Alle 15.00 arrivo ad Antrodoco. Il paese è in festa e fa allegria, nonostante il tempo tenda al grigio. La ragione per cui sono venuta nel paese che tanto piacque a Gheddafi non è la Sagra del Marrone, bensì il Congresso del Pd. Debbono essere eletti il segretario cittadino e quello provinciale, come accade lungo l'intero stivale. Ad interessarmi è il fenomeno delle tessere gonfiate di cui tanto si parla. Voglio verificare di persona se davvero sta succedendo quello che in tanti denunciano.
Sotto la biblioteca comunale, dove si terrà il Congresso, c'è gente in attesa. Vedo un iscritto che conosco, Vincenzo Cardellini, giovane simpatizzante del sindaco di Firenze. La faccia è preoccupata, mi dice che sta succedendo qualcosa che poco ha a che vedere col rispetto delle regole e che quasi sicuramente l'attuale segretario cittadino, Domenico Brandelli, medico, non si ricandiderà e chiederà la sospensione del congresso, come è successo a Frosinone.
Il nervosismo si percepisce e cresce col ritardo del Garante di garanzia, previsto dal regolamento congressuale. La Garante, Carla Franceschini, arriva dopo un'ora e mezza. Si giustifica dicendo di aver avuto un orario diverso da quello stabilito dal Segretario cittadino. Non le 15, ma le 16 ( ma arriva alle 16.30). La spaccatura tra la Federazione provinciale e la segreteria locale, che si evidenzierà successivamente, inizia da qui.
Finalmente saliamo e inizia il rito dei fogli tirati fuori dalla cartella e delle macchinose procedure. Il regolamento è tanto corposo quanto inconsistente risulterà la scelta dei vincitori. Nel senso che non ci sarà scelta, né sul segretario provinciale, nè su quello del circolo di Antrodoco. Per quanto riguarda quest'ultimo, tutto è deciso da chi ha fatto bingo riuscendo a convincere 31 persone ad iscriversi " in zona Cesarini". Come regolamento consente. Riguardo ai due candidati alla segretria provinciale, non saranno letti i documenti programmatici. Su cosa si sceglie?
A pochi minuti dall'inizio del Congresso viene presentato alla Garante un pacchetto di 31 nuovi iscritti da un giovane che si rivolge unicamente a lei. Il segretario Brandelli dice di non saperne nulla, che a lui questi tesserati non risultano e che non intende riconoscerli come validi. Le tessere sono state fatte presso la Federazione provinciale del Pd, non al Circolo di Antrodoco.
Comincia il caos che, a quanto pare, sta riguardando parecchi, se non tutti i circoli del Pd. Gli argomenti per contestare le tessere vanno dal procedurale al semplice buon senso: perchè mai il tesseramento non è avvenuto ad Antrodoco? E quali sono le ragioni di tanta frenesia da iscrizione che sta interessando il Pd?
Il giovane, Antonio Di Berardino, fratello del più noto e importante Claudio, ex segretario provinciale della Cgil e attuale segretario regionale ( uno che conta parecchio ad Antrodoco, mi dice qualcuno), mostra sicurezza e nervosismo insieme. Telefona. A chi gli chiede le ragioni dell'assenza dei nuovi iscritti, spinti dalla voglia di rinnovamento del partito, stando a lui, risponde sfottente telefonando a qualcuno: “ Vogliono sapere perchè ti sei iscritto..”. Si scopre che due sono presenti.
Uno di loro, di una certa età, dice eccitato di essersi iscritto nella sua vita a diversi soggetti politico-sindacali. Da destra a sinistra al centro e che non gli era mai capitato che gli facessero difficoltà. Continua il tira e molla tra chi pensa che il Congresso dovrebbe essere rinviato e chi non trova nulla d'irregolare nel pacchetto di tessere avallate dal responsabile della Federazione Provinciale. “ A me che ne faccio parte non me ne hanno voluto dare nemmeno dieci, mi dice Filippo Serani. Questo a Rieti dovranno spiegarmelo”.
Nel frattempo la biblioteca si riempie. Forse le telefonate sono servite. Cristina, non ricordo il cognome, giovane, ma vecchia militante dal fu Pds, pone il problema di un tesseramento “ strano”: “ Passare da 12 iscritti a 63 è molto di più del fisiologico aumento del 25%, o sbaglio?”. Dice.
“ Pacchetto Cotral”, lo definisce qualcuno. Chiedo spiegazioni. Mi dicono che molti dei nuovi iscritti sono dipendenti, aspiranti dipendenti, parenti di aspiranti dipendenti dell'azienda di trasporto pubblico regionale. “ Ma c'è anche qualche imprenditore locale...”, mi dice qualcun altro, insinuante. Cristina ricorda i pasticci fatti dal Pd locale nelle ultime comunali, quando si divise in due liste civiche dove destra e sinistra hanno anticipato le “ larghe intese” in declinazione locale.
Il segretario uscente oggi è consigliere d'opposizione, mentre l'unico candidato a sostituirlo, Fabrizio Pascasi sta in maggioranza. “ Serietà vorrebbe che dessi le dimissioni, visto che amministri con un sindaco di destra”, chiedono alcuni.
Personaggio pittoresco, Pascasi. Dalle prime mosse fa capire che gestione avrà il Circolo: uomo solo al comando. Dopo aver fatto un discorsetto di candidatura, come prassi richiede, comincia, sbrigativo e rumoroso, a chiedere gli scatoloni per il voto. Nel mentre sta cercando di parlare Vincenzo Cardellini, trattato come fosse un ectoplasma. Chi ti vede? Gli dico di mostrare rispetto per chi sta parlando e gli dò dell'arrogante. Mi chiede chi sono e che ci faccio lì. Rispondo di essere una ex iscritta. Iscritta per un solo anno ad un partito da cui mi diedi a gambe levate dopo aver visto di che pasta era fatto.
