sabato 29 settembre 2012

Giovani ubriachi e l'insipienza politica


Renata Polverini non sapeva. Dopo le tardive dimissioni la governatrice “per caso “ ora si difende con l'argomento: chi mi ha preceduto faceva peggio. Un argomento che non regge, se non altro per la semplice ragione che la destra ha chiesto la fiducia con la promessa di fare meglio della sinistra.

Nobili e Cicchetti pensano di ricandidarsi anche la prossima volta? Si accomodino. Alfano prima e Bersani ora promettono di non ricandidare nessuno degli uscenti. Polverini troverà qualcuno che pensa di regalarle uno scranno parlamentare? Lo faccia. Al popolo spetterà punirlo. Vedremo.

Intanto voglio raccontare un episodio che fotografa bene i risultati prodotti a Rieti da chi sembra non capire dove sono i veri problemi del paese, ammalati come sono di cieca autoreferenzialità: quello che conta è la mia ricanditatura; quello che conta è ciò che serve agli addetti ai lavori e al partito.

Voglio raccontare in che modo è massacrato un paese stravolto dalla crisi culturale più di quella economica ( stanca di dirlo! Non ne posso più) e che ha offerto alle nuove generazioni modelli licenziosi e di pratica ordinaria di illegalità piovuti sulla loro quotidianità dall'alto delle istituzioni. Modelli inimmaginabili, dice Napolitano. Ma come faceva il Presidente a non immaginare, quando nel nostro paese non si riesce ad avere la legge anti corruzione, riproposta con forza da Monti dopo essere stata approvata alla Camera e bloccata al Senato dal Pdl?

60 miliardi di euro l'anno è il costo della corruzione, scontato da tutti noi, normali cittadini.
Soprattutto dai disoccupati, cassintegrati, piccoli artigiani, professionisti onesti.

Lunedì scorso ho preso l'autobus per tornare a casa. Era tardi, ero stanca e non me la sentivo di rifare il ritorno a piedi fino al quartiere detto residenziale. Seduta in fondo, guardavo distratta gli alberi e la città che correvano all'indietro persa nei miei pensieri. Solo il volto stranito di un giovane ha attirato la mia attenzione. Era seduto con una biondina carina tenuta sulle ginocchia. Niente di strano. Strani erano solo gli occhi del ragazzo, privi di controllo, come le mani che si muovevano a scatti.

Lei era tranquilla e, senza nessuna preoccupazione di essere vista, ad un certo punto ha sollevato una bottiglia di vino rosso che teneva tra le gambe fasciate dai soliti fuseaux neri . Ne ha bevuto un lungo sorso e poi ha passato la bottiglia al compagno.

Erano ubriachi. Come lo era un altro giovane che sedeva dalla parte opposta del bus e che scambiava continui lanci di cellulare con la ragazza. La scena era agghiacciante. Tutti, da adolescenti abbiamo preso una sbronza. Tutti abbiamo provato cose proibite. Ma sapevamo che erano proibite. Quando avveniva lo si faceva di nascosto e nella consapevolezza che non era una cosa ben fatta. Quei giovani erano del tutto a loro agio nell'esibire la bottiglia di vino semi vuota che si passavano l'uno con l'altro, chiusi in una dimensione di solitudine assoluta.

Questo era agghiacciante: la loro solitudine. La distanza da tutto quello che li circondava. L'irraggiungibilità da qualsiasi scintilla di giudizio.

Non so se sia consentito a dei minori ubriacarsi su un mezzo pubblico. Non condanno gli adulti presenti che evitavano di guardare girandosi dall'altra parte. So perchè lo facevano: per la stessa ragione per cui io stessa mi sono limitata a guardare senza intervenire: è stato per senso d'impotenza. E' stato per resa. A che cosa sarebbe servito avvertire il conducente? Sarebbe servito ad aiutare quei poveri ragazzi? Anche adesso non mi viene in mente un'azione che avrei potuto fare.

Avrei voluto provare a parlarci per dire loro che provavo dolore nel vederli in quello stato e così soli. Ma ho taciuto per impotenza. Niente, non c'era niente da fare, per le ragioni che seguono.

