lunedì 23 aprile 2012

Se a guidare la politica è il cervello arcaico. Dal voto clientelare alla sanità che traballa. Montalcini ci aiuta a capire il perchè


Noi umani, insegna Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina e senatrice a vita che ha festeggiato in questi giorni i suoi 103 anni, possediamo due cervelli, quello “arcaico”, involuto e bloccato alla condizione in cui era circa 3 milioni or sono, quando la sopravvivenza era lo scopo della vita, e quello “ cognitivo”, risalente a 150.000 anni fa, quando nacque il linguaggio, attività legata alla relazione. Il primo è piccolo, ma potentissimo. Guida le emozioni, l'istintualità difensiva ed offensiva. E' questo che scatena le guerre e che porta alla miopia emotiva, all'egoismo. L'altro è alla base dell'agire mediato dall'analisi, della comprensione dei fenomeni più complessi, dell'altruismo e del senso etico.

Il “cervello cognitivo” è strettamente interconnesso con la cultura e la conoscenza. Più cresce la cultura, più cresce l'attività cognitiva: “ L'evoluzione culturale alimenta la neocorteccia, sede del cervello cognitivo”, spiega Montalcini. Non fanno eccezione la cultura civile e quella politica. Più si diffondono queste, più capiamo che coltivare il proprio piccolo orticello vale meno del condividere il benessere con gli altri. Più cultura abbiamo, più conosciamo, più siamo in grado di scegliere oculatamente: “ Conoscere per deliberare”, diceva Einaudi.

Più cultura si ha, inoltre, meno si è agiti dal fascino esercitato dal potere in sè e dai vantaggi assicurati a scapito di altri. E' grazie alla cultura civile che si sviluppa l'esigenza della giustizia e della responsabilità. Senza quella, lo spazio pubblico appare più un campo di conquista e di licenza che luogo collettivo organizzato da regole da rispettare. Partendo da questo assunto, quello che ha indotto i partiti a diventare le “macchine di potere” di cui per primo parlò Berlinguer ( se fosse vero che l'antipolitica è il rifiuto dei partiti ad inaugurarla sarebbe stato proprio il segretario del Pci, anche se la sua analisi escludeva il suo, di partito) è stato il cervello più piccolo e rozzo.

E' lui che ha guidato i dirigenti responsabili della degenerazione e della crisi che oggi si sta mostrando in tutta la sua portata. E' sempre lui che fa avvertire come prevalente il proprio “ particulare” su tutto, dando spazio alle pulsioni più primitive: non importa quello che succede agli altri. Io penso solo per me. E' sempre il cervello arcaico che fa considerare il clientelismo una regola del gioco elettorale e non una sua degenerazione. Chiedere il consenso per gestire la cosa pubblica, come si fa da sempre, e ancora, da noi, non per i meriti posseduti, ma con promesse di favori personali, sempre più difficili da mantenere, ha voluto dire bloccare la nostra cultura civile ad uno stadio primitivo della democrazia.

Per evolvere bisognerebbe rinunciare a questa specie di “negozio” tra bisognosi, ma occorrerebbe una cultura politica che andasse oltre l'obiettivo della pura sopravvivenza ed una decisione generale di evitarlo. Perchè chi oggi vi rinuncia, in solitudine, ponendo sulla bilancia elettorale solo i propri meriti, rischia di ricevere meno consenso di chi da decenni occupa posti di comando combinando disastri. Senza cultura civile, è inevitabile, perchè eletto ed elettore sono mossi entrambi dal medesimo cervello arcaico.

Lo stesso cervello che fa trovare normale la bulimia verso doppi, a volte tripli incarichi pubblici. Quello evoluto suggerirebbe di assicurare la difficile amministrazione della res publica nelle mani di persone di specchiata passione civile, non a scalatori finalizzati all'occupazione di posizioni di puro guadagno ed all'autoconservazione. Scalatori indifferenti verso la sofferenza delle persone provocata dalla loro inefficacia politica. Di fronte a questo, il cervello cognitivo s'indigna. Come s'indigna quando la Cgil rimprovera i lavoratori per aver denunciato alla procura della Repubblica la condizione sciagurata dei dirigenti della Coop 76, quando essa stessa ha taciuto quando bisognava alzare il velo su quanto stava accadendo, prevenendo il prevedibile disastro.