Insomma, mi faccio prendere dal gioco, come succede in certe sedute di psicologia collettiva. Nel frattempo si avvicina Di Berardino che mi spiega che i nuovi tesserati si sono iscritti a Rieti per ragioni pratiche : “ Lavorano a Rieti “. Approfitto per chiedere: “ Per chi voterà alle primarie”? “ Per Cuperlo “, risponde. Penso alla stranezza del fatto che sia proprio Cuperlo a denunciare brogli e tessere fasulle e a chiedere di fermare il tesseramento. Ma quando il “ tacchino”, leggi Apparato, capisce che si avvicina il natale, inevitabilmente si agita scomposto, spargendo intorno a sé penne e piume.
Dopo aver sentito l'accorato intervento di Elvezio Cipriani, uno di quelli “normali”, di cui si sente la passione politica e la rabbia nel vedere un partito finito per somigliare alla peggiore democristianità al suo tramonto, decido di andarmene. Dopo la decisione del segretario uscente e dei sostenitori di non votare e di ricorrere al Garante per l'annullamento del Congresso, capisco che i giochi sono fatti.
Me ne vado pensando che quello a cui ho assistito è molto peggio di quanto mi sarei aspettata. Nella mia unica esperienza in quel partito, quando mi impegnai per sostenere la mozione Marino, di “ stranezze” ne ho viste tante. Procedure applicate in modo grossotto, commissari impreparati su un regolamento da burocrazia sovietica, gente che non ti stava a sentire, tanto era tutto deciso dai “ padroni delle tessere” , di truppe cammellate. Per me le primarie furono questo.
Ma ora tutto assume contorni più aggressivi ed il Pd somiglia maledettamente ai partiti di cui parlava Berlinguer nella famosa intervista sulla questione morale. A rileggerla oggi vengono i brividi, tanto suona profetica. “Oggi i partiti sono diventati macchine di potere e di clientela, scarsa o mistificata conoscenza dei problemi della gente, ideali pochi, sentimenti e passione civile zero...gestiscono interessi, talvolta anche loschi e non sono più organizzatori del popolo, i partiti sono piuttosto camarille, con un boss e dei sotto boss”.
lunedì 4 novembre 2013
giovedì 10 ottobre 2013
In morte ( magari sarà un altro Lazzaro) di RL TV: Roberto Pietropaoli imprenditore incompreso
Quando incontro per l'intervista
Roberto Pietropaoli, commercialista, presidente della squadra di
calcetto Real Rieti Calcio a 5, in serie A e proprietario di RL TV,
televisione locale nata ad aprile dello scorso anno ed ora in
difficoltà, mi dice di essere stato mio alunno per qualche
settimana. Lo guardo nel disperato tentativo di ricordare. Dopo aver
sentito il quando e il dove mi viene in mente solo che ero alla mia
prima esperienza d'insegnamento, alla scuola media A.M.Ricci e che di
tempo ne è passato parecchio. Nient'altro. Solo dopo averlo
ascoltato per un po' ritrovo in quella dell'adulto, barba e capelli
brizzolati, la faccia di ragazzino vivace dagli occhi sorridenti di
tanti anni fa.
Ma la vivacità è diventata impeto,
foga di dire, e gli occhi sprizzano elettricità nervosa. Non conosco
la sua vita e posso solo cercare di capire. Dopo la lunga
chiacchierata capisco che c'è molta amarezza. A dolere non è solo
la presa d'atto del fallimento di una iniziativa imprenditoriale. A
fare male è la fatica d'intraprendere nella propria città.
Lo scorso anno, dopo l'inaugurazione di
una nuova televisione dove avrebbero lavorato tanti giovani e qualche
veterano, non per età, ma per mestiere, come Katiuscia Rosati e
Simone Fioretti, scrissi un articolo intitolato “RLTV: un progetto
ambizioso”. Oggi che quel progetto sembra incontrare difficoltà
cerco di rispondere a domande e dubbi: perchè è nata la
televisione? Se ne sentiva il bisogno? Quali motivi possono aver
spinto l'editore ad investire nella quarta emittente locale, ancorchè
regionale? Chi c'è dietro? E dove ha preso i soldi? Le risposte le
ho cercate direttamente alla fonte. Ho trovato un ex alunno e una
gran voglia di rispondere.
Partiamo dalla tua ultima impresa:
come è nata l'idea di diventare editore televisivo?
La mia è una piccola televisione con
degli strumenti più innovativi. La gente pensa che chissà che costo
abbia avuto, invece è quanto spende chi investe in un piccolo
appartamento o nell'apertura di un negozio. Nessuno si fa domande
quando la gente spende soldi in queste cose .
Quanto è costata l'operazione RL
TV?
Meno di 250mila euro. Ma capisco che la
televisione, facendo informazione, può far considerare l'editore un
pericolo. Si pensa subito a Berlusconi. A questo va aggiunta la
reatinità. Che ci vorrà fare questo? Fedeli ha preso Rieti Calcio:
che ci deve fa'? Che ci vuole guadagna'? Perchè Beppe Cattani prende
il basket? Che ci vuole fa'? Io, invece che comprarmi la casa al mare
ho investito in un'attività commerciale. Sono figlio di
commercianti. Mio padre mi diceva che le case non fanno mangiare. E'
l'impresa che ti fa vivere.
Quindi hai pensato di fare impresa
nel campo televisivo.
Esatto! Io da anni faccio il
commercialista con diversi studi, compreso uno a Milano. Ho messo su
famiglia e sentivo il bisogno di stare più a Rieti, dove non ho
tanti interessi come tanti colleghi commercialisti. Io non faccio il
revisore nei comuni o nelle comunità montane. Né faccio il
consigliere regionale. Dieci anni fa sono andato a fare il
commercialista fuori. Volevo tornare anche per stare vicino a mia
madre e ho pensato a un tipo d'investimento diverso.
