venerdì 13 maggio 2016
Il giornalismo serve ancora?
In tanti mi fanno notare che ultimamente scrivo poco. E' vero, sto trascurando il blog e a parte le incursioni quotidiane sui social, Facebook e Twitter, non dedico troppo tempo a buttar giù pensieri e riflessioni su quello che offre il presente politico locale. E' vero, ripeto, ma avviene perchè la mia collocazione emotiva è borderline. La scrittura che nasce dalla passione civile più che da un vero e proprio mestiere, è preda di tutti gli effetti emozionali suscitati dalla realtà vissuta come cittadina. Quando la realtà è povera di stimoli e di interesse e quando quanto si scrive finisce contro il famoso muro di gomma, diventa accidiogena. Neologismo per dire che produce accidia, noia, quasi rassegnazione..
Se la realtà sotto osservazione, perpetua le sue pochezze, la sua inefficacia, la sua sterile autoreferenzialità tradotta in episodicità che nulla incide sulla qualità dell'esistenza collettiva, imponendo un esercizio critico che finisce per soffrire della medesima sterile autoreferenzialità, di scrivere passa la voglia. Ci si sente superflui, quando non complici di un gioco delle parti che serve solo a tenere in vita se stessi.
Impegnarsi in quotidiane rampogne, talvolta vere cattiverie, rompere un po' le scatole facendo notare quello che non va, serve all'informazione o solo a influenzare negativamente l'opinione pubblica? La domanda se la faceva già don Milani. Oggi me la faccio nel mio piccolo anche io. E tra le tante citazioni, tra i tanti aforismi che hanno come oggetto il giornalismo, quella che mi convince di più è di Gilbert Keith Chesterton, scrittore e giornalista inglese della fine dell'ottocento. " Il giornalismo è popolare, ma lo è soprattutto come finzione. La vita è un mondo e la vita vista sui giornali è un altro".
Raccontare l'intervista fatta al giovane consigliere comunale del Pd Alessandro Fiorenza, fiducioso in un sistema nuovo, senza intermediazioni, che assegna alla cittadinanza attiva un ruolo più efficace di quello giocato dai partiti, sindacati, associazioni di categoria, ad esempio, è una cosa, la realtà dell'efficacia effettiva della democrazia dal basso di cui parla i libro che ne porta il titolo, " Democrazia dal Basso", è tutt'altra.
Faccio un esempio su tutti. La nota e disattesa questione della " Rieti-Torano". Come ormai stranoto esiste un " Comitato pro-Casette" nato per difendere gli interessi di un quartiere caratterizzato dall'orticoltura. Da anni questo campione locale del " citizen lobbyng", cittadini che si fanno "lobby", ovvero gruppi che agiscono nei processi decisionali, è impegnato a combattere le scelte fatte dalla Provincia in termini di tracciato finale di una strada che aspetta la sua realizzazione da quasi mezzo secolo.
A sostenere le ragioni di quella che possiamo definire sostenibilità infrastrutturale: si alla importante arteria stradale, no alla distruzione di un assetto ambientale, culturale e sociale, si sono aggiunti il comune di Cittaducale e la prima Consulta comunale di Rieti. Proprio l'ultimo incontro avuto in Comune dalla Consulta, impegnata su diversi temi:Lavori pubblici, urbanistica e Territorio, Viabilità e Mobilità, Decoro Urbano, lo scorso 11 Maggio, è la riprova dell'esistenza del gap, divario, tra narrazione giornalistica e realtà.
Il presidente della Provincia Giuseppe Rinaldi, per ragioni a me sconosciute, pertanto forse giustificabilissime, non ha partecipato all'incontro, pur essendo stato invitato. Niente da fare poi, con la promessa venuta dal sindaco Petrangeli e dall'assessore all'urbanistica Ludovisi sulla creazione di un tavolo per consentire un dialogo tra Comitato, Consulta e Regione fatta diverso tempo fa. Un chiaro di luna che era già palese al tempo dell'inaugurazione del tratto di completamento di Ville Grotti del 28 Gennaio, quando si chiese inutilmente di poter incontrare Zingaretti. Declinazione della maestà democratica. Ovvero della irraggiungibilità di chi appare distantissimo da chi lo ha messo al suo posto con un voto e non per successione dinastica.
E' a questo punto che, avendo scritto più e più volte, sulla questione "Rieti-Torano", senza sortire effetti, almeno evidenti, mi chiedo quanto sia utile quello che sto scrivendo. Forse può servire, certo, ricordare che dopo mesi e mesi dall'annuncio la palla è stata rimessa nelle mani della Regione. Meglio una flebile voce del silenzio, lo riconosco. Forse dire che c'è una promessa formale di Ludovisi sul tentativo, perchè questo è, di organizzare il famoso tavolo in una decina di giorni, può spingere a farlo. E magari servirà anche dire a Sel e al M5S, autori di interrogazioni regionali sulla vicenda, che è troppo facile buttare giù qualche foglietto da presentare a un'assemblea istituzionale se poi non segue niente.
Di, tagli di nastro, incontri, tavoli, convegni, comunicati e di bla, bla, bla, è pieno il rituale della democrazia svuotata dal suo senso: governo di popolo per il popolo. Uso sempre con cautela il termine popolo, non volendo caricarlo di significati ideologici. Per me il popolo non è un aggregato da considerare paternalisticamente, è, invece, insieme di cittadini consapevoli e responsabili delle scelte perchè esattamente informati. A questo serve il giornalismo. La domanda che mi vado facendo negli ultimi tempi è se non faccia parte esso stesso di uno stanco e inutile rituale.
giovedì 5 maggio 2016
Questione morale e uso politico delle indagini
Se avessi voglia di andare a ritrovare la quantità di articoli
scritti negli ultimi venti anni dove evoco la famosa intervista di Scalfari a
Berlinguer potrei dimostrare solo una cosa: la questione morale è cosa trita e
ritrita e la famosa e stra citata intervista è un manifesto
dell'impotenza. Qualche volta, spesso, dell'ipocrisia.
In Italia, per il partito o per sè, la politica ha sempre rubato e
la corruzione, come il mancato rispetto delle regole, è qualcosa che riguarda
il nostro tessuto connettivo storico-culturale.
Sulla corruzione politica romana sono stati scritti montagne di libri.