Come si stupisce vedendo impennate sociali nella difesa di servizi rilevanti soprattutto per chi li presta, come oculistica di Magliano, capendo che il vero problema sta nello smantellamento dell'ospedale provinciale De Lellis, iniziato con l'arrivo di Polverini e non con la tardiva denuncia di Gianani. Forse anche il direttore generale si è fatto guidare dal cervello arcaico quando con solerzia esecutiva ha tagliato ospedali senza avere alcun progetto che ne prevedesse la compensazione con la medicina territoriale.

Ora il dottor Gianani, sempre più in “ dispitto” della pessima governatrice, ha scatenato la protesta, sollevando la questione dell'insufficienza operativa del nostro ospedale per carenza di personale e della possibile chiusura del reparto neonatale ( nessuno nascerebbe più reatino). Avrà agito in base ai suggerimenti del cervello cognitivo? E con quale cervello si è deciso di attivare in tutte le province laziali il progetto dei laboratori Med, integrazione dell'attività di pronto soccorso, meno che a Rieti?

Vorrei chiudere con un paio di altre domande. Semiserie, perchè senza ironia siamo solo in balia della rozzezza arcaica: quale cervello userà il comandante Aragona quando si abbandona alle sue “ aragonate”? E quale, il quasi uscente sindaco Emili, quando si abbandona alle sue “ emiliate”?


sabato 7 gennaio 2012

Il paese che meritiamo


La democrazia è un sistema fondato sul relativismo. L'assolutismo appartiene ad altro. Per questo è normale che a poco più di un mese e mezzo di esistenza il governo Monti abbia estimatori e detrattori. Per i primi il Presidente del Consiglio sta operando al meglio, per i secondi è il Presidente del Presidente, ovvero una forzatura di Napolitano che ha preferito mettere la patata bollente dell'esecutivo nelle mani di tecnici invece che in quelle dei partiti e dell'agone elettorale. I primi ed i secondi abitano nei diversi schieramenti e spazi di rappresentanza.

Erano per il voto, ad esempio, sia la Cgil di Camusso che la Lega di Bossi; gli ex colonnelli di An e gli “ indignati”. Una compagine composita. Poi ci sono quelli che sembrano giocare su due tavoli. Sono coloro che, pur sostenendo ufficialmente Monti, non perdono occasione per criticarne l'operato e rinfacciargli i tempi lenti e riforme non gradite. Dimenticando, preferendo dimenticare, che l'Italia ereditata da Monti è quella che negli ultimi dieci anni ha aspettato invano le riforme. Molti la famosa rivoluzione liberale.

Tra i resistenti più perniciosi ci sono coloro che confondono dei totem con delle battaglie per i diritti. Penso al problema della riforma del lavoro. Oggi il mercato del lavoro è la Babele della precarietà. La discriminazione e la discrezionalità per i lavoratori e per le lavoratrici, particolarmente se giovani, è, a parte i fortunati, la regola. Porre l'art.18 a vessillo della difesa della civiltà è un insulto all'intelligenza delle cose.

Vedere la Cgil e parte del Pd arroccarsi in una battaglia di retroguardia lascia allibiti. Vedere la proposta di Ichino, un sistema di riordino complessivo del mercato del lavoro dove si mette al primo posto l'eguaglianza del diritto alle tutele, oggi gravemente lesa, trattata come una proposta indecente è incomprensibile a chi sia libero da ideologie o da viscerali resistenze al cambiamento. Ed il fatto che non si spieghi a sufficienza che gli effetti della riforma non riguarderebbe chi oggi è protetto dall'art.18 fa pensare. Male.

Troppe davvero sono le resistenze autoreferenziali e distanti dall'interesse generale che pure dovrebbe essere al centro degli interessi di chi ha ruoli di rappresentanza. Come giustificare altrimenti l'unione di Upi e Sindacato nella difesa delle province con la scusa delle 56 mila famiglie che resterebbero in mezzo alla strada? Inutile dire che sono menzogne. A perdere il posto sarebbero solo i posti di Giunta e del Consiglio, visto che i dipendenti delle province sarebbero allocati in altre istituzioni.

Ma una buona parte del paese questo lo sa. E infatti, nonostante misure pesanti e campagne non proprio amiche verso il povero Monti da parte di tanti economisti e politici, tutti con ricette più efficaci ( a parole) delle sue, il consenso verso il Governo, è ancora alto, collocandosi intorno al 50%. Quello che accadrà nei prossimi giorni, quelli in cui dal “ dovuto” si passerà al “ voluto” per usare le parole del professore, dipenderà molto da chi oggi ha la responsabilità di accompagnarne lo sforzo con proposte, correzioni costruttive. Trasparenza, chiarezza comunicativa.