Ma perchè una televisione?
E' stato un po' per caso. Diciamo che
tutto è cominciato con la presidenza della squadra di Rieti Calcio a
5 e le riprese televisive.Quello
che non capisco è perchè ci siano tanti sospetti intorno alla mia
iniziativa imprenditoriale. E' da lì che ho cominciato a ettere in
piedi un'organizzazione con Katiuscia Rosati e Simone Fioretti. E'
così che è nata una cosa più tecnologica. Senza voler sminuire
nessuno.
Hai tanto personale. Sono costi che
altre televisioni non hanno.
Sì, ma sono tutti lavoratori a
contratto. Parecchi vengono pagati in base a quante ore lavorano. Ci
sono persone che vengono solo alcuni giorni. Ma ci siamo sempre
trovati d'accordo.
Sì, ma poi hai mandato una e-mail
per annunciare il licenziamento. Ti sembra normale?
E a te sembra normale che si usi la mia
televisione per rendere pubblico un comunicato senza che ne sapessi
niente? Non sarebbe stato corretto parlare con me prima?
Anche in passato si sono viste
sfasature tra te e i tuoi giornalisti. Prendiamo la vicenda del
sindaco Petrangeli. Sembrava che tu intendessi licenziare Marco
Fuggetta. Come mai sei tornato sulla decisione?
Non mi sono mai sognato di licenziare
Fuggetta. Petrangeli mi chiamò mentre ero a Perugia per dirmi che
stava per denunciare il giornalista che aveva fatto uno scivolone.
Risposi che Fuggetta era grande e grosso e in grado di difendersi.
Poi ho chiamato Fioretti per dirgli di avvertire Marco. Questo è
quanto. Guarda che c'è una parte della città che sperava che io
dessi una mano a screditare il Sindaco, ma a me non interessa fare
questo. Io sono una persona onesta e nei giochetti della politica non
voglio entrare.
Ma è vero che hai un interesse per
l'appalto comunale delle mense?
Io? Ma quando mai? E chi ne capisce di
mense? Io a Rieti non voglio investire più niente. Riguardo a
Petrangeli, non è venuto nemmeno all'inaugurazione della mia
televisione, né alla partita di venerdì scorso della mia squadra
che è in serie A. Un sindaco dovrebbe sentire l'obbligo di farsi
vedere Figurati se era tra i miei amici! Come non è venuto Perelli,
d'altronde, pur sapendo che io votavo a destra.
Che rapporto hai con l'Onorevole
Melilli?
Ecco un'altra faccenda da spiegare. Ho
conosco Melilli soltanto quando sono diventato presidente della
squadra Rieti calcio a 5. Non avevamo un posto dove giocare. Mi
rivolsi al Presidente della Provincia che non sapeva nemmeno cosa
fosse una squadra di calcio a5. Mi disse subito di non avere soldi.
Chiesi la gestione del Palamalfatti che era in condizioni pessime. Mi
rispose: tu sembri una brava persona, meglio che lo prenda qualcuno
che vederlo buttato nelle condizioni in cui è. Era uno schifo
totale. Siamo arrivati in serie A. Due anni dopo, dopo che io avevo
ripulito tutto, la Provincia ha fatto un appalto pubblico per la
gestione. Lo vinse qualcuno che gli amici in Provincia li aveva
davvero. Non io. Ho dovuto pagare l'affitto a gente che dopo un anno
fu mandata via perchè non pagava.
E poi?
E poi, dopo altre peripezie, una volta
arrivato in serie A, ho dovuto portare la squadra ad allenarsi a
Terni, a Perugia, a Roma. Quello che posso dire è che io non ho mai
preso un soldo pubblico da questa città, mentre ho sempre onorato i
pagamenti. C'è gente che ha preso quantità enormi di soldi
pubblici. Ma nessuno ne parla. C'è uno scandalo su due televisioni
reatine. Perchè nessuno si chiede come è finità? Invece parlano di
Pietropaoli che per far giocare la serie A a Rieti ha dovuto prendere
finanziamenti bancari.
Quindi dietro la tua televisione non
c'è l'appoggio di Melilli..
Ma quando mai? Ma almeno Melilli ha
fatto quanto poteva per aiutare la squadra di Calcio a 5. Tutti gli
altri mi hanno evitato. Cicchetti, Rositani, Petrangeli. Oggi Nobili
solidarizza con i ragazzi di RL TV, ma non ha fatto niente per
aiutare la nostra televisione, né Rieti calcio a 5. Così la
Fondazione. Ho chiesto un contributo per la squadra. Mi ha risposto
di no dopo due anni. Non ho avuto niente dall'Ente del Turismo, né
dalla Camera di Commercio. Ma siamo in serie A da tre anni. Siamo
l'unica serie A in questa città e nessuno se ne occupa.
Ma come ti spieghi tanta
indifferenza?
Te lo spiego io. In questa città si fa
grande fatica ad avere successo se non sei di una famiglia storica e
se non ti butti in politica. Io ho perso mio padre che avevo 22 anni
e mia madre vendeva le scarpe. Me ne sono andato da questa città
proprio perchè ti fa sentire nessuno. Io ho pensato d'investire in
questa città anche per portare del bene. Ora sono stufo e me ne
vado.
Per tornare alla televisione.
Qualche mese dopo l'inizio sono cominciati ad uscire dei giornalisti,
Rosati, Porqueddu, Nicoletti.
Ho dovuto tagliare. Rosati è uscita
per ragioni di famiglia. Ma gli altri due non potevamo permetterceli.