Con ciò non dico che bisogna rassegnarsi o consolarsi. Dico solo che bisogna
fare attenzione alle esplosioni provvisorie,
interessate ed effimere della " questione morale", perché da
sempre lasciano il tempo che trovano.
Il moralismo etico, l'onestà senza macchie, periodicamente invocata rumorosamente è l'altra faccia della
facilità con cui si perpetua la disonestà.
Da questo deriva un assetto di paese vocato al truffaldinismo politico (
ma non solo) statico e destinato a
perpetuarsi con forme anche più numerose e talvolta mascherate dalla liceità.
Dopo Tangentopoli la corruzione è aumentata, dice il dottor Davigo. Sembra sia
vero. E forse è la conferma di quanto ho detto sopra. Forse, a cambiare le cose
servono i processi. Ma non quelli giudiziari, servono quelli culturali che
richiedono pazienza e vera volontà di cambiare le cose.
Facciamoci qualche domanda
terra terra su quello che succede nella pratica politica. Quanto è lecito usare un'amministrazione
pubblica per favorire chi è vicino politicamente a chi la governa? Quanto è
facile rilevare la correttezza e il dolo nell'assegnazione di un incarico o di
una consulenza?
Mesi fa ha fatto scalpore la nomina nel Cda dell'azienda pubblica
ASM di una persona molto vicina al sindaco Petrangeli che non appariva
giustificata dalle competenze. La domanda è non tanto se un sindaco, o chiunque
ricopra ruoli istituzionali, possa usare il criterio della fedeltà per selezionare
le persone a cui affidare una funzione pubblica. Forse può. La vera questione è
se prima della fedeltà debba venire il merito. E se prima del proprio
interesse di politico e di esponente di partito debba venire quello della collettività. E’ un
problema culturale, prima che politico.
E quante volte un bando pubblico è cucito addosso a qualcuno
che, per ragioni anche ritenute utili all'amministrazione e vantaggiose per la
collettività ( sembra il caso del sindaco di Lodi) si vuole far vincere?
E quanti concorsi premiano i più capaci e meritevoli? E quante
opere pubbliche sono realizzate nei giusti tempi e con la giusta spesa,
preoccupati di fare buon uso delle risorse pubbliche?
Se si volesse davvero analizzare quanto è successo, anche in un
solo ventennio, negli ottomila comuni d'Italia, lasciando perdere province e
regioni, se ne vedrebbero delle belle. Nel senso che si vedrebbe un sistema
malato. Forse fatto proprio per essere malato.
Anche questo è un problema culturale. Nelle democrazie sane le
leggi servono a favorire funzionamenti fisiologici non patologici. Le
patologie, sono l’eccezione da curare, non la prassi. E la cattiva prassi a
lungo andare uccide le democrazie.
Nei prossimi mesi di "belle", per dire brutte, se ne
vedranno di numerose. Tra elezioni
amministrative e referendum istituzionale, l’Italia apparirà un bollitore
impazzito. La licenza di agire malamente se se ne dà qualche convenienza a
qualcuno, facilmente si trasforma in esposizione al rischio giudiziario. In un
modo o nell'altro l'errore, voluto o involontario, se si vuole trovare lo si
trova.
E il Far West delle querele e delle informazioni di garanzia trasformate
in giudizio di colpevolezza, invece che
di tutela, al paese fa bene? Fanno bene
i cappi sollevati quotidianamente dai presunti onesti di ogni collocazione ad
una società sfinita da una crisi economica e lavorativa stagnante; da paure
naturali e comprensibili, ma anche alimentate, dovute a fenomeni che appaiono
senza efficace governo, come è quello immigratorio?
Fanno bene le generalizzazioni e le individuazioni di categorie
specifiche, i politici, quando non un partito, come responsabili unici, o
quasi, di pratiche illecite, invece che rendere davvero partecipe l’opinione
pubblica, informandola al meglio? A me non sembra. A me, invece, preoccupa
molto questa stagione urlata e conflittuale. E molto mi preoccupa l'uso
politico delle indagini che da decenni sostituisce la sana competizione politica . Che è,
dovrebbe essere, competizione d'idee e di programmi.
Questa mattina ho letto un post di Facebook che dice così
"Simone Petrangeli, sindaco di Rieti, è indagato per concorso in falso e
turbativa d'asta". A pubblicarlo è una parte politica avversa al sindaco.
La cosa davvero brutta è che se a trovarsi nella condizione di Petrangeli fosse
il suo avversario, c'è da giurare che oggi lui o la sua parte politica farebbe
altrettanto.
Fermatevi. Qualcuno fermi il frullatore che sta frantumando la
nostra democrazia. Non c'è paese che non viva le sue difficoltà, anche il suo
malaffare. Il nostro ha bisogno di
credere nella possibilità e volontà di diventare
migliore. Generare quotidiani sconforti, genera solo disastri per tutti.
martedì 3 maggio 2016
A proposito di corruzione
L'ottantadue per cento degli italiani pensa che la corruzione sia aumentata e che riguardi quasi esclusivamente la classe politica.E' il principio del capro espiatorio, del lavacro delle colpe diffuse e proprie scaricandole tutte sulle spalle di qualcuno.Scelta facile. Troppo.A me questa architettura barocca del pregiudizio nazionale e del risentimento, quotidianamente alimentato comincia a dare sclaustrofobia civile.Su, cari connazionali, cominciamo a guardare a casa nostra.passiamo dal Barocco all'Illuminismo, che vuol dire uso della ragione cominciando a liberarsi dei pre-concetti con cui aggiriamo la realtà.Osservare, analizzare, criticare è doveroso in democrazia, ma ricorrere a scorciatoie danneggia una democrazia. Non lo so se davvero la corruzione sia aumentata, ma anche fosse quelli che delinquono siete voi che li avete preferiti e votati. Come scegliete quelli che dovranno occuparsi delle vostre necessità?Diversi anni fa accettai di candidarmi con i Verdi, esperienza bastante. Mi fu chiaro cosa cercano gli elettori. Dico mediamente.Basta fumetti dove ci si assolve.Ci conviene.
mercoledì 8 aprile 2015
Andrea Paolucci, laureato e autistico
Era il
mese di luglio del 2014 e della sua laurea in Scienze della formazione e del
servizio sociale presso l’università dell’Aquila si occuparono i giornali. La
ragione non era il 110 e lode, risultato eccellente, ma non raro, bensì la
condizione di autistico del neodottore,
Andrea Paolucci, ventottenne di Antrodoco. A soffiare il primato ad
Andrea di primo laureato in Italia era stato, qualche mese prima, Pier, giovane
di Treviso di 33 anni, affetto, anche lui, da autismo severo.