La crisi chiede a tutti sacrifici ed è necessario far comprendere che il Governo sta facendo quanto può per distribuirli con equità. Compito della politica, dei partiti e dei suoi rappresenti, anche locali, è far comprendere il perchè delle misure prese e delle riforme attuate. Questa crisi può essere una occasione per far crescere tutti sul piano della coscienza civile e del senso vero della democrazia. Può aiutare a comprendere ciò che meritiamo ed il suo contrario.

Non meritiamo un Parlamento di nominati. Non meritiamo gli sprechi delle varie caste, di cui quella parlamentare è solo la più in vista. Non meritiamo una burocrazia inefficiente e che frena l'economia. Meritiamo, invece, di vivere in un paese dove il diritto sia una certezza. Dove le tasse se non belle come le definiva Padoa Schioppa siano un dovere sentito. Come sentito dovrebbe essere il diritto alla mobilità sociale ed il riconoscimento del merito.

Non meritiamo un paese dove i giovani non hanno futuro senza il godimento di rendite familiste. Né meritiamo vicende come quella dei posti raccomandati della Camera di Commercio di Rieti. E non meritiamo che la perdita di posti di lavoro voglia dire finire nella gabbia di ammortizzatori sociali mortificanti, come la cassa integrazione o i posti di Lsu. Questo e molto altro non meritiamo e Monti è una rara occasione per farci fare un salto di qualità.



venerdì 23 dicembre 2011

Il vecchio che non giova alle primarie del Pd

“ La politica è la continuazione della guerra con altri mezzi”, ha scritto Carl von Clausevitz nel famoso saggio “Vom Kriege”, Della guerra. E lui, generale tedesco e studioso dell'arte in cui eccelse lo stato prussiano ottocentesco, conoscendo bene gli elementi costitutivi della conflittualità, sapeva riconoscerli in ogni fenomeno umano fondato sulla contrapposizione degli interessi. E quale fenomeno ha natura più conflittuale della politica?

I costituenti hanno posto i partiti, associazioni private di cittadini, al centro dell'agone politico come luoghi di partecipazione e di rappresentanza degli interessi particolari della società. Ai partiti, con l'art.18, è stato assegnato il compito di formare il pensiero dei cittadini, la selezione del personale politico ed amministrativo, di essere bastioni della pace democratica, proprio perchè trasformano in confronto dialettico ciò che in situazioni meno mediate finirebbe in conflitto armato scomposto. Guerra.

Uscendo dal preambolo, vengo al dunque. Le primarie del centrosinistra. Come è noto la scelta è stata travagliata ed incerta. Come un po' d'ovunque anche a Rieti, la frammentazione correntizia, oggi determinata dalle “ aree”, si è aggiunta al naturale pluralismo del Pd, nato dalla famosa fusione a freddo tra Dc e Pci, producendo un di più di conflittualità. Alla fine, habemus due papi: Annamaria Massimi, segretaria cittadina e Simeoni, tesserato ed ex sindacalista della Cisl.

Tutto è bene quel che finisce con una soluzione. E soprattutto è bene che il partito democratico abbia offerto agli elettori la possibilità di scegliere tra due candidati, sicuramente diversi per storia e sensibilità politica, ma entrambi “ anomali”, politicamente parlando. Massimi, ancora “odora” di società civile, nonostante i cinque anni da consigliera regionale. Simeoni, ex sindacalista da qualche tempo, del politico ha ancora poco e niente. Questo li rende più forti e più deboli ad un tempo. La forza viene dalla estraneità a tutto quello che ha generato l'antipolitica, ovvero il potere partitocratico.

La debolezza deriva dal fatto che, se loro sono il nuovo, particolarmente Simeoni, a sostenerli è il vecchio. Quel vecchio che ha prodotto la vittoria ventennale della destra ed una opposizione fiacca e verbosa, buona più a sollevare in tanti il timore di connivenze che a rappresentare il ruolo importantissimo che la democrazia le assegna, di sentinella dell'azione politica della maggioranza. Questo vuol dire che entrambi i candidati debbono liberarsi della zavorra di chi appesantisce la loro campagna per le primarie con i toni delle contrapposizioni personali e dell'autoreferenzialità.