Tagli dolorosissimi. Erano bravi, ma costosi. Ho dovuto licenziarli
per tenere tutto il resto. Speravo che la parte commerciale
decollasse, ma non è andata come speravo. Poi, a dicembre è stata
fatta una riforma che ha ridotto le licenze per i ponti. Io li
affitto, non li posseggo. La cosa ha richiesto un cambiamento
costoso.
Ma il prodotto offerto dalla tua
televisione in cosa si distingue nel sistema dei media locali? Cosa
offre di diverso e di più nel campo dell'informazione?
Questo ci fa entrare in un discorso
diverso. Ed è qui che nascono i veri problemi. E' chiaro che va
offerto un prodotto che faccia venire la voglia di sintonizzarsi sul
canale 677. Io avevo in mente un'informazione sul tipo di Sky, ma i
miei collaboratori non mi hanno seguito
Certo, se si fa una copia di
qualcosa, tanto vale vedere l'originale. Non cambiare abitudini.
Diciamo che la competizione sembra aver aiutato più altri che voi.
Rtr sembra essersi rivitalizzata.
Hai messo il dito nella piaga. Il
contrasto tra me e lo staff nasce proprio dalla diversa idea che
abbiamo di come andrebbe fatta l'informazione. A me piace Sky. ma non
ho i mezzi di Murdoch e siccome i miei collaboratori non mi seguono
ho deciso di lasciare. Speravo che i ragazzi, stimolati, stuzzicati,
riuscissero a fare quello che io contavo di fare. Nello sport ci
siamo riusciti e siamo i primi.
Ma sei davvero deciso a lasciare...?
( Chiamano da Milano. E' una delle due segretarie dello studio
lombardo).
Sì, sì. Andremo avanti fino a quando
non troviamo qualcuno interessato. Io mi sono affidato mani e piedi
a Fioretti e Rosati, ma mi sono fidato troppo. Alla fine sembra che
il problema sia che io urlo, non che non ci vedono. E se non ci
vedono l'impresa non ha futuro. E a me interessa fare impresa, non di
entrare nelle diatribe politiche.
Peccato.
Sì, peccato. Peccato soprattutto che
questa città faccia passare la voglia d'investire a Rieti. La cosa
che mi ha dato più fastidio sai cos'é?
Cosa?
E' stato che invece di capire lo
sforzo, apprezzare quello che abbiamo cercato di fare, magari venire
incontro ai ragazzi che hanno trovato un'occupazione, facendo anche
esperienza, in troppi hanno risposto alla solita maniera disfattista
del “ que te pensi de fa?” “ do bo' ji issu? “ .
giovedì 20 giugno 2013
Credi al rispetto delle regole? Sei solo una rompiscatole
Il paradiso, se c'è, non è per i vivi, ma beato il cittadino di un paese dove il vero " bene comune" è il rispetto delle regole.
Per capirlo bisogna sperimentare il benessere dato da un paese siffatto e il malessere prodotto da quello dove la regola è d'impaccio.
Me ne andavo verso il centro per affari miei, quando, attraversando il ponte che congiunge il vecchio borgo di Rieti al centro storico, vedo la solita scena che si presenta ad ogni vigilia festiva: le luminarie vengono allestite in assenza di ogni rispetto della sicurezza, per il passante e per chi lavora. Sospeso nel cestello tenuto in alto da un braccio meccanico vedo l'operaio munito di utensili, ma non del casco.
Cerco un vigile a cui far presente la cosa, ma non ne vedo nemmeno uno.
Comincio a fotografare e attiro l'attenzione.
Mi avvicino al primo operaio e chiedo le ragioni per cui si stava lavorando sulla testa di passanti e ragazzini che transitavano sotto il cestello da cui sarebbe potuto cadere una pinza, un martello, una tenaglia, un pezzo di luminaria.
Il giovane mi chiede che me ne importa.
Spiego che sono una giornalista.
Comincia a maledire la categoria.
Mi avvicino e chiedo rispetto.
" I giornalisti mi fanno schifo, posso"?
L'uomo sul cestello, da lontano, mi fa segno di lasciar perdere il tipo con cui parlavo e abbassa il braccio meccanico.
E' accaldato e non più giovane, d'altronde alle 12 della mattina di questi tempi si bolle.
Spiego.
Mi prega di capire.
Mi dice che non indossa il casco perchè è caldo.
Non possono chiudere la strada, aggiunge, e non posso fare un lato per volta ( non saprei dire perchè).
Mi fa capire che è stanco morto e che è dall'alba che lavora.
Intanto quello giovane continua a urlare e a dare di matto.
Capisco che è il figlio della persona con cui parlo.
Il padre è una persona che si rende conto che ho ragione, ma le cose vanno sempre così.
Mi sento a disagio. Mi dispiace per lui, preoccupato doppiamente: " Non so più che fare con quello, mi dice"
Vorrei non aver iniziato.
Vorrei non dover provare disagio per essere convinta che il rispetto delle regole renderebbe tutto più facile, meno stupido, meno dannoso.
Mi allontano dicendo al poveruomo che mi parla ( tale mi appare), che la colpa non è solo sua. D'altronde non c'è uno straccio di vigile nei pressi di lavori il cui committente è il Comune (sarà caldo...).
Mi allontano sentendo padre e figlio che litigano.
Ho la sgradevole sensazione di aver solo scatenato una rissa familiare.
In un paese dove le regole servono solo a costruire qualche business ( la formazione sulla Sicurezza non è più di quello) e ad essere trasgredite ( fatta la legge trovato l'inganno) sei solo una gran rompiscatole.
Rompiscatole.
Per capirlo bisogna sperimentare il benessere dato da un paese siffatto e il malessere prodotto da quello dove la regola è d'impaccio.