Se il conducente fosse stato avvertito cosa sarebbe successo? Se fosse intervenuto come l'avrebbero presa i genitori dei ragazzi, sicuramente minori? E se fosse stata coinvolta qualche autorità? Come sarebbe finita? Come si sarebbe dispiegato il beneficio della giustizia? Domande a cui, purtroppo, so rispondere.
All'inizio dell'estate ho parlato a lungo con la dottoressa Maria Di Fazio, responsabile del Centro Diurno per tossicodipendenti ed alcolisti di Rieti. Il panorama descritto era disastroso e sconfortante quanto la vista dei giovani ubriachi. L'accesso alle sostanze, sia stupefacenti che alcoliche, è sempre più precoce. Si parla di ragazzini delle medie. I benemeriti progetti della Asl per la promozione della salute e la prevenzione nell'uso delle sostanze, da realizzare a scuola , non bastano. Serve una diffusa coscienza collettiva del dovere di assicurare alle generazioni future la speranza di una vita migliore di quella dei genitori.

I libri comprati da Cicchetti con soldi pubblici servono a questo? E gli incontri di Nobili “ La Regione incontra Rieti”? Nel 461 Pericle sapeva cosa serviva. Chi oggi amministra e governa lo ignora. Giovane e meno, maschio o femmina, nuovo o navigato, in troppi pensano che occuparsi della cosa pubblica sia solo prendere voti, ricevere posti per cooptazione senza corrispondenza tra competenza e funzioni ricevute come dono politico; assicurarsi carriere e benefici senza merito. E ignora anche le conseguenze della propria insipienza. Questa è la vera tragedia.

domenica 20 maggio 2012

Rieti e l'Italia hanno detto no al terrore Sottotitolo: Brindisi come Utoya. Quando si colpiscono i giovani si colpisce la carne viva di una società


L'impressione suscitata dall'attentato alla scuola di Brindisi intitolata a Morvillo-Falcone si è potuta misurare dal fatto che tutti i networck del mondo gli hanno riservato un enorme spazio, da Aljazeera alla CNN, e dal numero delle manifestazioni spontanee che hanno riempito le piazze d'Italia. Rieti compresa. L'attentato di Brindisi non ha avuto nulla a che vedere, per fortuna, in termini di quantità con la strage di giovani compiuta in Norvegia il 23 luglio dello scorso anno, quando a morire per mano di un delirante terrorista furono in 69. Ma la qualità è la medesima. Quando si colpiscono dei giovani si vuole colpire la carne viva di una società.

Ad uccidere gli studenti norvegesi in vacanza sull'isola di Utoya fu una mano armata dall'ideologia ultra nazionalista. Breivik, nome dell'assassino, ora in carcere in attesa della condanna, è un poveraccio avvelenato d'odio narcisistico verso chiunque avesse connotati identitari diversi dai suoi. Chi ha colpito a Brindisi è ancora sconosciuto. Ancora non ha un volto, ma si può supporre, chiunque sia, che condivida con l'autore della strage il medesimo risentimento verso la vita che è nel pieno della sua fioritura e che ossigena gli spazi abitati di futuro . E quale spazio migliore di una scuola per far risuonare la vita ed il futuro?

“Con la scuola di Brindisi sono state colpite tutte le scuole d'Italia”, ha detto il procuratore Grasso, aggiungendo che si tratta di “ terrorismo puro”. Se il terrorismo, per sua natura, ha lo scopo di seminare insicurezza, non c'è dubbio che l'intento di chi ha colpito, si tratti di un gesto isolato o meno, è stato quello di privare la scuola della sua natura protettiva. Non c'è nulla di peggio, per un genitore, che vivere il luogo dell'istruzione come un pericolo invece che come uno spazio dove il proprio figlio va a formarsi per diventare un adulto consapevole, un cittadino creativo e capace di produrre, non di sperimentare la distruzione.