Lo scambio di lettere pubbliche tra i sostenitori di Simeoni e di Massimi sono un fastidioso segnale di guerra civile dentro il Pd più che di voglia di sconfiggere la destra. Di questo i due candidati sono incolpevoli vittime. Alla loro capacità, intelligenza, senso dell'importanza della funzione per cui sono scesi in campo, sta il sapersi sottrarre all'indebolimento d'immagine e di autonomia in cui rischiano di cadere a causa di quella che appare una guerra per bande tra vecchi e giovani oligarchi e funzionari del Pd. Un partito incapace di rinnovarsi proprio perchè fatto di persone e dirigenti attenti più alla difesa delle proprie posizioni che della buona amministrazione.

Quando Hillary Clinton, già convinta di essere la candidata per la presidenza americana, vide comparire all'orizzonte Obama, non ne fu contenta. I due si fecero una guerra senza risparmio di colpi, perchè “ la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi”. Ma in primo piano c'erano loro e le loro proposte politiche. Sullo sfondo, ma proprio profondo, il partito, le sue divisioni. Sarebbe un errore imperdonabile che ora, nelle primarie reatine, avvenisse l'opposto.


martedì 6 dicembre 2011

Le primarie della sinistra

Simone Petrangeli, Franco Simeoni, Gabriele Bizzoca ed Annamaria Massimi sono i quattro in gara per le primarie del centrosinistra da cui uscirà il candidato che dovrà strappare alla destra la lunga permanenza alla guida del Comune. Una permanenza che risente inevitabilmente di tutti i difetti della mancanza di ricambio. In democrazia la durata di una maggioranza è inversamente proporzionale alla sua qualità. E nonostante il pensiero civile oggi sia comprensibilmente impacciato dal convincimento del “ son tutti uguali”, le primarie rappresentano un'occasione straordinaria per ridare spazio alle differenze. Oggi con il dibattito. Domani con le politiche che si potrebbero mettere in atto.

Ma quali elementi identitari caratterizzano i quattro concorrenti? Simone Petrangeli è un giovane avvocato che milita da sempre nella sinistra cosiddetta radicale. Oggi fa parte di Sel, il partito di Niki Vendola. In un certo qual modo, politicamente parlando, è il più anziano, visto che da dieci anni è all'opposizione comunale. Per qualcuno con scarsa efficacia Per lui per colpa di una legge comunale che priva il Consiglio di qualsivoglia forza. Presto presenterà il programma che sembra sarà elaborato su di una rigorosa impalcatura ambientalista. Dall'urbanistica sostenibile, alla “green economy” la sua Rieti dovrebbe crescere salvaguardando l'ambiente.

Batte Petrangeli sull'anagrafe Gabriele Bizzoca, studente universitario di soli 25 anni. Conosco Gabriele da tempo e so con quanta passione s'impegna sui temi locali da quando era poco più di un adolescente. Presidente di “ Controvento”, associazione politica di giovani “ autogestiti”, nel senso che non fanno riferimento a “ capitani” ma alle idee di giustizia sociale, di rispetto ambientale, di diritti negati ai giovani, oggi impoveriti da una partitocrazia sprecona e vissuta alla giornata, dimenticando il futuro. Dimenticando, sotto tutti gli aspetti, il dovere delle generazioni di costruire per quelli che verranno . Bizzoca in questa tornata è l'espressione dell'antipolitica che, tuttavia, crede nella politica e scende in campo sfidandola.

Franco Simeoni è un sindacalista di lungo corso della Cisl di cui è stato segretario regionale . Proposto dal sindacato locale, preoccupato per la perdita di produttività della nostra provincia, è candidatura di tutto rispetto. Una parte del Pd crede sarebbe il candidato migliore per battere la destra. L'idea guida di Simeoni è di dare a Rieti un respiro più ampio. Rieti, secondo l'ex sindacalista, va vista all'interno del sistema regionale, dove può rappresentare una parte non secondaria, guardando a Roma come opportunità e non come un problema. L'importante è aver chiaro che Roma ha bisogno delle province laziali come queste ultime hanno bisogno di Roma. Rieti può uscire dal declino solo se sarà capace di attivare e valorizzare le sue tante risorse. Risorse che, però, necessitano di infrastrutture, come lo è il raddoppio della Salaria.