Me ne andavo verso il centro per affari miei, quando, attraversando il ponte che congiunge il vecchio borgo di Rieti al centro storico, vedo la solita scena che si presenta ad ogni vigilia festiva: le luminarie vengono allestite in assenza di ogni rispetto della sicurezza, per il passante e per chi lavora. Sospeso nel cestello tenuto in alto da un braccio meccanico vedo l'operaio munito di utensili, ma non del casco.
Cerco un vigile a cui far presente la cosa, ma non ne vedo nemmeno uno.
Comincio a fotografare e attiro l'attenzione.
Mi avvicino al primo operaio e chiedo le ragioni per cui si stava lavorando sulla testa di passanti e ragazzini che transitavano sotto il cestello da cui sarebbe potuto cadere una pinza, un martello, una tenaglia, un pezzo di luminaria.
Il giovane mi chiede che me ne importa.
Spiego che sono una giornalista.
Comincia a maledire la categoria.
Mi avvicino e chiedo rispetto.
" I giornalisti mi fanno schifo, posso"?
L'uomo sul cestello, da lontano, mi fa segno di lasciar perdere il tipo con cui parlavo e abbassa il braccio meccanico.
E' accaldato e non più giovane, d'altronde alle 12 della mattina di questi tempi si bolle.
Spiego.
Mi prega di capire.
Mi dice che non indossa il casco perchè è caldo.
Non possono chiudere la strada, aggiunge, e non posso fare un lato per volta ( non saprei dire perchè).
Mi fa capire che è stanco morto e che è dall'alba che lavora.
Intanto quello giovane continua a urlare e a dare di matto.
Capisco che è il figlio della persona con cui parlo.
Il padre è una persona che si rende conto che ho ragione, ma le cose vanno sempre così.
Mi sento a disagio. Mi dispiace per lui, preoccupato doppiamente: " Non so più che fare con quello, mi dice"
Vorrei non aver iniziato.
Vorrei non dover provare disagio per essere convinta che il rispetto delle regole renderebbe tutto più facile, meno stupido, meno dannoso.
Mi allontano dicendo al poveruomo che mi parla ( tale mi appare), che la colpa non è solo sua. D'altronde non c'è uno straccio di vigile nei pressi di lavori il cui committente è il Comune (sarà caldo...).
Mi allontano sentendo padre e figlio che litigano.
Ho la sgradevole sensazione di aver solo scatenato una rissa familiare.
In un paese dove le regole servono solo a costruire qualche business ( la formazione sulla Sicurezza non è più di quello) e ad essere trasgredite ( fatta la legge trovato l'inganno) sei solo una gran rompiscatole.
Rompiscatole.
sabato 1 giugno 2013
Un mio vecchio amico, ma non vecchio, diventato assessore, ogni volta che scrivo qualcosa di critico, di costruttivamente critico, almeno nelle mie intenzioni, tira fuori il mio ego nel corso della discussione.
Ormai alle chiacchierate d'un tempo si sono sostituite le discussioni: maledetta politica che mi ruba da sempre gli amici.
Me li ruba trasformandoli in ciò che da amici criticavamo.
Non voglio evocare Circe, anche se, come la politica è tanto bella quanto maliardamente suinogena.
Comunque, il mio amico parla sempre del mio ego. Meglio, EGO.
Ora, al mio amico, se mi leggerà, vorrei dire che l'ego è sicuramente un energetico indispensabile se t'impegni in qualcosa che non produce guadagni.
Non è come fare l'assessore, per intenderci.
E dirò che io auspicherei un EGO più grande in chiunque sia impegnato a produrre qualcosa di utile per il bene collettivo. Un ego grande ti spingerebbe ad agire per essere apprezzato per le cose buone che fai e ad essere ricordato nella sotria locale come benemerito.
Ecco, oggi auguro al mio amico un ego meno miope e narciso.
La storia lui la sa, perchè ha studiato: a forza di specchiarsi in solitudine nell'acqua del mare, laghi, paludi o pozze, ed in cerca solo della propria immagine si rischia di annegarci. Il brutto è che annega anche la città che l'ha votato.
Ormai alle chiacchierate d'un tempo si sono sostituite le discussioni: maledetta politica che mi ruba da sempre gli amici.
Me li ruba trasformandoli in ciò che da amici criticavamo.
Non voglio evocare Circe, anche se, come la politica è tanto bella quanto maliardamente suinogena.
Comunque, il mio amico parla sempre del mio ego. Meglio, EGO.
Ora, al mio amico, se mi leggerà, vorrei dire che l'ego è sicuramente un energetico indispensabile se t'impegni in qualcosa che non produce guadagni.
Non è come fare l'assessore, per intenderci.
E dirò che io auspicherei un EGO più grande in chiunque sia impegnato a produrre qualcosa di utile per il bene collettivo. Un ego grande ti spingerebbe ad agire per essere apprezzato per le cose buone che fai e ad essere ricordato nella sotria locale come benemerito.
Ecco, oggi auguro al mio amico un ego meno miope e narciso.
La storia lui la sa, perchè ha studiato: a forza di specchiarsi in solitudine nell'acqua del mare, laghi, paludi o pozze, ed in cerca solo della propria immagine si rischia di annegarci. Il brutto è che annega anche la città che l'ha votato.
venerdì 31 maggio 2013
Insulti a Franca Rame da Rinnovazione di Rieti. Il vero morto è chi li ha scritti
Ieri sulla pagina di Rinnovazione di Rieti qualcuno ha scritto :" Oggi alla notizia abbiamo tutti esultato col solito " EVVIVA". Ciao Franca, mò balla coi vermi troia".
Un amico mi ha invitato a partecipare alla protesta da esprimere con un raduno di piazza. Ho accettato, alla fine, ma senza troppo convincimento.