Ma in
questo caso non si può parlare di rammarico per la perdita di un primato,
quanto, piuttosto, di una straordinaria circostanza: il fatto che a pochi mesi
di distanza l’uno dall’altro, due autistici abbiano ottenuto una laurea, grazie
al Metodo della Comunicazione facilitata W.O.C.E. , vuol dire che la capacità
cognitiva, almeno in alcuni casi, aspetta solo di essere aiutata a “volare” da
facilitatori muniti di vera competenza , conoscenza, professionalità acquisite
in centri accreditati nel difficile compito di comprendere le necessità di chi
dopo pochi anni di vita, entra in una dimensione d’irreversibile
incastellamento comunicativo.
Il 2
Aprile scorso, Palazzo Chigi si è illuminato
di blu, perché la Presidenza del Consiglio ha aderito alla campagna di
sensibilizzazione “Light in up blue”, illuminalo di blu, in occasione della
Giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo promossa dall’Onu, che si
celebra il 2 aprile. Illuminazione a costo zero. Così così si legge sul sito della
Presidenza del Consiglio, come si dovesse giustificare la spesa.
Le
ricorrenze spesso lasciano il tempo che trovano, è vero, ma mai come in questo
caso la scelta dell’Onu è opportuna. Troppo facilmente dimentichiamo quanto i
malati di autismo ( nel reatino sono almeno 50 casi), e le loro famiglie sono
abbandonati alla solitudine di un destino stipato di difficoltà, speranze, faticosa ricerca di riduzione possibile dei danni
prodotti dalla tremenda malattia, di cui
ancora non si conoscono né cause, né cura. Ricordarlo è un bene.
Andrea,
nella sua sfortuna è fortunato. Ha due genitori straordinari che lo hanno
aiutato a comunicare attraverso il canale della scrittura facilitata. E’ grazie
a quel metodo, integrato con altri, che si è laureato e che ha potuto avere una
pagina Fb con cui interagire con amici veri e virtuali. Ed è per questo
meraviglioso ( quando se ne fa buon uso) mezzo di comunicazione sociale che lo
scorso anno, dopo la notizia della laurea, ho chiesto ad Andrea di fare
un’intervista da lontano, ognuno con la sua tastiera. E' così che abbiamo avviato una conversazione, poi interrotta e ripresa dopo un anno grazie
al blu, colore scelto per rappresentare l’autismo.
Ieri sono
andata al centro diurno di Sant’Eusanio ai Pozzi, della Onlus Loco Motiva, cooperativa
che fornisce servizi per l’inclusione delle persone affette da autismo e dove
sono attivi laboratori per avviare alla comunicazione facilitata, fondata da
Virgilio Paolucci, padre di Andrea, socio fondatore.
Il nome
Loco Motiva, mi spiegano, dipende dall’iniziale progetto di riconversione di
una stazione situata nei pressi di Antrodoco, ormai inutilizzata, in centro
della Onlus. Progetto finito nel nulla in quell’universo sprecone e incapace di
darsi utili priorità che è spesso la Regione Lazio. Fortunatamente ci ha
pensato la parrocchia di S.Agostino a
dare l’attuale sede in comodato d’uso, mentre le risorse per andare avanti
dipendono da iniziative di varia natura: corsi di lingua, mostre d’arte, corsi
di degustazione enogastronomici.
Alla sede
di Loco Motivai ho incontrato Virgilio, Andrea, alcuni volontari ( molti dei
quali giovani) in compagnia di una
ragazza autistica e la tutor universitaria di Andrea, Karin, da lui chiamata
scherzosamente “ Avatar”.
Se ho
aspettato quasi un anno per pubblicare l’intervista, rimasta in sospeso, è
stato, lo ammetto, perché la qualità delle risposte che Andrea dava alle mie
domande era così straordinaria da farmi dubitare fossero davvero sue. Ho creduto
che ci fosse l’aiuto dell’Avatar. Ieri
ho avuto la conferma della notevole intelligenza di Andrea e quella che la sua
interiorità è puro distillato di poesia.
Inizierò
con la nostra intervista interrotta.
D: Ciao Andrea , sono una giornalista e vorrei farti un’intervista
da qui, dai messaggi personali di Fb. Credo che tu abbia realizzato una cosa
straordinaria e mi piacerebbe far sapere come sei riuscito a laurearti.
Potrebbe essere di aiuto anche agli altri. Ti va?
R. Sarei
onorato, ma non sono in grado di aiutare le persone, posso raccontarti soltanto
il mio potente impegno di studio. Sono ardito sostenitore di vita con la grazia
concessami di scrivere su una tastiera che traduce i miei prigionieri pensieri.
Sono prigioniero e libero nel mio autismo severo.
D. Sono io che mi sento onorata e ti ringrazio. Cominciamo col
dire quando è iniziato il tuo rapporto con la tastiera che ha liberato i tuoi
pensieri.
R: Ero
smarrito e confuso, le parole e i pensieri mi comprimevano la testa e il cuore,
ero solo espressione goffa di paura, sensazioni difficili da dire a chi conosce
il mondo in modo diverso da come i miei sensi lo percepiscono. Un giorno, ero
ancora nella scuola, quando mamma comincia esercizi per aiutarmi, prima con
figure , poi con parole da pigiare con il dito e poi con tanti esercizi di
speranza, fino a scrivere sulla tastiera della mia silenziosa e muta vita.
Avevo gli anni della scuola elementare, 11 o 12.
D. Tua madre aveva saputo del metodo della scrittura facilitata o
ci era arrivata da sola?
R. Queste
domande dovresti farle a lei. Ma i miei genitori hanno sempre ricercato in ogni
parte la speranza di farmi guarire. Hanno portato me in molti posti, da gente
che studia e ricerca sull’autismo e hanno provato ogni mezzo per aiutarmi.
D. Puoi aiutarmi a capire come mai scrivere con una tastiera ti consente
di comunicare? Si può dire che i tasti ti aiutano a mettere ordine
nell’intensità delle tue percezioni e pensieri?