Dulcis in fundo, Annamaria Massimi, ex consigliera regionale ( per caso) ed attuale segretaria cittadina del Pd, sostenuta da una coalizione composita: parte del Pd, Comunisti Italiani ed Idv. Sarebbe ipocrita se negassi di nutrire una particolare simpatia per la sua candidatura. Per tante ragioni. La prima, anche se non principale, è perchè è una donna. Le donne non sono migliori degli uomini, solo diverse. Se si dovesse tenere una contabilità sui difetti delle donne e degli uomini, si otterrebbe un sostanziale pareggio di bilancio. Ma su una cosa le donne godono di una atavica primazia: sanno amministrare al meglio una “ famiglia” anche quando le entrate sono scarse.

E sicuramente chi andrà ad amministrare il Comune di Rieti dovrà farlo con maestria, rigore ed oculatezza, dati i suoi buchi ed una crisi che accrescerà i bisogni sociali. Inoltre è persona di scuola, professionista dell'educazione e formazione dei giovani. Su di loro sarebbero calibrate tutte le sue scelte politiche e questo oggi è obiettivo principale. Buone primarie a tutti.


Costini ed altre candidature

Per ora i possibili papabili del centrodestra per la poltrona di primo cittadino sembrano essere l'attuale presidente del Consiglio Comunale, Gianni Turina, da lungo tempo sulla scena politica e Antonio Perelli, il “ Signor milletessere”, appellativo felice di Felice Costini. Un “ Signor milletessere” che a detta dei colleghi di maggioranza, lo stesso Costini ed Imperatori, ha fatto poco e niente come assessore delle “ Attività produttive”. Valutazione condivisa da negozianti, albergatori, artigiani e cittadini. I primi lamentano l'inesistenza da parte del Comune di qualsivoglia misura a favore delle loro categorie, abbandonate alla crisi, nazionale e locale, dopo gli annunci di piani e provvedimenti mai realizzati.

Il“ recupero del centro storico”, era stato promesso. Basta farsi un giro per vedere di cosa si parla. I locali comunali dei portici di Piazza Vittorio Emanuele, vetrina naturale della città, sono spazi abbandonati alla sciatteria ed all'abbandono, con effetti negativi immediati sulle attività commerciali limitrofe. Per non dire dell'uso che si fa della piazza stessa, come il triste mercato mensile della Coldiretti (serbatoio di voti, però). E cosa combinare di peggio a dei negozianti che cercano di sopravvivere all'impoverimento sociale, se non iniziare i lavori per il recupero del mercato coperto, per poi sospendere tutto lasciando che topi e sporcizia disgustino i clienti (che non trovano nemmeno un parcheggio, visto che non è limitato) ?

Ed il rilancio turistico del Terminillo a che punto è? Ed il progetto per la costituzione dell'Ente Fiera della città di Rieti? Se Perelli pensa di candidarsi alla funzione di sindaco dovrà elencare le cose fatte, sottraendole alle promesse, oltre che dimostrare l'assiduità della presenza alle attività comunali. Più interessante è la candidatura dell'ex assessore Costini, sostenuta da una lista civica. Interessante perchè l'uomo è tanto prigioniero della cultura fascista (pensa , curiosamente, che l'Inghilterra, origine e tuttora protagonista di uno dei Welfare State più solidi d'Europa, sia priva di un Servizio Sanitario Nazionale, confondendo la “ Perfida Albione” con gli Usa), quanto capace di agire da battitore libero. In caso di ballottaggio potrebbe fare la differenza.

Ho incontrato Costini lunedì scorso al caffè preferito da Area, la sua associazione culturale. La ragione dell'incontro a cui gentilmente si è prestato è l'importanza che assegna al programma più che allo schieramento. Cosa, francamente, che sembra mancare anche a sinistra. Un programma che suona convincente, al di là che sia di sette pagine, dal fatto che è basato su dati di fatto come il “ progetto Plus”, presentato in Regione da assessore all'Urbanistica. Un progetto che, se finanziato, potrebbe davvero servire alla valorizzazione del centro storico.

Come convincenti sono, al di là delle opposizioni alquanto ideologiche messe in campo, l'Urban Center ed i Piani integrati, utili al recupero, finalmente, delle aree ex industriali realizzati con la collaborazione dell'Università reatina. Un recupero basato sulla “ interazione pubblico-privato” e sulla trasparenza. Una trasparenza assente negli ultimi trenta anni e che ha visto l'uso selvaggio della 167 in nome della quale sono nate le lottizzazioni trentennali con cui è stato divorato tanto del nostro patrimonio verde (ndr) e con cui sono state messe quasi a morte attività storico-produttive come quelle del Molino del Cantàro. Una risorsa produttiva e patrimonio storico collettivo scelleratamente sottovalutato dai nostri amministratori, come fatto anche per l'Istituto Strampelli.