Chi colpisce una scuola è un vigliacco. Come chi, armato, spara su giovani inermi in vacanza su un'isola. Una comunità ferita che sa reagire con partecipazione civile, come è avvenuto ieri in Italia e lo scorso anno in Norvegia, è in grado di sconfiggere qualsiasi volontà distruttiva da parte di singoli, gruppi organizzati, ideologi del terrore razzista, criminalità organizzata, folli rinchiusi nella solitudine con i propri fantasmi. Le piazze d'Italia hanno detto a chi ha colpito a morte la giovane Melissa e ferito gravemente altri studenti ( ferite che lasceranno segni odiosi sul corpo e nella mente) che ha fallito. A Rieti, come altrove, l'odio ha suscitato solidarietà oltre ogni steccato.

A poche ore da elezioni che hanno suscitato, come è normale in ogni democrazia, polemiche forti, a volte sciocche, tra avversari, in tanti ci siamo ritrovati nella piazza del Comune, in un girotondo intorno ad una pila di libri portati dai manifestanti, sotto le bandiere a mezz'asta della Provincia. Sinistra, destra, radicali e moderati, ci siamo ritrovati insieme, come un'orchestra dove la differenza dello strumento ha l'unico scopo di produrre la stessa musica. E' stata la risposta migliore a chi, in balia di chissà quali demoni, ha voluto spezzare vite, produrre dolore dove fioriscono amicizie, isolare nella paura, rinchiudere nella propria insicurezza.

“ Abbiamo vinto noi”, hanno detto i sopravvissuti di Utoya al processo di qualche giorno fa. Ieri l'Italia ha detto: vinceremo noi. Ora spetta alle istituzioni ed alla macchina investigativa dimostrare che lo Stato c'è ed è in grado di rispondere con rapidità e perizia alla domanda di giustizia degli italiani.  

lunedì 23 aprile 2012

Se a guidare la politica è il cervello arcaico. Dal voto clientelare alla sanità che traballa. Montalcini ci aiuta a capire il perchè


Noi umani, insegna Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina e senatrice a vita che ha festeggiato in questi giorni i suoi 103 anni, possediamo due cervelli, quello “arcaico”, involuto e bloccato alla condizione in cui era circa 3 milioni or sono, quando la sopravvivenza era lo scopo della vita, e quello “ cognitivo”, risalente a 150.000 anni fa, quando nacque il linguaggio, attività legata alla relazione. Il primo è piccolo, ma potentissimo. Guida le emozioni, l'istintualità difensiva ed offensiva. E' questo che scatena le guerre e che porta alla miopia emotiva, all'egoismo. L'altro è alla base dell'agire mediato dall'analisi, della comprensione dei fenomeni più complessi, dell'altruismo e del senso etico.

Il “cervello cognitivo” è strettamente interconnesso con la cultura e la conoscenza. Più cresce la cultura, più cresce l'attività cognitiva: “ L'evoluzione culturale alimenta la neocorteccia, sede del cervello cognitivo”, spiega Montalcini. Non fanno eccezione la cultura civile e quella politica. Più si diffondono queste, più capiamo che coltivare il proprio piccolo orticello vale meno del condividere il benessere con gli altri. Più cultura abbiamo, più conosciamo, più siamo in grado di scegliere oculatamente: “ Conoscere per deliberare”, diceva Einaudi.

Più cultura si ha, inoltre, meno si è agiti dal fascino esercitato dal potere in sè e dai vantaggi assicurati a scapito di altri. E' grazie alla cultura civile che si sviluppa l'esigenza della giustizia e della responsabilità. Senza quella, lo spazio pubblico appare più un campo di conquista e di licenza che luogo collettivo organizzato da regole da rispettare. Partendo da questo assunto, quello che ha indotto i partiti a diventare le “macchine di potere” di cui per primo parlò Berlinguer ( se fosse vero che l'antipolitica è il rifiuto dei partiti ad inaugurarla sarebbe stato proprio il segretario del Pci, anche se la sua analisi escludeva il suo, di partito) è stato il cervello più piccolo e rozzo.