R. E’
stato un continuo esercizio ed è una continua fatica d’impegno riuscire ad
isolare l’essenza della mia persona nel caos in cui la mia mente si trova
costantemente. Ho costante bisogno di stimoli ripetuti per essere quello che
voglio comunicare. Tutto di me mi porta a gesti stereotipati e importanti solo
per me. Senza un aiuto esterno sarei un’espressione vuota di movimenti coerenti
solo col mio essere autistico. Passerei giornate di solitudine e ne avrei poca
coscienza se la mia adorata e indomita mamma non combattesse ogni giorno col
mio tiranno autismo. Se tu ora stessi qui a vedermi scrivere ne saresti stupita
, ma se mi vedessi agire penseresti che sono un povero ritardato.
E’ da qui
che riparto per riportare il seguito dell’intervista. Quello di ieri, fatto da
vicino, sempre con l’aiuto della sua tastiera. Non ho avuto la minima
impressione di avere a che fare con un ritardato. Tutt’altro. Quello che ho
visto è stata la fatica fisica di scrivere, più che di pensare. Le risposte
sono sempre state rapide e piene di bellezza.
D. Ciao Andrea, ti ricordi di me e dell’intervista che abbiamo
iniziato un anno fa circa?
R. Sì, ce
l’ho su fb.
D. Bene. Cosa hai fatto dopo la laurea? Cosa fai ora?
R. Sto
prendendo la specialistica per diventare educatore sociale.
D. Che lavoro puoi fare con la tua laurea?
R. Posso
fare l’assistente sociale, lavorare in centri sociali, in comunità. Mi fa molto
piacere aiutare, perché anche io ho bisogno degli altri.
D. capisco. E posso sapere cosa
fai oltre che studiare?
R. Mi
piace scrivere. Lo scrivere mi eleva al di sopra della mia condizione. Vorrei
scrivere del bello che c’è nel mondo, forse un romanzo. Qualcosa che inneggi
alla vita. Ho un bisogno vitale di ricercare la bellezza nelle parole.
D. Sì, ho notato che usi un linguaggio molto ricercato. E ho notato
che hai una propensione naturale alla poesia. Conosci gli haiku giapponesi?
R. No,
cosa sono.
D. Poesie di tre versi. Dovresti provare.
R.
Grazie, ci proverò. Ma che scrivi come giornalista?
D. Spesso di politica, di quello che succede nella vita pubblica.
Nulla d’interessante rispetto a questa intervista. Grazie per consentirmi di
entrare nel tuo mondo.
R. Grazie
a te per la tua attenzione. Nel mio mondo è facile entrare, per me è difficile
entrare nel vostro. Il mio mondo è leggerezza e caos.
D. Fai qualche sport? Vedo che hai buoni muscoli.
R. Mi
piacerebbe, ma sono imbranato. Però nuoto da quando sono piccolo. Amo l’acqua,
somiglia alla mia testa sconfinata.
D. Cos’è che ti dà più fastidio?
R. Il
rumore del mondo e l’indifferenza.
D. Quando vedi la televisione che trasmette immagini di violenza e
di guerra cosa pensi?
R.
L’odio, terribile scelta l’odio, nessuna giustizia genera morte. La guerra è
solo aberrazione umana. Sono scelte sbagliate dove il cuore tace e l’uomo
trabocca di tristezza.
Lascio il
centro di Sant’Eusanio portandomi via il seguito dell’intervista come fosse un
tesoro sepolto e ritrovato Mi allontano pensando che di tesori sepolti ce ne
sono chissà quanti. Se solo le istituzioni fossero meno distratte rispetto alla
condizione di chi non ha voce e delle loro famiglie, non tutte attrezzate ad
affrontare un percorso tanto complesso, se ne potrebbero scoprire chissà
quanti. Ma da noi il 2 Aprile nessun edificio pubblico si è illuminato di blu.
Il problema del nostro mondo spesso non è la mancanza di soldi, ha ragione Andrea,
è l’indifferenza.
venerdì 20 marzo 2015
Un Comitato vincente e la buona cooperazione umbra
Diversi fattacci di cronaca politico-giudiziaria degli ultimi anni, a partire da quelli noti come «Mafia Capitale» per arrivare alla vicenda fiorentina sui grandi appalti di questi ultimi giorni, coinvolgono il mondo cooperativo. Se la cooperativa «29 giugno» di Salvatore Buzzi, grazie alle commistioni affaristico (criminali) - politico - istituzionali, è diventata un colosso economico che guadagnava ottenendo appalti sui servizi, il verde, la gestione di patrimoni pubblici, ma anche su Rom e immigrati, di coop rosse e cielline si parla anche nell’inchiesta fiorentina sulle grandi opere di questi giorni.
Una cosa devastante per una realtà imprenditoriale che dovrebbe fare dell’etica e la solidarietà la sostanza del business, delle attività economiche. Qualcosa che potrebbe indurre a pensare che in un paese come l’Italia, piagata dalla corruzione (ancora non piegata, si spera) nulla si salva dal malaffare.
Ma la vittoria di un piccolo comitato reatino, quello dei “soci prestatori”, costituitosi dopo la crisi della Coop76, riesce contemporaneamente a fare scuola sulla forza dellavirtù civile, quando si attiva, e a non fare di tutta l’erba un fascio.
Tutti o molti ricorderanno la vicenda che ha visto una storica cooperativa reatina finire nel fallimento e in un grottesco e incomprensibile percorso scelto dalla Lega Coop regionale (al tempo guidata da Stefano Venditti e commissariata dopo i fatti di “Mafia Capitale” dal presidente nazionale subentrato a Poletti, Mauro Lusetti), dall’amministrazione provinciale guidata da Fabio Melilli e da una parte del sindacato provinciale.
Invece che accogliere e sostenere l’offerta di una delle grandi cooperative di consumo del sistema nazionale, la Coop Centro Italia,2.700 dipendenti, più di 525mila soci, 614 milioni di euro di vendite, pronta ad assorbire i negozi e a garantire la restituzione di 2 milioni e 200mila euro ad 800 soci prestatori, l’allora presidente Venditti in testa, si preferì dare il fitto di ramo d’azienda ad una piccola neo-cooperativa di Latina: Evergreen.
Una cooperativa nata ad hoc: il 6 aprile la Lega Nazionale (guidata dall’attuale ministro Poletti) presenta l’istanza di messa in liquidazione della Coop76 e il 10 aprile nasce Evergreen, con un capitale di 225 euro e guidata da una imprenditrice agricola dell’agro pontino scelta da Nicola Zingaretti come assessore all’agricoltura.