Credo che la mano che ha espresso sentimenti di una aggressività e irrispettosità morbose sia stata guidata da una mente che qualcuno ha nutrito di ignoranza e rigida appartenenza ad una ideologia di destra accecante.
A me fa profondamente pena.
L'insulto non cambia la storia appassionata ed elegante di cultura civile di Franca Rame.
L'insulto, l'ennesimo, ricevuto anche da morta, in quanto intellettuale di sinistra e, soprattutto, donna è solo l'espressione di una mente aggrumata intorno a qualche imbeccamento ricevuto da uno sventurato maestro ed incapace di esprimere sensatamente un sentimento ed un giudizio.
Non è necessario condividere idee e cultura politica per provare rispetto.
La vita di Franca Rame è stata pienamente ed utilmente vissuta. La persona che ha prodotto gli insulti è la vera morta: almeno per ora è solo un'anima morta. Una entità puramente anagrafica.
Gli (le?) augurò di essere raggiunta da una scintilla di vita. Provi a liberarsi dall'odio e a leggere un buon libro.
I capelli bianchi di Paola Concia
«La vera storia dei miei capelli bianchi» è un libro. Un bel libro. Una di quelle autobiografie che si sviluppano come un romanzo di singolare tessitura. E la vita dell'autrice, Paola Concia, ex parlamentare del Pd, di singolare ha tutto. È una donna, una bella donna, con una vocazione spiccata per l'atletica e per l'amore. Amore per le altre donne, perché Concia è lesbica dichiarata.
L'autrice nasce poco meno di cinquanta anni fa ad Avezzano. Sul libro lo si classifica come “meridione”. Di fatto, Avezzano lo è, ma nel libro la collocazione è più culturale che geografica. Una collocazione e un tempo che parlano, senza bisogno d'altro, di uno spazio di vita angusto, chiuso ad ogni discordanza con una normalità data per scontata ed immutabile.
Devi conformarti! Questa è la regola delle comunità patriarcali, conservatrici, illiberali. E Avezzano questo chiedeva alla giovane ragazza che cresceva avvertendo e manifestando la sua originalità alla maniera di ogni adolescente inquieto: con l'oscillazione continua tra concessioni alla libertà e sensi di colpa. Quando s'innamorerà per la prima volta di una donna sarà richiamata al dovere di essere “normale” e ci proverà in tutti i modi. Fino a sposarsi.
A richiamarla al dovere non sarà la famiglia. Sarà il solito amico di famiglia. Non sapremo mai se sua madre, una donna allegra, intelligente, protettiva e rispettosa della personalità stramba di sua figlia, venuta a mancare troppo presto, si sia mai accorta di aver messo al mondo una omosessuale. Né sembra averne contezza suo padre, per lungo tempo, né i tanti fratelli. Tutto avverrà più tardi, quando, ormai adulta e più forte, decide di smettere di “uccidere” la sua omosessualità, cioè la sua vera essenza, iniziando con la separazione dal marito.
Non voglio aggiungere altro per non togliere il piacere alla lettura del libro. Aggiungo soltanto che alla parte privata s'intreccia continuamente quella storico- politica. L'autrice ci offre uno spaccato d'Italia a partire dagli anni cinquanta che in tanti abbiamo conosciuto. Nella narrazione il privato si fa politico, come si diceva negli anni settanta. La crescita della consapevolezza personale dell'omosessualità ed il bisogno di far lievitare la cultura dei diritti umani e civili avanzano uniti.
Paola Concia, da deputata, si è battuta con tutta la determinazione e la forza che le sono proprie al fine di ottenere una legge a tutela delle persone lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali). Una legge che prevedeva l'allargamento agli omosessuali di quella Mancino, ovvero l'aggravante per reati compiuti per discriminazione omofoba
Non ce l'ha fatta. Le resistenze in Parlamento sono state invincibili, a destra, ma anche a sinistra. Restiamo un fanalino di coda nell'etica civile e nella realizzazione vera del principio d'eguaglianza dei diritti prevista dalla Costituzione. Ci riteniamo un paese avanzato perché confondiamo l'avere con l'essere.
Qualcuno rimprovera alla ex deputata di aver esagerato nel forzare la mano. Anche dentro il partito del Pd, dove coesistono le anime del conservatorismo e quelle progressiste. Concia non solo si è battuta e si batte per i diritti delle persone lgbt e per il matrimonio dei gay, si è anche sposata in Germania con Ricarda Trautmann, criminologa tedesca. La cosa, naturalmente ha fatto scalpore.
Qualcuno è stato contento per lei. Altri hanno accettato la scelta, anche se con fatica, di due persone dello stesso sesso convolate a nozze come una coppia qualunque. Altri ancora hanno abbassato la leva del pregiudizio: “strumentalizzazione ideologica”, ha scritto l'Avvenire. Ma la cultura, anche quella della Chiesa Cattolica, è una creatura che procede come le lumache: lentamente, lasciando lunghe scie di bava, ma poi il cambiamento arriva, se si ha la pazienza d'insistere. Concia questo lo sa e non demorde.
Anche per questo ha accettato l'invito a parlare del suo libro a Rieti. Si potrà ascoltare il racconto della sua vicenda umana, di diritti degli omosessuali negati e le ragioni per cui sono dovuti. Capire perché solo dall'amore civile e religioso può nascere la comprensione di qualcosa che in alcuni produce addirittura repulsione. Quanto ha impiegato l'umanità, d'altronde, a capire che era la schiavitù ad essere ripugnante e non sedere accanto ad una persona di pelle nera sul bus o al ristorante?