“ Rieti, come dice Diego Di paolo, non ha niente di grande, ma ha tante ricchezze piccole che vanno messe a sistema”, dice Costini citando il “ padre” del Cammino di Francesco. Da sindaco lavorerei per questo. Alla domanda se farebbe assessore Di Paolo, risponde che no, sarebbe sprecato. “Meglio sarebbe se guidasse una struttura comunale per la gestione turistica”. Ce la farà Costini a far vincere di nuovo la destra ed a ricevere sufficiente consenso per realizzare l'ambizioso programma?

Come direbbe Shakespeare, inglese vissuto nel secolo in cui, nel 1601, veniva promulgata la “ Poor Law ”, la legge sui poveri, embrione del futuro Welfare State: “Oh se fosse dato all'uomo di conoscere la fine del giorno che incombe! Ma basta che il giorno trascorra e la fine è nota”.


sabato 19 novembre 2011

Se l'Ici fa più paura del default


All'estero tutti si sono domandati per anni cosa fosse successo al nostro paese, guidato da una personalità tanto attratta dal comando, quanto poco disposta ad indossare panni da statista. Le corna fatte in una foto di gruppo istituzionale, la telefonata mentre Merkel aspettava basita, il famoso e sgradevole a dirsi bunga-bunga, le amicizie cafone e chi più ne ha più ne metta, sono state vissute con divertimento solo da chi sottovaluta il valore dello “ stile” in chi è chiamato a decidere per una nazione. Come e più del solito in questo caso la forma è sostanza.

Chi scrive non si è divertita. Negli anni ho misurato gli effetti che l'Italia ha subito dal quasi ventennio berlusconiano: Impoverimento di ricchezza, di cultura, di senso del limite, di capacità di apprezzamento del bello come misura ed equilibrio; impoverimento di risorse umane. E' quotidiana l'esperienza di giovani italiani e reatini fuggiti all'estero. E' quotidiana la scoperta di nuove esasperazioni di diverse categorie sociali e produttive. L'Italia non è un paese povero, o almeno ancora non lo è in modo vistoso. L'Italia è un paese improduttivo e sfiancato dal debito pubblico.


Da troppo tempo il nostro paese è prigioniero di interessi singolari, di posizioni di rendita, di categorie gelose di privilegi acquisiti che non si vogliono mollare, costi quel che costi. E tutto questo tende a permanere mentre l'Europa e il mondo sono scossi da trasformazioni epocali. Il '900 ha portato via con sé un mondo straordinariamente diverso dall'attuale. Quando si dice globalizzazione non si pensa mai abbastanza al suo significato. Oggi le nostre vite non sono più all'interno di perimetri cittadini o nazionali. Oggi il perimetro è il mondo.


Il mercato e la finanza, in tutto ciò, producono effetti complessi e bisognosi di altrettanto complesso governo. A noi poveri mortali non resta che cercare di confidare nel buon senso e nella perizia di chi ha il compito di prendere decisioni. Del bellissimo discorso fatto dal professor Monti, ora capo del Governo, ho condiviso con emozione tutto. Un passaggio, tuttavia, mi è sembrato particolarmente apprezzabile. E' stato quando ha sottolineato l'ingiustizia del sentimento di antipolitica che ci caratterizza da tempo.


Come lui ritengo che la società civile non sia migliore della classe politica. Leggendo oggi quanto scritto nell'articolo intitolato” Paolucci(Uil):con reintroduzione Ici tassa da 56 euro per i reatini” ne ho avuto ulteriore conferma. Mi domando come sia possibile che un sindacalista scriva cose del genere. L'abolizione dell'Ici sulla prima casa, (tassa presente in tutta Europa), è stata una scelta tanto demagogica quanto sciagurata. Ha prodotto l'impoverimento dei comuni, costretti quasi tutti ad operazioni “ creative” di bilancio per poter soddisfare il mantenimento di servizi pubblici.