Evergreen garantiva solo l’apertura dei negozi, ma abbandonava al loro destino d’incertezza lavorativa i 100 dipendenti e i creditori della cooperativa reatina: fornitori e soci prestatori. Questi ultimi, come mi disse Pierluigi Coccia, uno dei tre liquidatori, “anello debole della catena”. I meno garantiti di riprendere i 2milioni e 200mila euro prestati alla Coop76. Ma l’«anello debole», ha lavorato per tre anni, con caparbia determinazione, riuscendo ad ottenere quanto in tanti davano per perso.
Roberto Frizzarin, portavoce del Comitato soci prestatori della Coop76 oggi racconta soddisfatto : «Con l’apertura dell’ultimo negozio, abbiamo avuto la conferma dal dottor Raggi che dopo pochi giorni, il 2 febbraio, avremmo potuto riottenere le somme prestate recandoci nei punti delega dei vari negozi rimasti aperti. Ormai siamo quasi tutti rientrati in possesso del dovuto. Ma ancora qualcuno non lo ha fatto. Forse sono quelli rimasti ai margini della nostra azione».
Insieme a Frizzarin incontro altre due «combattenti» del comitato, Irene Giangreco Marotta e Onorina Silvestri. Quest’ultima, «utilissima per la sua competenza del mondo cooperativo», dicono Roberto e Irene, è nota anche fuori Rieti per una protesta messa in atto il 6 dicembre dello scorso anno, insieme ad altri dipendenti della Legacoop regionale, all’esterno del centro Congressi Frentani dove si svolgeva il congresso della Lega Coop Lazio. La protesta è nata da licenziamenti dopo 30 anni di servizio.
Il caso di Onorina Silvestri è quanto di più lontano dai valori della cooperazione riguardo al lavoro. Responsabile dell’ufficio provinciale di Legacoop regionale, nel settembre del 2010 venne posta in cassa integrazione e poi licenziata. La giustificazione era la crisi economica dell’ente regionale. Strano che poi i soldi per la presidenza e la vicepresidenza provinciale di Legacoop Lazio ci fossero (lavoravano gratis?).
Nel marzo del 2011 vennero nominati Alessandro Toniolli e Federico Masuzzo.I fatti di «Mafia Capitale», seguiti dal commissariamento hanno azzerato tutte le nomine. E si spera che i licenziati, come Onorina Silvestri, ottengano giustizia.
Una giustizia che il Comitato dei soci prestatori di Rieti hanno ottenuto grazie al rispetto della parola data dal presidente della Coop Centro Italia, Giorgio Raggi. «Fin dall’inizio abbiamo capito che l’unica speranza per noi era che subentrasse nella proprietà la Coop Centro Italia e che andava seguita la strada della solidarietà e non quella giuridica, lunga e incerta. Va dato merito al dottor Raggi di non aver tradito la nostra fiducia», dice Frizzarin.
Una regola del giornalismo è che fa notizia l’uomo che morde il cane e non viceversa. In una cronaca italiana fatta quotidianamente di notizie che non lasciano spazio ad altro se non alla corruzione, pubblica, istituzionale e privata, parlare, finalmente, di un colosso cooperativo, come quello umbro, rispettoso della vocazione della propria natura, ovvero del fare impresa contemperando gli affari e i profitti, con i fini mutualistici e solidaristici, che altro è se non una notizia? Una buona notizia. Finalmente.
Una cosa devastante per una realtà imprenditoriale che dovrebbe fare dell’etica e la solidarietà la sostanza del business, delle attività economiche. Qualcosa che potrebbe indurre a pensare che in un paese come l’Italia, piagata dalla corruzione (ancora non piegata, si spera) nulla si salva dal malaffare.
Ma la vittoria di un piccolo comitato reatino, quello dei “soci prestatori”, costituitosi dopo la crisi della Coop76, riesce contemporaneamente a fare scuola sulla forza dellavirtù civile, quando si attiva, e a non fare di tutta l’erba un fascio.
Tutti o molti ricorderanno la vicenda che ha visto una storica cooperativa reatina finire nel fallimento e in un grottesco e incomprensibile percorso scelto dalla Lega Coop regionale (al tempo guidata da Stefano Venditti e commissariata dopo i fatti di “Mafia Capitale” dal presidente nazionale subentrato a Poletti, Mauro Lusetti), dall’amministrazione provinciale guidata da Fabio Melilli e da una parte del sindacato provinciale.
Invece che accogliere e sostenere l’offerta di una delle grandi cooperative di consumo del sistema nazionale, la Coop Centro Italia,2.700 dipendenti, più di 525mila soci, 614 milioni di euro di vendite, pronta ad assorbire i negozi e a garantire la restituzione di 2 milioni e 200mila euro ad 800 soci prestatori, l’allora presidente Venditti in testa, si preferì dare il fitto di ramo d’azienda ad una piccola neo-cooperativa di Latina: Evergreen.
Una cooperativa nata ad hoc: il 6 aprile la Lega Nazionale (guidata dall’attuale ministro Poletti) presenta l’istanza di messa in liquidazione della Coop76 e il 10 aprile nasce Evergreen, con un capitale di 225 euro e guidata da una imprenditrice agricola dell’agro pontino scelta da Nicola Zingaretti come assessore all’agricoltura.
Evergreen garantiva solo l’apertura dei negozi, ma abbandonava al loro destino d’incertezza lavorativa i 100 dipendenti e i creditori della cooperativa reatina: fornitori e soci prestatori. Questi ultimi, come mi disse Pierluigi Coccia, uno dei tre liquidatori, “anello debole della catena”. I meno garantiti di riprendere i 2milioni e 200mila euro prestati alla Coop76. Ma l’«anello debole», ha lavorato per tre anni, con caparbia determinazione, riuscendo ad ottenere quanto in tanti davano per perso.
Roberto Frizzarin, portavoce del Comitato soci prestatori della Coop76 oggi racconta soddisfatto : «Con l’apertura dell’ultimo negozio, abbiamo avuto la conferma dal dottor Raggi che dopo pochi giorni, il 2 febbraio, avremmo potuto riottenere le somme prestate recandoci nei punti delega dei vari negozi rimasti aperti. Ormai siamo quasi tutti rientrati in possesso del dovuto. Ma ancora qualcuno non lo ha fatto. Forse sono quelli rimasti ai margini della nostra azione».
