caratterizza da tempo.


Come lui ritengo che la società civile non sia migliore della classe politica. Leggendo oggi quanto scritto nell'articolo intitolato” Paolucci(Uil):con reintroduzione Ici tassa da 56 euro per i reatini” ne ho avuto ulteriore conferma. Mi domando come sia possibile che un sindacalista scriva cose del genere. L'abolizione dell'Ici sulla prima casa, (tassa presente in tutta Europa), è stata una scelta tanto demagogica quanto sciagurata. Ha prodotto l'impoverimento dei comuni, costretti quasi tutti ad operazioni “ creative” di bilancio per poter soddisfare il mantenimento di servizi pubblici.


Ha accelerato la devastazione ambientale, visto che quasi tutti i comuni hanno fatto uso dello strumento urbanistico per fare cassa. E se il sindacalista non se ne fosse accorto, il Governo è caduto non perchè avesse avuto la sfiducia o fosse andato in minoranza. E' semplicemente stato sostituito dal Presidente della Repubblica, il cielo ce lo conservi, perchè ritenuto non all'altezza del compito di governare la crisi galoppante di cui tutti ormai hanno contezza.


Senza piagnistei dovremo tutti accettare ragionevoli ed equi sacrifici. Dovremo farlo per senso di responsabilità e per la consapevolezza che l'alternativa è la recessione, ovvero la caduta nella povertà innanzi tutto di quelli di cui oggi sembra preoccuparsi il sindacalista. Fossi in Paolucci mi preoccupere, piuttosto, del tracollo della Ritel e dei tanti totem che bloccano la riforma del diritto del lavoro. E penserei alle centomila ritel italiane che l'ottimismo e la demagogia berlusconiana ha prodotto. Non è più il tempo di sortite speciose.

Le candidature raccogliticce del PD


l bailamme pubblico delle candidature che sta interessando il Pd, mentre il Pdl da tempo appare scosso da divisioni drammatiche, segnate anche da denunce come quella del sindaco Emili verso Costini, alla città, come alle sue stelle, non resta che stare a guardare. Ma qualche riflessione sul tema del “buono e cattivo governo” della città e sulla funzione di un sindaco male non farà. E dunque, cosa significa ricoprire il ruolo di primo cittadino?

 Va da sé che la qualità di un amministratore, dipende dalla funzione che gli si riconosce. Chi è interessato all'occupazione del potere, si curerà più delle conseguenze che ne derivano per sé o per la “ditta”, orrendo termine bersaniano per intendere il partito, che di rendere la città viva, vitale, accogliente e produttiva. In questo caso dopo l'elezione farà prima a tirar fuori dal cassetto il manuale Cencelli con cui scegliere i tecnici, gli assessori ed i collaboratori di varia natura che a ringraziare per la fiducia gli elettori. Le conseguenze sono danni a non finire a scapito della cosa pubblica.

È in nome dei danni compiuti dalla maggioranza che l'opposizione, di solito, le subentra. Quando, nonostante la portata dei danni, l'opposizione non riesce nel compito di mandare a casa la maggioranza, qualcosa di sbagliato c'è. E se invece di fare una onesta analisi di ciò che andrebbe mutato e migliorato, si perpetua nell'errore, non dovendo mai pagare per quelli computi, la sconfitta è scontata e meritata.

Se si dà, poi, l'impressione che un partito sia qualcosa di chiuso, in balia di poteri consolidati e non scalfibili, una specie di “cosa nostra” impenetrabile, strumento di conquista personale, puro esercizio di potere e di cooptazione per “famigli”, fedeli e familiari, da destinare a qualche posticino pubblico messo a disposizione dal consociativismo partitocratico (prescindendo dai meriti e dalle competenze), si fa un cattivo servizio al partito ed alla collettività. Al partito, perché difficilmente acquista consenso. Alla collettività, perché solo la competizione tra migliori aumenta la possibilità di governi migliori.

Il metodo, aveva ragione Cartesio, guida le scelte e ne tradisce gli intenti. Il metodo raccogliticcio che sembra guidare il Pd reatino nell'individuazione del suo candidato per le prossime comunali parla delle ragioni per cui da venti anni non riesce a mandare a casa la destra. Parla dell'assenza di strategia e di insipienza nel preparare per tempo il ricambio. Insipienza da cui nasce la necessità di ricorrere a proposte dell'ultimo minuto. Da decenni, le candidature arrivano sul filo dell'improvvisazione e del ripiego. Segno della limitata disponibilità di persone ritenute di qualità interne al partito.