«Cara Ricarda e cara Paola, ho oltre 80 anni e neanche per me è stato facile capire ed accettare fino in fondo. Ma quello che voglio dirvi è che né a me né ad altri dovete rendere conto, ma solo l'una all'altra. Perché il diritto di amarvi è scritto più in cielo che in terra. In paradiso i matrimoni non ci sono, ma l'amore sì». Così il padre dell'autrice in una lunga e commovente lettera scritta in occasione del matrimonio.
Paola Concia sarà a Rieti il 7 Giugno, alle ore 17.30, presso la biblioteca comunale.
L'autrice nasce poco meno di cinquanta anni fa ad Avezzano. Sul libro lo si classifica come “meridione”. Di fatto, Avezzano lo è, ma nel libro la collocazione è più culturale che geografica. Una collocazione e un tempo che parlano, senza bisogno d'altro, di uno spazio di vita angusto, chiuso ad ogni discordanza con una normalità data per scontata ed immutabile.
Devi conformarti! Questa è la regola delle comunità patriarcali, conservatrici, illiberali. E Avezzano questo chiedeva alla giovane ragazza che cresceva avvertendo e manifestando la sua originalità alla maniera di ogni adolescente inquieto: con l'oscillazione continua tra concessioni alla libertà e sensi di colpa. Quando s'innamorerà per la prima volta di una donna sarà richiamata al dovere di essere “normale” e ci proverà in tutti i modi. Fino a sposarsi.
A richiamarla al dovere non sarà la famiglia. Sarà il solito amico di famiglia. Non sapremo mai se sua madre, una donna allegra, intelligente, protettiva e rispettosa della personalità stramba di sua figlia, venuta a mancare troppo presto, si sia mai accorta di aver messo al mondo una omosessuale. Né sembra averne contezza suo padre, per lungo tempo, né i tanti fratelli. Tutto avverrà più tardi, quando, ormai adulta e più forte, decide di smettere di “uccidere” la sua omosessualità, cioè la sua vera essenza, iniziando con la separazione dal marito.
Non voglio aggiungere altro per non togliere il piacere alla lettura del libro. Aggiungo soltanto che alla parte privata s'intreccia continuamente quella storico- politica. L'autrice ci offre uno spaccato d'Italia a partire dagli anni cinquanta che in tanti abbiamo conosciuto. Nella narrazione il privato si fa politico, come si diceva negli anni settanta. La crescita della consapevolezza personale dell'omosessualità ed il bisogno di far lievitare la cultura dei diritti umani e civili avanzano uniti.
Paola Concia, da deputata, si è battuta con tutta la determinazione e la forza che le sono proprie al fine di ottenere una legge a tutela delle persone lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali). Una legge che prevedeva l'allargamento agli omosessuali di quella Mancino, ovvero l'aggravante per reati compiuti per discriminazione omofoba
Non ce l'ha fatta. Le resistenze in Parlamento sono state invincibili, a destra, ma anche a sinistra. Restiamo un fanalino di coda nell'etica civile e nella realizzazione vera del principio d'eguaglianza dei diritti prevista dalla Costituzione. Ci riteniamo un paese avanzato perché confondiamo l'avere con l'essere.
Qualcuno rimprovera alla ex deputata di aver esagerato nel forzare la mano. Anche dentro il partito del Pd, dove coesistono le anime del conservatorismo e quelle progressiste. Concia non solo si è battuta e si batte per i diritti delle persone lgbt e per il matrimonio dei gay, si è anche sposata in Germania con Ricarda Trautmann, criminologa tedesca. La cosa, naturalmente ha fatto scalpore.
Qualcuno è stato contento per lei. Altri hanno accettato la scelta, anche se con fatica, di due persone dello stesso sesso convolate a nozze come una coppia qualunque. Altri ancora hanno abbassato la leva del pregiudizio: “strumentalizzazione ideologica”, ha scritto l'Avvenire. Ma la cultura, anche quella della Chiesa Cattolica, è una creatura che procede come le lumache: lentamente, lasciando lunghe scie di bava, ma poi il cambiamento arriva, se si ha la pazienza d'insistere. Concia questo lo sa e non demorde.
Anche per questo ha accettato l'invito a parlare del suo libro a Rieti. Si potrà ascoltare il racconto della sua vicenda umana, di diritti degli omosessuali negati e le ragioni per cui sono dovuti. Capire perché solo dall'amore civile e religioso può nascere la comprensione di qualcosa che in alcuni produce addirittura repulsione. Quanto ha impiegato l'umanità, d'altronde, a capire che era la schiavitù ad essere ripugnante e non sedere accanto ad una persona di pelle nera sul bus o al ristorante?
«Cara Ricarda e cara Paola, ho oltre 80 anni e neanche per me è stato facile capire ed accettare fino in fondo. Ma quello che voglio dirvi è che né a me né ad altri dovete rendere conto, ma solo l'una all'altra. Perché il diritto di amarvi è scritto più in cielo che in terra. In paradiso i matrimoni non ci sono, ma l'amore sì». Così il padre dell'autrice in una lunga e commovente lettera scritta in occasione del matrimonio.
Paola Concia sarà a Rieti il 7 Giugno, alle ore 17.30, presso la biblioteca comunale.
venerdì 5 aprile 2013
Sviluppo locale e capacità di fare squadra
Qualche anno fa, chi avesse utilizzato un motore di ricerca on line per avere notizie sul nostro territorio, cliccando su “Provincia di Rieti” avrebbe aperto una pagina con la scritta “Sabina attraente per natura”. Una promessa non ingannevole, perché la nostra terra è davvero magnifica, prolifica di beni naturali, di storia, di paesaggi generosi di bellezza.