Insieme a Frizzarin incontro altre due «combattenti» del comitato, Irene Giangreco Marotta e Onorina Silvestri. Quest’ultima, «utilissima per la sua competenza del mondo cooperativo», dicono Roberto e Irene, è nota anche fuori Rieti per una protesta messa in atto il 6 dicembre dello scorso anno, insieme ad altri dipendenti della Legacoop regionale, all’esterno del centro Congressi Frentani dove si svolgeva il congresso della Lega Coop Lazio. La protesta è nata da licenziamenti dopo 30 anni di servizio.
Il caso di Onorina Silvestri è quanto di più lontano dai valori della cooperazione riguardo al lavoro. Responsabile dell’ufficio provinciale di Legacoop regionale, nel settembre del 2010 venne posta in cassa integrazione e poi licenziata. La giustificazione era la crisi economica dell’ente regionale. Strano che poi i soldi per la presidenza e la vicepresidenza provinciale di Legacoop Lazio ci fossero (lavoravano gratis?).
Nel marzo del 2011 vennero nominati Alessandro Toniolli e Federico Masuzzo.I fatti di «Mafia Capitale», seguiti dal commissariamento hanno azzerato tutte le nomine. E si spera che i licenziati, come Onorina Silvestri, ottengano giustizia.
Una giustizia che il Comitato dei soci prestatori di Rieti hanno ottenuto grazie al rispetto della parola data dal presidente della Coop Centro Italia, Giorgio Raggi. «Fin dall’inizio abbiamo capito che l’unica speranza per noi era che subentrasse nella proprietà la Coop Centro Italia e che andava seguita la strada della solidarietà e non quella giuridica, lunga e incerta. Va dato merito al dottor Raggi di non aver tradito la nostra fiducia», dice Frizzarin.
Una regola del giornalismo è che fa notizia l’uomo che morde il cane e non viceversa. In una cronaca italiana fatta quotidianamente di notizie che non lasciano spazio ad altro se non alla corruzione, pubblica, istituzionale e privata, parlare, finalmente, di un colosso cooperativo, come quello umbro, rispettoso della vocazione della propria natura, ovvero del fare impresa contemperando gli affari e i profitti, con i fini mutualistici e solidaristici, che altro è se non una notizia? Una buona notizia. Finalmente.
Amatrice e l’arte di cavalcare il marketing virale
Ci si può anche scherzare sopra, ma quello che hanno fatto
il sindaco Pirozzi e gli altri amministratori comunali di Amatrice, paese montano della provincia di Rieti, è
stato, sotto il profilo del marketing,
una mossa azzeccata. Per chi ancora non conoscesse i fatti un
breve riepilogo. Carlo Cracco, chef implacabile con gli aspiranti cuochi di
Masterchef quando commettono errori , ospite della trasmissione di Maria De Filippi, “ C’è posta per te”,
interrogato sull’Amatriciana, ha rivelato che lui la fa con l’aglio in camicia.
Non è che sia proprio un peccato grave, e in cucina, come in
amore, de gustibus non disputandum est.
Ma per Amatrice la pasta all’Amatriciana è quello che la Coca Cola è per
l’America e quello che la Nutella è per l’Italia: un marchio identitario che non ammette variazioni. Se aggiungi o togli qualcosa, sarà pure più
buona, almeno per qualcuno, ma non è vera Amatriciana.
Questo, più o meno,
hanno spiegato gli amministratori
con un comunicato pubblicato sul sito ufficiale del Comune, ricordando
che tre prodotti tipici della Città di Amatrice, il pecorino di Amatrice, il
Guanciale Amatriciano, gli Gnocchi ricci, hanno ottenuto il riconoscimento di tutela col
marchio De.Co ( denominazione comunale). Insomma, nemmeno ad un famoso chef è
consentita la libertà di usare un nome proprio di ricetta per indicare qualcosa che non gli corrisponde.
Al di là del merito del pronto risentimento generato dalle parole di Cracco non si può che provare ammirazione per
una amministrazione comunale che ha saputo cogliere al balzo una circostanza,
di per sé minuta, che poteva anche
cadere nel nulla. Invece è stata raccolta e rilanciata con maestria: sono
bastati pochi giorni per trasformare in slavina comunicativa la notizia sui
mezzi d’informazione nazionali e internazionali e sui social network come
Facebook e Twitter . I commenti
all’hashtag #Gracco, errore forse
involontario e forse no: tu ci cambi la ricetta e noi ti cambiamo la consonante,
sono stati numerosi e babelici: scritti con lingue diverse.
Dall’Inghilterra all’Australia; dalla Francia, alla Spagna,
alla Germania, giornali e food blogger
hanno parlato di Amatriciana fatta con guanciale, pecorino, vino bianco,
pomodoro San Marzano, pepe e peperoncino. Punto. Insomma, la tradizione è stata
difesa dal mondo globalizzato e digitalizzato e la reazione di Amatrice
all’incauta variazione di Cracco ha fatto scrivere al The Guardian di Londra ”
Italian birthplace of amatriciana denounces
chef’s secret ingredient” , la patria dell’amatriciana denuncia
l’ingrediente segreto dello chef.
“ Italian birthplace”, certo, a giocare a favore
dell’amministrazione comunale c’è un piatto che ha saputo nel tempo raccontare
l’eccellenza italiana nel mondo. Una vetrina di un ristorante giapponese di
Tokyo mi rese orgogliosa quando vidi che uno dei piatti di plastica, secondo
l’arte del “ sampuru”, riproduzione del cibo offerto all’interno, rappresentava gli spaghetti all’Amatriciana. Ma negare la
capacità di sindaco e amministrazione di cogliere al balzo una occasione per
produrre vantaggi al il territorio sarebbe sbagliato.
La prontezza reattiva di Amatrice, infatti, ha scatenato quello che si chiama marketing
virale: si frutta la capacità del web di raggiungere una quantità infinita di
persone attraverso la diffusione di un messaggio, di una notizia, di un
post, di un tweet. E’ promozione gratuita. In questo caso, promozione
territoriale gratuita.
Quando le risorse economiche scarseggiano, l’unica soluzione
possibile è sostituirle con l’intelligenza e la vigilanza. E, trattandosi di
una amministrazione, con l’unità d’intenti e di “ visione”. Oltre le divisioni
e i recinti politici e di partito.