Oggi, la scelta del “papa straniero” si deve soprattutto alle divisioni correntizie ed ai calcoli tribali. Tribalismo che prima di tutto esclude candidature femminili. Eppure di donne nel Pd ce ne sono. Ad iniziare dalla segretaria cittadina. Un tribalismo partitocratico dove ognuno cerca di arare il proprio campicello. Dove si sostengono candidature difficilmente vincenti (quelle più solide, Claudio Di Berardino e Paolo Annibaldi si sono allontanate subito dopo uno strano sondaggio). Candidature di ripiego, lo dico senza offesa.

E a proposito di divisioni. È da qualche giorno che su questo giornale compare il testo del comunicato di “Area Dem” (ex democristiani) che organizzava pullman per l'Assemblea Regionale di Roma di Giovedì tre novembre, in vista della manifestazione di sabato voluta dal segretario ex Pci, con la contrarietà di ex democristiani come Follini. Accanto al comunicato non c'è la foto di Anna Maria Massimi, segretaria cittadina del Pd, ma quella di Giuseppe Martellucci, coordinatore provinciale dell'area. Un tempo si sarebbe detto corrente. Una delle circa venti, aree nate nel Pd dopo il suo ultimo Congresso, dove si è esaltato il principio di unità.

L'area ha un non so che di immateriale e di arioso, non fa pensare ai confini chiusi che la perimetrano. Le correnti appena le nomini ti viene da starnutire. Eppure le aree per il Pd sono peggio di quello che le correnti furono per la Dc. Le correnti producevano lotte intestine, ma erano anche un segno di pluralismo dialettico, capace di produrre la famosa sintesi politica.

Chi votava per la Dc sapeva per cosa lo faceva. Le aree rappresentano la frammentazione della proposta, il tutto ed il suo contrario. Una moltiplicazione di posizioni che non rassicurano l'elettore. Che non convincono. Che irritano e deludono. E non è un caso che l'indebolimento berlusconiano non si accompagni all'aumento del consenso per il PD.

 Rischio che il Pd corre anche a Rieti dove la pessima prova della giunta Emili (mi scuserà il mio conterraneo, per cui, l'ho scritto altre volte e lo ripeto, provo sincera simpatia umana, ma tant'è) non necessariamente si tradurrà nella vittoria. E intanto nel cittadino cresce la sfiducia verso una politica che sembra aver smarrito il suo senso vero: governare al meglio la res publica. Forse a qualcuno conviene. Le stelle se ne ridono. Per i cittadini è una tragedia.

venerdì 18 novembre 2011

Asm: tra vertenze e inciviltà

Sono stata dal direttore generale Gianani per chiedergli se davvero le notizie diffuse da alcuni organi di stampa su difficoltà a portare avanti le sue strategie aziendali sono vere. La risposta è stata un'espressione tranquilla e un «non è vero niente». «Ma ho letto che ancora non avete presentato il bilancio e che anche Polverini sarebbe irritata per il suo operato, non rispettoso del decreto 80 sulla riorganizzazione ospedaliera», insisto.

«Se così fosse avrei ricevuto qualche chiamata. E invece le uniche telefonate che ricevo da Roma è per mettere a punto questioni tecniche. Riguardo al bilancio, il limite del 30 aprile è stato spostato al 3 giugno e non si possono decidere le strategie se non si conoscono le coperture su cui poter contare». «Ma qualcuno scrive che addirittura potrebbe lasciare l'incarico», lo incalzo. «Senta, io lavoro con i miei collaboratori tutto il giorno ed ho progetti importanti da portare avanti per la sanità sabina. Non ho nessuna intenzione di lasciare e chi dice queste sciocchezze non sa di cosa parla».

A questo punto ci sediamo e quello che segue sono le riflessioni prodotte da quanto ascoltato. Gianani ha ragione nel dire che gestire la sanità laziale, gravata da un debito che rappresenta il 30% dell'intero debito nazionale, dovendo rispettare le leggi nazionali ed i decreti regionali, richiede una bella dose di coraggio. Come ti muovi, ti fulminano. E chiunque fosse chiamato a farlo, se persona seria e non incline alla furbizia, di fulmini ne avrebbe ricevuti quanti ne arrivano a lui.