E' lui che ha guidato i dirigenti responsabili della degenerazione e della crisi che oggi si sta mostrando in tutta la sua portata. E' sempre lui che fa avvertire come prevalente il proprio “ particulare” su tutto, dando spazio alle pulsioni più primitive: non importa quello che succede agli altri. Io penso solo per me. E' sempre il cervello arcaico che fa considerare il clientelismo una regola del gioco elettorale e non una sua degenerazione. Chiedere il consenso per gestire la cosa pubblica, come si fa da sempre, e ancora, da noi, non per i meriti posseduti, ma con promesse di favori personali, sempre più difficili da mantenere, ha voluto dire bloccare la nostra cultura civile ad uno stadio primitivo della democrazia.

Per evolvere bisognerebbe rinunciare a questa specie di “negozio” tra bisognosi, ma occorrerebbe una cultura politica che andasse oltre l'obiettivo della pura sopravvivenza ed una decisione generale di evitarlo. Perchè chi oggi vi rinuncia, in solitudine, ponendo sulla bilancia elettorale solo i propri meriti, rischia di ricevere meno consenso di chi da decenni occupa posti di comando combinando disastri. Senza cultura civile, è inevitabile, perchè eletto ed elettore sono mossi entrambi dal medesimo cervello arcaico.

Lo stesso cervello che fa trovare normale la bulimia verso doppi, a volte tripli incarichi pubblici. Quello evoluto suggerirebbe di assicurare la difficile amministrazione della res publica nelle mani di persone di specchiata passione civile, non a scalatori finalizzati all'occupazione di posizioni di puro guadagno ed all'autoconservazione. Scalatori indifferenti verso la sofferenza delle persone provocata dalla loro inefficacia politica. Di fronte a questo, il cervello cognitivo s'indigna. Come s'indigna quando la Cgil rimprovera i lavoratori per aver denunciato alla procura della Repubblica la condizione sciagurata dei dirigenti della Coop 76, quando essa stessa ha taciuto quando bisognava alzare il velo su quanto stava accadendo, prevenendo il prevedibile disastro.

Come si stupisce vedendo impennate sociali nella difesa di servizi rilevanti soprattutto per chi li presta, come oculistica di Magliano, capendo che il vero problema sta nello smantellamento dell'ospedale provinciale De Lellis, iniziato con l'arrivo di Polverini e non con la tardiva denuncia di Gianani. Forse anche il direttore generale si è fatto guidare dal cervello arcaico quando con solerzia esecutiva ha tagliato ospedali senza avere alcun progetto che ne prevedesse la compensazione con la medicina territoriale.

Ora il dottor Gianani, sempre più in “ dispitto” della pessima governatrice, ha scatenato la protesta, sollevando la questione dell'insufficienza operativa del nostro ospedale per carenza di personale e della possibile chiusura del reparto neonatale ( nessuno nascerebbe più reatino). Avrà agito in base ai suggerimenti del cervello cognitivo? E con quale cervello si è deciso di attivare in tutte le province laziali il progetto dei laboratori Med, integrazione dell'attività di pronto soccorso, meno che a Rieti?

Vorrei chiudere con un paio di altre domande. Semiserie, perchè senza ironia siamo solo in balia della rozzezza arcaica: quale cervello userà il comandante Aragona quando si abbandona alle sue “ aragonate”? E quale, il quasi uscente sindaco Emili, quando si abbandona alle sue “ emiliate”?


sabato 7 gennaio 2012

Il paese che meritiamo


La democrazia è un sistema fondato sul relativismo. L'assolutismo appartiene ad altro. Per questo è normale che a poco più di un mese e mezzo di esistenza il governo Monti abbia estimatori e detrattori. Per i primi il Presidente del Consiglio sta operando al meglio, per i secondi è il Presidente del Presidente, ovvero una forzatura di Napolitano che ha preferito mettere la patata bollente dell'esecutivo nelle mani di tecnici invece che in quelle dei partiti e dell'agone elettorale. I primi ed i secondi abitano nei diversi schieramenti e spazi di rappresentanza.

Erano per il voto, ad esempio, sia la Cgil di Camusso che la Lega di Bossi; gli ex colonnelli di An e gli “ indignati”. Una compagine composita. Poi ci sono quelli che sembrano giocare su due tavoli. Sono coloro che, pur sostenendo ufficialmente Monti, non perdono occasione per criticarne l'operato e rinfacciargli i tempi lenti e riforme non gradite. Dimenticando, preferendo dimenticare, che l'Italia ereditata da Monti è quella che negli ultimi dieci anni ha aspettato invano le riforme. Molti la famosa rivoluzione liberale.