Altro discorso è quando si parla di cultura, intesa come modalità di rapportarsi con gli altri e con il mondo circostante. In questo caso a dominare è la chiusura, l'egocentrismo, la diffidenza, l'incapacità ad aprirsi alla cooperazione per rispondere ai cambiamenti prodotti dalla post- modernità. Ognuno per sé e dio per tutti è il valore condiviso da un mondo antropologicamente fermo al contesto contadino e valligiano, cosa che complica l'intrapresa economica di chi non trova sostegno in reti fiduciarie. Un valore che accomuna società civile, istituzioni e mondo politico.
Ad un incontro organizzato la scorsa settimana al Teatro di Cristallo di Rieti, da Slow Food reatino per far conoscere la filosofia dell'associazione che promuove la cultura del cibo di qualità, dell'agricoltura compatibile e della sostenibilità ambientale, c'era tanta gente e diversi produttori locali, tra i quali il giovane proprietario di un'azienda agricola ed agrituristica del comune di Contigliano,“Le Chiuse di Reopasto”, Vittorio Piozzo di Rosignano. Mi è sembrato interessante intervistarlo, per conoscere i problemi di chi investe soldi ed energie sul nostro territorio.
Mi racconti qualcosa di lei, cominciando dal cognome che mi sembra poco reatino
Sì, mio padre è di Torino, mentre mia madre è di Roma. L'azienda è sempre stata trasmessa per via femminile, per cui i cognomi sono cambiati. I proprietari originali sono i Vitelleschi, presenti a Labro dal '300. La proprietà è sempre stata tramandata quindi è sempre stata curata e preservata da interventi ecologicamente dannosi. I miei genitori per lo più vivono a Torino e per questo sono più io ad occuparmi dell'azienda.
Bene. Che tipo d'azienda è questa?
È un'azienda a filiera chiusa. Quello che produciamo nei nostri campi al 90%viene riutilizzato in stalla per i nostri animali, da sempre alimentati dai nostri prodotti. Avevamo scelto, per un fatto puramente burocratico, di non aderire al disciplinare, ma ora siamo in conversione biologica, in attesa della certificazione per avere il marchio di biologico. Una procedura complessa e lunga, due anni. Noi abbiamo chiesto di poter accelerare, visto che siamo da sempre, di fatto, biologici, ma non si può. Comunque, le regole vanno accettate (sana cultura asburgica ndr).
Da quanto mi ha detto Monica (Monica Luchetti, una giovane ed efficiente collaboratrice) fate anche una certa sperimentazione
Sì, nel nostro piccolo (ride). Proviamo a mescolare i diversi grani con cui fare la pasta e le farine. I nostri grani sono antichi e geneticamente incrociati ma non modificati, ad esempio Saragolla, detto dei faraoni, e Cappelli.
E in quale mercato collocate i prodotti? Solo reatino?
Rieti e Roma. La nostra, per ora, non è una grande produzione. Abbiamo anche quattro mini appartamenti ed uno più grande, oltre un ristorante e locali per cerimonie. L'unico problema è che sembra che i romani non conoscano Rieti.
Come è possibile?
Me lo chiedo spesso anch'io. Questa è' una zona bellissima, relativamente distante da Roma. E poi Rieti è il centro d'Italia, ma è molto mal collegata. È strano, ma mi succede spesso di sentirmi chiedere dov'è Rieti.
Forse dipende da noi che non sappiamo, o vogliamo, farci conoscere. La mancanza di strade comode non impedisce a certi luoghi di essere molto frequentati. Pensiamo all'Umbria
Beh, sì. A volte mi chiedo se i reatini siano chiusi per colpa dei cattivi collegamenti o se quelli dipendono dalla volontà di restare isolati. Un isolamento che ha aiutato il territorio a preservarsi, ma per i giovani è un problema trovare lavoro. E così il territorio si svuota di risorse umane.
In effetti la promozione del territorio è fondamentale e la voglia di aprirsi al mondo anche. Poi, qui vicino c'è Greccio.
Sì, e San Francesco ha vissuto qui a lungo, ma non lo sa nessuno: sembra che appartenga solo all'Umbria. Manca lo sviluppo anche dei percorsi francescani. Il Cammino di Francesco, ad esempio, passa molto sulla strada asfaltata. Questo succede perchè il Velino forma una barriera, ma basterebbe qualche ponticello per risolvere il problema e rendere più piacevole l'itinerario. Passare su un sentiero alberato e non sotto il sole, senza motori che ti sfrecciano vicino, credo sarebbe meglio, no? Sembrava che la Fondazione Varrone avesse dato la disponibilità per finanziare un ponte nella zona di Montisola, ma non se n'è fatto niente.
Certo, non deve essere piacevole per un pellegrino camminare su una strada asfaltata.
Sì, infatti. Noi abbiamo un nostro passaggio per arrivare al santuario. Ci si arriva con mezz'ora di salita. La Provincia ci aveva chiesto se volevamo renderlo percorribile anche dai pellegrini. Abbiamo dato la disponibilità a patto che il sentiero fosse curato, messo in sicurezza. I nostri animali pascolano allo stato brado ed il contatto potrebbe essere insicuro. Comunque, per noi sarebbe stato un disagio, ma volentieri ci saremmo prestati a trovare soluzioni. Credo sia mancata la disponibilità di altri abitanti del posto. E comunque non abbiamo saputo più niente. Tante belle iniziative finite nel nulla.
Come vogliamo concludere?
È difficile per un privato sviluppare le forze da solo. Un privato deve avere alle spalle qualcuno che promuova lo sviluppo del territorio. Non c'è speranza di crescere senza l'impegno delle istituzioni e lo spirito di cooperazione dei privati, uniti in una visione di sistema. E' un problema italiano, non solo locale, non si riesce a crescere perchè non sappiamo fare squadra. Ad esempio, non siamo riusciti a trovare un mulino in questa provincia per macinare il nostro grano e siamo costretti a rivolgerci a Pescara. Diventa tutto più complicato. Un peccato.
Grazie
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