Pazientemente mi fa notare, con cifre e dati, che recuperare venti anni di arretratezze del sistema sanitario, in condizioni debitorie emergenziali, se non sei coraggioso ti mette solo voglia di dartela a gambe. E come non capirlo? Come non capire che dire ospedale “di” non significa specificarne la proprietà, ma denotarne solo l'ubicazione. Che una sanità che funziona produce buoni servizi e salute e non debiti.

Che le strutture sanitarie di una regione, dopo il decreto legge 56/2000 e l'abolizione del Fondo Sanitario, scaricano i loro disavanzi sul bilancio della Regione e che la visione proprietaria di un ospedale “sotto casa” è insensata, in quanto i costi ed i debiti che produce sono a carico di tutti, mentre non garantisce buone cure.

E davvero qualcuno può negare che i cittadini di Magliano, come quelli dell'intera regione, oggi scontano le colpe di una politica, di destra e di sinistra, preoccupata soltanto di non perdere i consensi e tutt'oggi demagogica nel far credere ai propri cittadini che chi chiude un ospedale non più al passo con i tempi “ attenta alla loro salute”?

Quello che serve oggi è un vero impegno a favore di un riordino sanitario, indispensabile e non rinviabile, rapido e democratico, che assicuri cioè prestazioni a tutti attraverso la medicina territoriale e che non faccia morire gli ospedali generali periferici come il nostro. Ospedale che con la nascita delle macroaree rischia di diventare solo un cronicario, come mi dice spesso Angelo Dionisi. Questi sono i problemi che abbiamo e invece sembra che tutto si risolva col salvare l'oculistica di Magliano.

Nonostante la distanza che mi separa dalla sua posizione politica, riconosco ad Antonio Cicchetti l'onestà ed il coraggio di dire le cose come sono: il Marini era una struttura - frutto di una donazione -un tempo indispensabile, ma capace da anni di assicurare solo posti di lavoro. Ma è difficile accettare la crudezza della verità. E anche in questi giorni si preferisce dar retta a chi diffonde false illusioni (vedi Nobili o Cicolani), mentre si fa del tutto per attaccare l'operato di un direttore generale che, nei limiti del consentito dalle condizioni date, cerca di assicurare iniziali presidi che alleggeriscano la condizione degli utenti della sanità.

L'aver dotato le farmacie del servizio di prenotazione per le visite specialistiche al Cup, è piccola cosa, forse, ma è stata fatta con poca spesa e sicuramente sarà di sollievo per tanti anziani che vivono nei territori periferici sabini. Come trovo apprezzabile l'impegno ad attivare l'Hospice, portando da 4 a 10 l'offerta di posti letto. Per non dire dell'emodinamica che si sta cercando di far funzionare per 24 ore.

E la proposta di utilizzare i duemila e passa metri quadrati, ormai inutilizzati, del vecchio ospedale Marini per la medicina integrata avanzata non è per niente una proposta pittoresca. L'agopuntura, l'omeopatia, ed altre medicine un tempo solo orientali, ormai trovano un largo uso in tutto il mondo. Diventare un centro di offerta di prestazioni mediche considerate ormai complementari a quella cosiddetta allopatica, aprirebbe il territorio maglianese e sabino ad un mercato di tutto rispetto.

Saluto il dottor Gianani mentre entra un indaffaratissimo Adalberto Festuccia. Siamo alle tre del pomeriggio. Non posso andarmene senza fare i complimenti al dg per essersene infischiato dello spoil system e per averlo confermato come direttore amministrativo. 

martedì 14 giugno 2011

Gianani smentisce




Sono stata dal direttore generale Gianani per chiedergli se davvero le notizie diffuse da alcuni organi di stampa su difficoltà a portare avanti le sue strategie aziendali sono vere. La risposta è stata un'espressione tranquilla e un «non è vero niente». «Ma ho letto che ancora non avete presentato il bilancio e che anche Polverini sarebbe irritata per il suo operato, non rispettoso del decreto 80 sulla riorganizzazione ospedaliera», insisto.