Giorni fa un amico reatino, piccolo imprenditore con le
difficoltà triplicate dai problemi internazionali, nazionali e comunali, mi chiedeva affranto: “ Cosa differenzia, secondo te, Amatrice da Rieti? Si tratta di orgoglio
della propria storia e delle proprie risorse che a noi manca? Perché non
siamo capaci di difendere il territorio e di valorizzare le tante potenzialità
che abbiamo”? Vecchia storia, ricorrenti domande. “ Orgoglio e senso di
responsabilità verso i cittadini sono leve potenti” , ho risposto, “ Perché da noi, a Rieti, manchino io non lo so. Qui si affonda nell’accidia e nell’incapacità
di avere una visione comune. Posso dire solo questo”.
Ripetere, al solito, che il problema è antropologico, mi è
sembrato riduttivo e inutile. Certo è che se fossi negli amministratori
comunali reatini proverei ad apprendere da quelli che con una “ visione” comune
stanno lavorando a fare di un piccolo paese laziale un protagonista globale. Un
modello da imitare, sempre se ne abbia voglia e capacità.
Un Comitato vincente e la buona cooperazione umbra
Diversi fattacci di cronaca politico-giudiziaria degli ultimi anni, a partire da quelli noti come «Mafia Capitale» per arrivare alla vicenda fiorentina sui grandi appalti di questi ultimi giorni, coinvolgono il mondo cooperativo. Se la cooperativa «29 giugno» di Salvatore Buzzi, grazie alle commistioni affaristico (criminali) - politico - istituzionali, è diventata un colosso economico che guadagnava ottenendo appalti sui servizi, il verde, la gestione di patrimoni pubblici, ma anche su Rom e immigrati, di coop rosse e cielline si parla anche nell’inchiesta fiorentina sulle grandi opere di questi giorni.
Una cosa devastante per una realtà imprenditoriale che dovrebbe fare dell’etica e la solidarietà la sostanza del business, delle attività economiche. Qualcosa che potrebbe indurre a pensare che in un paese come l’Italia, piagata dalla corruzione (ancora non piegata, si spera) nulla si salva dal malaffare.
Ma la vittoria di un piccolo comitato reatino, quello dei “soci prestatori”, costituitosi dopo la crisi della Coop76, riesce contemporaneamente a fare scuola sulla forza dellavirtù civile, quando si attiva, e a non fare di tutta l’erba un fascio.
Tutti o molti ricorderanno la vicenda che ha visto una storica cooperativa reatina finire nel fallimento e in un grottesco e incomprensibile percorso scelto dalla Lega Coop regionale (al tempo guidata da Stefano Venditti e commissariata dopo i fatti di “Mafia Capitale” dal presidente nazionale subentrato a Poletti, Mauro Lusetti), dall’amministrazione provinciale guidata da Fabio Melilli e da una parte del sindacato provinciale.
Invece che accogliere e sostenere l’offerta di una delle grandi cooperative di consumo del sistema nazionale, la Coop Centro Italia,2.700 dipendenti, più di 525mila soci, 614 milioni di euro di vendite, pronta ad assorbire i negozi e a garantire la restituzione di 2 milioni e 200mila euro ad 800 soci prestatori, l’allora presidente Venditti in testa, si preferì dare il fitto di ramo d’azienda ad una piccola neo-cooperativa di Latina: Evergreen.
Una cooperativa nata ad hoc: il 6 aprile la Lega Nazionale (guidata dall’attuale ministro Poletti) presenta l’istanza di messa in liquidazione della Coop76 e il 10 aprile nasce Evergreen, con un capitale di 225 euro e guidata da una imprenditrice agricola dell’agro pontino scelta da Nicola Zingaretti come assessore all’agricoltura. Un assessore con tanto di rinvio a giudizio, ma mai sospesa dal ruolo istituzionale come tanti del Pd oggi chiedono al ministro Lupi.
Evergreen garantiva solo l’apertura dei negozi, ma abbandonava al loro destino d’incertezza lavorativa i 100 dipendenti e i creditori della cooperativa reatina: fornitori e soci prestatori. Questi ultimi, come mi disse Pierluigi Coccia, uno dei tre liquidatori, “anello debole della catena”. I meno garantiti di riprendere i 2milioni e 200mila euro prestati alla Coop76. Ma l’«anello debole», ha lavorato per tre anni, con caparbia determinazione, riuscendo ad ottenere quanto in tanti davano per perso.
Roberto Frizzarin, portavoce del Comitato soci prestatori della Coop76 oggi racconta soddisfatto : «Con l’apertura dell’ultimo negozio, abbiamo avuto la conferma dal dottor Raggi che dopo pochi giorni, il 2 febbraio, avremmo potuto riottenere le somme prestate recandoci nei punti delega dei vari negozi rimasti aperti. Ormai siamo quasi tutti rientrati in possesso del dovuto. Ma ancora qualcuno non lo ha fatto. Forse sono quelli rimasti ai margini della nostra azione».
Insieme a Frizzarin incontro altre due «combattenti» del comitato, Irene Giangreco Marotta e Onorina Silvestri. Quest’ultima, «utilissima per la sua competenza del mondo cooperativo», dicono Roberto e Irene, è nota anche fuori Rieti per una protesta messa in atto il 6 dicembre dello scorso anno, insieme ad altri dipendenti della Legacoop regionale, all’esterno del centro Congressi Frentani dove si svolgeva il congresso della Lega Coop Lazio. La protesta è nata da licenziamenti dopo 30 anni di servizio.
Il caso di Onorina Silvestri è quanto di più lontano dai valori della cooperazione riguardo al lavoro. Responsabile dell’ufficio provinciale di Legacoop regionale, nel settembre del 2010 venne posta in cassa integrazione e poi licenziata. La giustificazione era la crisi economica dell’ente regionale. Strano che poi i soldi per la presidenza e la vicepresidenza provinciale di Legacoop Lazio ci fossero (lavoravano gratis?).
Nel marzo del 2011 vennero nominati Alessandro Toniolli e Federico Masuzzo.I fatti di «Mafia Capitale», seguiti dal commissariamento hanno azzerato tutte le nomine. E si spera che i licenziati, come Onorina Silvestri, ottengano giustizia.