Tra i resistenti più perniciosi ci sono coloro che confondono dei totem con delle battaglie per i diritti. Penso al problema della riforma del lavoro. Oggi il mercato del lavoro è la Babele della precarietà. La discriminazione e la discrezionalità per i lavoratori e per le lavoratrici, particolarmente se giovani, è, a parte i fortunati, la regola. Porre l'art.18 a vessillo della difesa della civiltà è un insulto all'intelligenza delle cose.

Vedere la Cgil e parte del Pd arroccarsi in una battaglia di retroguardia lascia allibiti. Vedere la proposta di Ichino, un sistema di riordino complessivo del mercato del lavoro dove si mette al primo posto l'eguaglianza del diritto alle tutele, oggi gravemente lesa, trattata come una proposta indecente è incomprensibile a chi sia libero da ideologie o da viscerali resistenze al cambiamento. Ed il fatto che non si spieghi a sufficienza che gli effetti della riforma non riguarderebbe chi oggi è protetto dall'art.18 fa pensare. Male.

Troppe davvero sono le resistenze autoreferenziali e distanti dall'interesse generale che pure dovrebbe essere al centro degli interessi di chi ha ruoli di rappresentanza. Come giustificare altrimenti l'unione di Upi e Sindacato nella difesa delle province con la scusa delle 56 mila famiglie che resterebbero in mezzo alla strada? Inutile dire che sono menzogne. A perdere il posto sarebbero solo i posti di Giunta e del Consiglio, visto che i dipendenti delle province sarebbero allocati in altre istituzioni.

Ma una buona parte del paese questo lo sa. E infatti, nonostante misure pesanti e campagne non proprio amiche verso il povero Monti da parte di tanti economisti e politici, tutti con ricette più efficaci ( a parole) delle sue, il consenso verso il Governo, è ancora alto, collocandosi intorno al 50%. Quello che accadrà nei prossimi giorni, quelli in cui dal “ dovuto” si passerà al “ voluto” per usare le parole del professore, dipenderà molto da chi oggi ha la responsabilità di accompagnarne lo sforzo con proposte, correzioni costruttive. Trasparenza, chiarezza comunicativa.

La crisi chiede a tutti sacrifici ed è necessario far comprendere che il Governo sta facendo quanto può per distribuirli con equità. Compito della politica, dei partiti e dei suoi rappresenti, anche locali, è far comprendere il perchè delle misure prese e delle riforme attuate. Questa crisi può essere una occasione per far crescere tutti sul piano della coscienza civile e del senso vero della democrazia. Può aiutare a comprendere ciò che meritiamo ed il suo contrario.

Non meritiamo un Parlamento di nominati. Non meritiamo gli sprechi delle varie caste, di cui quella parlamentare è solo la più in vista. Non meritiamo una burocrazia inefficiente e che frena l'economia. Meritiamo, invece, di vivere in un paese dove il diritto sia una certezza. Dove le tasse se non belle come le definiva Padoa Schioppa siano un dovere sentito. Come sentito dovrebbe essere il diritto alla mobilità sociale ed il riconoscimento del merito.

Non meritiamo un paese dove i giovani non hanno futuro senza il godimento di rendite familiste. Né meritiamo vicende come quella dei posti raccomandati della Camera di Commercio di Rieti. E non meritiamo che la perdita di posti di lavoro voglia dire finire nella gabbia di ammortizzatori sociali mortificanti, come la cassa integrazione o i posti di Lsu. Questo e molto altro non meritiamo e Monti è una rara occasione per farci fare un salto di qualità.



venerdì 23 dicembre 2011

Il vecchio che non giova alle primarie del Pd

“ La politica è la continuazione della guerra con altri mezzi”, ha scritto Carl von Clausevitz nel famoso saggio “Vom Kriege”, Della guerra. E lui, generale tedesco e studioso dell'arte in cui eccelse lo stato prussiano ottocentesco, conoscendo bene gli elementi costitutivi della conflittualità, sapeva riconoscerli in ogni fenomeno umano fondato sulla contrapposizione degli interessi. E quale fenomeno ha natura più conflittuale della politica?