«Se così fosse avrei ricevuto qualche chiamata. E invece le uniche telefonate che ricevo da Roma è per mettere a punto questioni tecniche. Riguardo al bilancio, il limite del 30 aprile è stato spostato al 3 giugno e non si possono decidere le strategie se non si conoscono le coperture su cui poter contare». «Ma qualcuno scrive che addirittura potrebbe lasciare l'incarico», lo incalzo. «Senta, io lavoro con i miei collaboratori tutto il giorno ed ho progetti importanti da portare avanti per la sanità sabina. Non ho nessuna intenzione di lasciare e chi dice queste sciocchezze non sa di cosa parla».

A questo punto ci sediamo e quello che segue sono le riflessioni prodotte da quanto ascoltato. Gianani ha ragione nel dire che gestire la sanità laziale, gravata da un debito che rappresenta il 30% dell'intero debito nazionale, dovendo rispettare le leggi nazionali ed i decreti regionali, richiede una bella dose di coraggio. Come ti muovi, ti fulminano. E chiunque fosse chiamato a farlo, se persona seria e non incline alla furbizia, di fulmini ne avrebbe ricevuti quanti ne arrivano a lui.

Pazientemente mi fa notare, con cifre e dati, che recuperare venti anni di arretratezze del sistema sanitario, in condizioni debitorie emergenziali, se non sei coraggioso ti mette solo voglia di dartela a gambe. E come non capirlo? Come non capire che dire ospedale “di” non significa specificarne la proprietà, ma denotarne solo l'ubicazione. Che una sanità che funziona produce buoni servizi e salute e non debiti.

Che le strutture sanitarie di una regione, dopo il decreto legge 56/2000 e l'abolizione del Fondo Sanitario, scaricano i loro disavanzi sul bilancio della Regione e che la visione proprietaria di un ospedale “sotto casa” è insensata, in quanto i costi ed i debiti che produce sono a carico di tutti, mentre non garantisce buone cure.

E davvero qualcuno può negare che i cittadini di Magliano, come quelli dell'intera regione, oggi scontano le colpe di una politica, di destra e di sinistra, preoccupata soltanto di non perdere i consensi e tutt'oggi demagogica nel far credere ai propri cittadini che chi chiude un ospedale non più al passo con i tempi “ attenta alla loro salute”?

Quello che serve oggi è un vero impegno a favore di un riordino sanitario, indispensabile e non rinviabile, rapido e democratico, che assicuri cioè prestazioni a tutti attraverso la medicina territoriale e che non faccia morire gli ospedali generali periferici come il nostro. Ospedale che con la nascita delle macroaree rischia di diventare solo un cronicario, come mi dice spesso Angelo Dionisi. Questi sono i problemi che abbiamo e invece sembra che tutto si risolva col salvare l'oculistica di Magliano.

Nonostante la distanza che mi separa dalla sua posizione politica, riconosco ad Antonio Cicchetti l'onestà ed il coraggio di dire le cose come sono: il Marini era una struttura - frutto di una donazione -un tempo indispensabile, ma capace da anni di assicurare solo posti di lavoro. Ma è difficile accettare la crudezza della verità. E anche in questi giorni si preferisce dar retta a chi diffonde false illusioni (vedi Nobili o Cicolani), mentre si fa del tutto per attaccare l'operato di un direttore generale che, nei limiti del consentito dalle condizioni date, cerca di assicurare iniziali presidi che alleggeriscano la condizione degli utenti della sanità.

L'aver dotato le farmacie del servizio di prenotazione per le visite specialistiche al Cup, è piccola cosa, forse, ma è stata fatta con poca spesa e sicuramente sarà di sollievo per tanti anziani che vivono nei territori periferici sabini. Come trovo apprezzabile l'impegno ad attivare l'Hospice, portando da 4 a 10 l'offerta di posti letto. Per non dire dell'emodinamica che si sta cercando di far funzionare per 24 ore.

E la proposta di utilizzare i duemila e passa metri quadrati, ormai inutilizzati, del vecchio ospedale Marini per la medicina integrata avanzata non è per niente una proposta pittoresca. L'agopuntura, l'omeopatia, ed altre medicine un tempo solo orientali, ormai trovano un largo uso in tutto il mondo. Diventare un centro di offerta di prestazioni mediche considerate ormai complementari a quella cosiddetta allopatica, aprirebbe il territorio maglianese e sabino ad un mercato di tutto rispetto.