Una giustizia che il Comitato dei soci prestatori di Rieti hanno ottenuto grazie al rispetto della parola data dal presidente della Coop Centro Italia, Giorgio Raggi. «Fin dall’inizio abbiamo capito che l’unica speranza per noi era che subentrasse nella proprietà la Coop Centro Italia e che andava seguita la strada della solidarietà e non quella giuridica, lunga e incerta. Va dato merito al dottor Raggi di non aver tradito la nostra fiducia», dice Frizzarin.
Una regola del giornalismo è che fa notizia l’uomo che morde il cane e non viceversa. In una cronaca italiana fatta quotidianamente di notizie che non lasciano spazio ad altro se non alla corruzione, pubblica, istituzionale e privata, parlare, finalmente, di un colosso cooperativo, come quello umbro, rispettoso della vocazione della propria natura, ovvero del fare impresa contemperando gli affari e i profitti, con i fini mutualistici e solidaristici, che altro è se non una notizia? Una buona notizia. Finalmente.
Una cosa devastante per una realtà imprenditoriale che dovrebbe fare dell’etica e la solidarietà la sostanza del business, delle attività economiche. Qualcosa che potrebbe indurre a pensare che in un paese come l’Italia, piagata dalla corruzione (ancora non piegata, si spera) nulla si salva dal malaffare.
Ma la vittoria di un piccolo comitato reatino, quello dei “soci prestatori”, costituitosi dopo la crisi della Coop76, riesce contemporaneamente a fare scuola sulla forza dellavirtù civile, quando si attiva, e a non fare di tutta l’erba un fascio.
Tutti o molti ricorderanno la vicenda che ha visto una storica cooperativa reatina finire nel fallimento e in un grottesco e incomprensibile percorso scelto dalla Lega Coop regionale (al tempo guidata da Stefano Venditti e commissariata dopo i fatti di “Mafia Capitale” dal presidente nazionale subentrato a Poletti, Mauro Lusetti), dall’amministrazione provinciale guidata da Fabio Melilli e da una parte del sindacato provinciale.
Invece che accogliere e sostenere l’offerta di una delle grandi cooperative di consumo del sistema nazionale, la Coop Centro Italia,2.700 dipendenti, più di 525mila soci, 614 milioni di euro di vendite, pronta ad assorbire i negozi e a garantire la restituzione di 2 milioni e 200mila euro ad 800 soci prestatori, l’allora presidente Venditti in testa, si preferì dare il fitto di ramo d’azienda ad una piccola neo-cooperativa di Latina: Evergreen.
Una cooperativa nata ad hoc: il 6 aprile la Lega Nazionale (guidata dall’attuale ministro Poletti) presenta l’istanza di messa in liquidazione della Coop76 e il 10 aprile nasce Evergreen, con un capitale di 225 euro e guidata da una imprenditrice agricola dell’agro pontino scelta da Nicola Zingaretti come assessore all’agricoltura. Un assessore con tanto di rinvio a giudizio, ma mai sospesa dal ruolo istituzionale come tanti del Pd oggi chiedono al ministro Lupi.
Evergreen garantiva solo l’apertura dei negozi, ma abbandonava al loro destino d’incertezza lavorativa i 100 dipendenti e i creditori della cooperativa reatina: fornitori e soci prestatori. Questi ultimi, come mi disse Pierluigi Coccia, uno dei tre liquidatori, “anello debole della catena”. I meno garantiti di riprendere i 2milioni e 200mila euro prestati alla Coop76. Ma l’«anello debole», ha lavorato per tre anni, con caparbia determinazione, riuscendo ad ottenere quanto in tanti davano per perso.
Roberto Frizzarin, portavoce del Comitato soci prestatori della Coop76 oggi racconta soddisfatto : «Con l’apertura dell’ultimo negozio, abbiamo avuto la conferma dal dottor Raggi che dopo pochi giorni, il 2 febbraio, avremmo potuto riottenere le somme prestate recandoci nei punti delega dei vari negozi rimasti aperti. Ormai siamo quasi tutti rientrati in possesso del dovuto. Ma ancora qualcuno non lo ha fatto. Forse sono quelli rimasti ai margini della nostra azione».
Insieme a Frizzarin incontro altre due «combattenti» del comitato, Irene Giangreco Marotta e Onorina Silvestri. Quest’ultima, «utilissima per la sua competenza del mondo cooperativo», dicono Roberto e Irene, è nota anche fuori Rieti per una protesta messa in atto il 6 dicembre dello scorso anno, insieme ad altri dipendenti della Legacoop regionale, all’esterno del centro Congressi Frentani dove si svolgeva il congresso della Lega Coop Lazio. La protesta è nata da licenziamenti dopo 30 anni di servizio.
Il caso di Onorina Silvestri è quanto di più lontano dai valori della cooperazione riguardo al lavoro. Responsabile dell’ufficio provinciale di Legacoop regionale, nel settembre del 2010 venne posta in cassa integrazione e poi licenziata. La giustificazione era la crisi economica dell’ente regionale. Strano che poi i soldi per la presidenza e la vicepresidenza provinciale di Legacoop Lazio ci fossero (lavoravano gratis?).
Nel marzo del 2011 vennero nominati Alessandro Toniolli e Federico Masuzzo.I fatti di «Mafia Capitale», seguiti dal commissariamento hanno azzerato tutte le nomine. E si spera che i licenziati, come Onorina Silvestri, ottengano giustizia.
Una giustizia che il Comitato dei soci prestatori di Rieti hanno ottenuto grazie al rispetto della parola data dal presidente della Coop Centro Italia, Giorgio Raggi. «Fin dall’inizio abbiamo capito che l’unica speranza per noi era che subentrasse nella proprietà la Coop Centro Italia e che andava seguita la strada della solidarietà e non quella giuridica, lunga e incerta. Va dato merito al dottor Raggi di non aver tradito la nostra fiducia», dice Frizzarin.
Una regola del giornalismo è che fa notizia l’uomo che morde il cane e non viceversa. In una cronaca italiana fatta quotidianamente di notizie che non lasciano spazio ad altro se non alla corruzione, pubblica, istituzionale e privata, parlare, finalmente, di un colosso cooperativo, come quello umbro, rispettoso della vocazione della propria natura, ovvero del fare impresa contemperando gli affari e i profitti, con i fini mutualistici e solidaristici, che altro è se non una notizia? Una buona notizia. Finalmente.
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