I costituenti hanno posto i partiti, associazioni private di cittadini, al centro dell'agone politico come luoghi di partecipazione e di rappresentanza degli interessi particolari della società. Ai partiti, con l'art.18, è stato assegnato il compito di formare il pensiero dei cittadini, la selezione del personale politico ed amministrativo, di essere bastioni della pace democratica, proprio perchè trasformano in confronto dialettico ciò che in situazioni meno mediate finirebbe in conflitto armato scomposto. Guerra.

Uscendo dal preambolo, vengo al dunque. Le primarie del centrosinistra. Come è noto la scelta è stata travagliata ed incerta. Come un po' d'ovunque anche a Rieti, la frammentazione correntizia, oggi determinata dalle “ aree”, si è aggiunta al naturale pluralismo del Pd, nato dalla famosa fusione a freddo tra Dc e Pci, producendo un di più di conflittualità. Alla fine, habemus due papi: Annamaria Massimi, segretaria cittadina e Simeoni, tesserato ed ex sindacalista della Cisl.

Tutto è bene quel che finisce con una soluzione. E soprattutto è bene che il partito democratico abbia offerto agli elettori la possibilità di scegliere tra due candidati, sicuramente diversi per storia e sensibilità politica, ma entrambi “ anomali”, politicamente parlando. Massimi, ancora “odora” di società civile, nonostante i cinque anni da consigliera regionale. Simeoni, ex sindacalista da qualche tempo, del politico ha ancora poco e niente. Questo li rende più forti e più deboli ad un tempo. La forza viene dalla estraneità a tutto quello che ha generato l'antipolitica, ovvero il potere partitocratico.

La debolezza deriva dal fatto che, se loro sono il nuovo, particolarmente Simeoni, a sostenerli è il vecchio. Quel vecchio che ha prodotto la vittoria ventennale della destra ed una opposizione fiacca e verbosa, buona più a sollevare in tanti il timore di connivenze che a rappresentare il ruolo importantissimo che la democrazia le assegna, di sentinella dell'azione politica della maggioranza. Questo vuol dire che entrambi i candidati debbono liberarsi della zavorra di chi appesantisce la loro campagna per le primarie con i toni delle contrapposizioni personali e dell'autoreferenzialità.

Lo scambio di lettere pubbliche tra i sostenitori di Simeoni e di Massimi sono un fastidioso segnale di guerra civile dentro il Pd più che di voglia di sconfiggere la destra. Di questo i due candidati sono incolpevoli vittime. Alla loro capacità, intelligenza, senso dell'importanza della funzione per cui sono scesi in campo, sta il sapersi sottrarre all'indebolimento d'immagine e di autonomia in cui rischiano di cadere a causa di quella che appare una guerra per bande tra vecchi e giovani oligarchi e funzionari del Pd. Un partito incapace di rinnovarsi proprio perchè fatto di persone e dirigenti attenti più alla difesa delle proprie posizioni che della buona amministrazione.

Quando Hillary Clinton, già convinta di essere la candidata per la presidenza americana, vide comparire all'orizzonte Obama, non ne fu contenta. I due si fecero una guerra senza risparmio di colpi, perchè “ la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi”. Ma in primo piano c'erano loro e le loro proposte politiche. Sullo sfondo, ma proprio profondo, il partito, le sue divisioni. Sarebbe un errore imperdonabile che ora, nelle primarie reatine, avvenisse l'opposto.


martedì 6 dicembre 2011

Le primarie della sinistra

Simone Petrangeli, Franco Simeoni, Gabriele Bizzoca ed Annamaria Massimi sono i quattro in gara per le primarie del centrosinistra da cui uscirà il candidato che dovrà strappare alla destra la lunga permanenza alla guida del Comune. Una permanenza che risente inevitabilmente di tutti i difetti della mancanza di ricambio. In democrazia la durata di una maggioranza è inversamente proporzionale alla sua qualità. E nonostante il pensiero civile oggi sia comprensibilmente impacciato dal convincimento del “ son tutti uguali”, le primarie rappresentano un'occasione straordinaria per ridare spazio alle differenze. Oggi con il dibattito. Domani con le politiche che si potrebbero mettere in atto.