Saluto il dottor Gianani mentre entra un indaffaratissimo Adalberto Festuccia. Siamo alle tre del pomeriggio. Non posso andarmene senza fare i complimenti al dg per essersene infischiato dello spoil system e per averlo confermato come direttore amministrativo. 

sabato 28 maggio 2011

Se la Commissione sottovaluta i rischi-All'Aquila sette commissari a giudizio

In un articolo mai pubblicato ( non piaceva al direttore del giornale con cui collaboravo), scritto poco dopo il disastroso terremoto dell'Aquila, dove tre giovani reatini, Luca Lunari, Valentina Orlandi, Michela Rossi, persero la vita, sostenevo che la Protezione Civile aveva dato il meglio di sé nella fase della gestione dell'emergenza, ma che aveva fallito in quella della prevenzione e della previsione. Il compito più difficile e delicato.

Riprendo il tema, alla luce del clamoroso rinvio a giudizio per omicidio colposo dei sette componenti della Commissione Grandi Rischi deciso il 25 aprile dal tribunale dell'Aquila. Una Commissione che due anni fa, in un incontro durato una trentina di minuti circa, aveva stabilito che non c'erano motivi per allarmare la popolazione aquilana. L'atto disciplinare non ha precedenti, in quanto attribuisce responsabilità legate alla funzione di valutazione dei rischi e di efficace informazione della popolazione. Cosa mai avvenuta prima.

Che in occasione del lungo sciame sismico, si sia fatto a gara nel rassicurare, invece che alzare il livello della vigilanza, e' scritto nelle cose avvenute. E non è inutile ricordarlo. In una notte di inquietanti avvertimenti dati dalla natura (le scosse duravano da sei mesi), il 6 Aprile molti erano rimasti all'interno di edifici dati per sicuri. Lo erano gli abitanti del territorio aquilano, lo erano tanti giovani arrivati nel capoluogo abruzzese per studiare. E' stata la fiducia nelle rassicurazioni ricevute dagli “ esperti”che portò anche un giornalista aquilano, Giustino Parisse, a tranquillizzare la figlia adolescente spaventata dalla scossa che precedette quella fatale.

Figlia adolescente sepolta , poi, insieme al fratello, dalle macerie dell'abitazione. E se anche un osservatore delle cose locali, uno che le segue e approfondisce per professione, si sentiva tranquillo, vuol dire che all'Aquila davvero molto, troppo, è stato sottovalutato e ignorato.

Si sono ignorati segnali sismici e relazioni premonitrici, come quella fatta nel 1988 dalla Soprintendenza dei Beni Ambientali Architettonici Artistici e Storici per l'Abruzzo, ad esempio, dove veniva segnalata la vulnerabilità di infrastrutture pubbliche come il palazzo del Governo. Così racconta Claudio Panone, ingegnere, allora architetto della Soprintendenza. Si sono ignorate le 400 scosse nel solo mese di gennaio. Si ignorarono i timori delle lesioni denunciate viste dagli ospiti della Casa dello Studente. Un alveo vuoto, ormai, a via XX Settembre, dove si è sbriciolato un edificio di cinque piani che poteva ospitare 119 studenti.

Si ignorava persino a chi spettasse l'obbligo delle verifiche sullo stato dello studentato: alla Regione o all'Adsu ( Azienda per il Diritto agli Studi Universitari)? Anche dopo il disastro si è fatto a gara a scaricare la proprietà che sembra essere della Regione. E anche il 31 marzo del 2009, alla Riunione Commissione Grandi Rischi, si è fatto a gara a chi la metteva più sulla generica e vaga scientificità nell'analisi del fenomeno sismisco in atto. Non sono mai riuscita a finire la lettura del verbale, copia ricevuta dal padre di Luca Lunari, senza provare la stessa impressione che mi faceva la parodia di Collodi dei medici intorno a Pinocchio.

Oltre alle generiche analisi sulla natura degli eventi sismici, al punto intitolato“ discutere e fornire indicazioni sugli allarmi diffusi nella popolazione”, Barberi, allora Commissario della Protezione Civile, concludeva che” non c'è nessun motivo per cui si possa dire che una sequenza di scosse di bassa magnitudo possa essere precursore di un forte evento”.

Da non esperta e consapevole che alla luce del poi è facile aver ragione, mi continuo ad interrogare se una sequenza di scosse possa “escludere” il forte evento come ne esclude la necessità . La domanda è posta in una prospettiva di prevenzioni future. La giustizia sta facendo il suo corso, anche seguendo percorsi coraggiosi ed insoliti per alzare il livello della responsabilità di chi ha il compito di proteggere i cittadini. Quello che dobbiamo chiederci è se anche le istituzioni preposte alla funzione stiano facendo altrettanto.

venerdì 20 maggio 2011

Ultime elezioni: ha vinto la democrazia

I regimi democratici sono così, quando meno te lo aspetti recuperano un'energia che sembrava esaurita. E' successo in molti comuni della provincia sabina, dove si sono tenute le elezioni, quanto auspicavo in uno dei miei ultimi approfondimenti: il ricambio come segno di sano e libero gioco democratico. 

A Fiamignano è subentrato al sindaco Rinaldi (Pdl) lo sfidante Lucentini (Pd); a Collalto sabino ha vinto la lista di Polverini, ottenendo l'elezione di un proprio sindaco, Cesare D'Eliseo, che succede a Giovanni Giorgi; a Fara Sabina ha vinto il candidato sostenuto dalla destra, strappando per nemmeno un centinaio di voti il governo comunale alla sinistra. 

E sempre a Fara Sabina, la terza forza sfidante, quella di "Sabina virtuosa", per Campanelli sindaco, ha ottenuto un dignitosissimo consenso, 5,37% , un mattone buono per la politica locale che dalla maggiore partecipazione civile può ricevere solo un'ossigenazione salutare. Pertanto, al di sopra di vincitori e perdenti, va posta la vittoria della democrazia e della voglia popolare di darsi l'opportunità di migliori servizi e di più efficace governo del proprio territorio scegliendo di cambiare. 

Se così non sarà, pazienza, la prossima volta si potrà cambiare di nuovo. Ed è in questa ottica che dovrebbero andare le riflessioni analitiche dei dirigenti del Pd, oggi pubblicamente promesse per fare il punto delle ragioni che hanno determinato la mancata conferma del sindaco Mazzeo (Pd) e la vittoria di Basilicata (Pdl). Un'ottica costruttiva e di futuro. Un futuro anche prossimo e che ha il peso di diverse scelte consistenti: i referendum e quella del candidato sindaco del capoluogo sabino, dove l'anno prossimo si terranno le elezioni comunali. 

Scelte che hanno a che fare soprattutto con questioni di metodo: tra democratiche primarie e criteri meritocratici o quelle verticistiche ed improvvisate che da decenni fanno vincere la destra. Riguardo alla prova referendaria del 12 giugno, si dovrà scegliere su questioni considerevoli come il nucleare, il legittimo impedimento, la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, la privatizzazione della gestione idrica . Il Pd, principale forza della sinistra, ha il dovere e l'opportunità di assumere posizioni chiare su tali faccende e di indicare attraverso esse la propria identità di partito di sinistra moderna e riformista. 

Quale politica energetica si vorrebbe? Quale giustizia? Quale gestione si ritiene migliore per i servizi di rilevanza sociale, oggi affidate ad amministrazioni pubbliche e società partecipate? Cosa cambierebbe nella gestione dell'acqua con il passaggio dalle regole stabilite dalla legge Galli (ora in vigore) a quella del decreto Ronchi (che partirebbe dal dicembre del 2011) qualora il referendum fallisse a causa del non raggiungimento del quorum o dovessero vincere i No? 

Saper far tesoro delle sconfitte è un segno di sincera volontà di operare al meglio a favore della cosa pubblica. Per chi oggi ha perso, sinistra o destra che sia, si aprono interessanti ed utili percorsi di riflessioni, di crescita e di sana competizione di idee e proposte per risultare convincenti la prossima volta. Sempre che si considerino i trasversalismi opportunistici, la gestione privatistica della cosa pubblica, l' autoreferenzialità dei partiti (con relativa disattenzione verso il buon governo) e il voto ottenuto clientelarmente, vizi capitali da cui la politica deve e vuole emendarsi.