Ma quali elementi identitari caratterizzano i quattro concorrenti? Simone Petrangeli è un giovane avvocato che milita da sempre nella sinistra cosiddetta radicale. Oggi fa parte di Sel, il partito di Niki Vendola. In un certo qual modo, politicamente parlando, è il più anziano, visto che da dieci anni è all'opposizione comunale. Per qualcuno con scarsa efficacia Per lui per colpa di una legge comunale che priva il Consiglio di qualsivoglia forza. Presto presenterà il programma che sembra sarà elaborato su di una rigorosa impalcatura ambientalista. Dall'urbanistica sostenibile, alla “green economy” la sua Rieti dovrebbe crescere salvaguardando l'ambiente.

Batte Petrangeli sull'anagrafe Gabriele Bizzoca, studente universitario di soli 25 anni. Conosco Gabriele da tempo e so con quanta passione s'impegna sui temi locali da quando era poco più di un adolescente. Presidente di “ Controvento”, associazione politica di giovani “ autogestiti”, nel senso che non fanno riferimento a “ capitani” ma alle idee di giustizia sociale, di rispetto ambientale, di diritti negati ai giovani, oggi impoveriti da una partitocrazia sprecona e vissuta alla giornata, dimenticando il futuro. Dimenticando, sotto tutti gli aspetti, il dovere delle generazioni di costruire per quelli che verranno . Bizzoca in questa tornata è l'espressione dell'antipolitica che, tuttavia, crede nella politica e scende in campo sfidandola.

Franco Simeoni è un sindacalista di lungo corso della Cisl di cui è stato segretario regionale . Proposto dal sindacato locale, preoccupato per la perdita di produttività della nostra provincia, è candidatura di tutto rispetto. Una parte del Pd crede sarebbe il candidato migliore per battere la destra. L'idea guida di Simeoni è di dare a Rieti un respiro più ampio. Rieti, secondo l'ex sindacalista, va vista all'interno del sistema regionale, dove può rappresentare una parte non secondaria, guardando a Roma come opportunità e non come un problema. L'importante è aver chiaro che Roma ha bisogno delle province laziali come queste ultime hanno bisogno di Roma. Rieti può uscire dal declino solo se sarà capace di attivare e valorizzare le sue tante risorse. Risorse che, però, necessitano di infrastrutture, come lo è il raddoppio della Salaria.

Dulcis in fundo, Annamaria Massimi, ex consigliera regionale ( per caso) ed attuale segretaria cittadina del Pd, sostenuta da una coalizione composita: parte del Pd, Comunisti Italiani ed Idv. Sarebbe ipocrita se negassi di nutrire una particolare simpatia per la sua candidatura. Per tante ragioni. La prima, anche se non principale, è perchè è una donna. Le donne non sono migliori degli uomini, solo diverse. Se si dovesse tenere una contabilità sui difetti delle donne e degli uomini, si otterrebbe un sostanziale pareggio di bilancio. Ma su una cosa le donne godono di una atavica primazia: sanno amministrare al meglio una “ famiglia” anche quando le entrate sono scarse.

E sicuramente chi andrà ad amministrare il Comune di Rieti dovrà farlo con maestria, rigore ed oculatezza, dati i suoi buchi ed una crisi che accrescerà i bisogni sociali. Inoltre è persona di scuola, professionista dell'educazione e formazione dei giovani. Su di loro sarebbero calibrate tutte le sue scelte politiche e questo oggi è obiettivo principale. Buone primarie a tutti.


Costini ed altre candidature

Per ora i possibili papabili del centrodestra per la poltrona di primo cittadino sembrano essere l'attuale presidente del Consiglio Comunale, Gianni Turina, da lungo tempo sulla scena politica e Antonio Perelli, il “ Signor milletessere”, appellativo felice di Felice Costini. Un “ Signor milletessere” che a detta dei colleghi di maggioranza, lo stesso Costini ed Imperatori, ha fatto poco e niente come assessore delle “ Attività produttive”. Valutazione condivisa da negozianti, albergatori, artigiani e cittadini. I primi lamentano l'inesistenza da parte del Comune di qualsivoglia misura a favore delle loro categorie, abbandonate alla crisi, nazionale e locale, dopo gli annunci di piani e provvedimenti mai realizzati.

Il“ recupero del centro storico”, era stato promesso. Basta farsi un giro per vedere di cosa si parla. I locali comunali dei portici di Piazza Vittorio Emanuele, vetrina naturale della città, sono spazi abbandonati alla sciatteria ed all'abbandono, con effetti negativi immediati sulle attività commerciali limitrofe. Per non dire dell'uso che si fa della piazza stessa, come il triste mercato mensile della Coldiretti (serbatoio di voti, però). E cosa combinare di peggio a dei negozianti che cercano di sopravvivere all'impoverimento sociale, se non iniziare i lavori per il recupero del mercato coperto, per poi sospendere tutto lasciando che topi e sporcizia disgustino i clienti (che non trovano nemmeno un parcheggio, visto che non è limitato) ?

Ed il rilancio turistico del Terminillo a che punto è? Ed il progetto per la costituzione dell'Ente Fiera della città di Rieti? Se Perelli pensa di candidarsi alla funzione di sindaco dovrà elencare le cose fatte, sottraendole alle promesse, oltre che dimostrare l'assiduità della presenza alle attività comunali. Più interessante è la candidatura dell'ex assessore Costini, sostenuta da una lista civica. Interessante perchè l'uomo è tanto prigioniero della cultura fascista (pensa , curiosamente, che l'Inghilterra, origine e tuttora protagonista di uno dei Welfare State più solidi d'Europa, sia priva di un Servizio Sanitario Nazionale, confondendo la “ Perfida Albione” con gli Usa), quanto capace di agire da battitore libero. In caso di ballottaggio potrebbe fare la differenza.

Ho incontrato Costini lunedì scorso al caffè preferito da Area, la sua associazione culturale. La ragione dell'incontro a cui gentilmente si è prestato è l'importanza che assegna al programma più che allo schieramento. Cosa, francamente, che sembra mancare anche a sinistra. Un programma che suona convincente, al di là che sia di sette pagine, dal fatto che è basato su dati di fatto come il “ progetto Plus”, presentato in Regione da assessore all'Urbanistica. Un progetto che, se finanziato, potrebbe davvero servire alla valorizzazione del centro storico.

Come convincenti sono, al di là delle opposizioni alquanto ideologiche messe in campo, l'Urban Center ed i Piani integrati, utili al recupero, finalmente, delle aree ex industriali realizzati con la collaborazione dell'Università reatina. Un recupero basato sulla “ interazione pubblico-privato” e sulla trasparenza. Una trasparenza assente negli ultimi trenta anni e che ha visto l'uso selvaggio della 167 in nome della quale sono nate le lottizzazioni trentennali con cui è stato divorato tanto del nostro patrimonio verde (ndr) e con cui sono state messe quasi a morte attività storico-produttive come quelle del Molino del Cantàro. Una risorsa produttiva e patrimonio storico collettivo scelleratamente sottovalutato dai nostri amministratori, come fatto anche per l'Istituto Strampelli.

“ Rieti, come dice Diego Di paolo, non ha niente di grande, ma ha tante ricchezze piccole che vanno messe a sistema”, dice Costini citando il “ padre” del Cammino di Francesco. Da sindaco lavorerei per questo. Alla domanda se farebbe assessore Di Paolo, risponde che no, sarebbe sprecato. “Meglio sarebbe se guidasse una struttura comunale per la gestione turistica”. Ce la farà Costini a far vincere di nuovo la destra ed a ricevere sufficiente consenso per realizzare l'ambizioso programma?

Come direbbe Shakespeare, inglese vissuto nel secolo in cui, nel 1601, veniva promulgata la “ Poor Law ”, la legge sui poveri, embrione del futuro Welfare State: “Oh se fosse dato all'uomo di conoscere la fine del giorno che incombe! Ma basta che il giorno trascorra e la fine è nota”.