Ha accelerato la devastazione ambientale, visto che quasi tutti i comuni hanno fatto uso dello strumento urbanistico per fare cassa. E se il sindacalista non se ne fosse accorto, il Governo è caduto non perchè avesse avuto la sfiducia o fosse andato in minoranza. E' semplicemente stato sostituito dal Presidente della Repubblica, il cielo ce lo conservi, perchè ritenuto non all'altezza del compito di governare la crisi galoppante di cui tutti ormai hanno contezza.


Senza piagnistei dovremo tutti accettare ragionevoli ed equi sacrifici. Dovremo farlo per senso di responsabilità e per la consapevolezza che l'alternativa è la recessione, ovvero la caduta nella povertà innanzi tutto di quelli di cui oggi sembra preoccuparsi il sindacalista. Fossi in Paolucci mi preoccupere, piuttosto, del tracollo della Ritel e dei tanti totem che bloccano la riforma del diritto del lavoro. E penserei alle centomila ritel italiane che l'ottimismo e la demagogia berlusconiana ha prodotto. Non è più il tempo di sortite speciose.

Le candidature raccogliticce del PD


l bailamme pubblico delle candidature che sta interessando il Pd, mentre il Pdl da tempo appare scosso da divisioni drammatiche, segnate anche da denunce come quella del sindaco Emili verso Costini, alla città, come alle sue stelle, non resta che stare a guardare. Ma qualche riflessione sul tema del “buono e cattivo governo” della città e sulla funzione di un sindaco male non farà. E dunque, cosa significa ricoprire il ruolo di primo cittadino?

 Va da sé che la qualità di un amministratore, dipende dalla funzione che gli si riconosce. Chi è interessato all'occupazione del potere, si curerà più delle conseguenze che ne derivano per sé o per la “ditta”, orrendo termine bersaniano per intendere il partito, che di rendere la città viva, vitale, accogliente e produttiva. In questo caso dopo l'elezione farà prima a tirar fuori dal cassetto il manuale Cencelli con cui scegliere i tecnici, gli assessori ed i collaboratori di varia natura che a ringraziare per la fiducia gli elettori. Le conseguenze sono danni a non finire a scapito della cosa pubblica.

È in nome dei danni compiuti dalla maggioranza che l'opposizione, di solito, le subentra. Quando, nonostante la portata dei danni, l'opposizione non riesce nel compito di mandare a casa la maggioranza, qualcosa di sbagliato c'è. E se invece di fare una onesta analisi di ciò che andrebbe mutato e migliorato, si perpetua nell'errore, non dovendo mai pagare per quelli computi, la sconfitta è scontata e meritata.

Se si dà, poi, l'impressione che un partito sia qualcosa di chiuso, in balia di poteri consolidati e non scalfibili, una specie di “cosa nostra” impenetrabile, strumento di conquista personale, puro esercizio di potere e di cooptazione per “famigli”, fedeli e familiari, da destinare a qualche posticino pubblico messo a disposizione dal consociativismo partitocratico (prescindendo dai meriti e dalle competenze), si fa un cattivo servizio al partito ed alla collettività. Al partito, perché difficilmente acquista consenso. Alla collettività, perché solo la competizione tra migliori aumenta la possibilità di governi migliori.

Il metodo, aveva ragione Cartesio, guida le scelte e ne tradisce gli intenti. Il metodo raccogliticcio che sembra guidare il Pd reatino nell'individuazione del suo candidato per le prossime comunali parla delle ragioni per cui da venti anni non riesce a mandare a casa la destra. Parla dell'assenza di strategia e di insipienza nel preparare per tempo il ricambio. Insipienza da cui nasce la necessità di ricorrere a proposte dell'ultimo minuto. Da decenni, le candidature arrivano sul filo dell'improvvisazione e del ripiego. Segno della limitata disponibilità di persone ritenute di qualità interne al partito.

Oggi, la scelta del “papa straniero” si deve soprattutto alle divisioni correntizie ed ai calcoli tribali. Tribalismo che prima di tutto esclude candidature femminili. Eppure di donne nel Pd ce ne sono. Ad iniziare dalla segretaria cittadina. Un tribalismo partitocratico dove ognuno cerca di arare il proprio campicello. Dove si sostengono candidature difficilmente vincenti (quelle più solide, Claudio Di Berardino e Paolo Annibaldi si sono allontanate subito dopo uno strano sondaggio). Candidature di ripiego, lo dico senza offesa.

E a proposito di divisioni. È da qualche giorno che su questo giornale compare il testo del comunicato di “Area Dem” (ex democristiani) che organizzava pullman per l'Assemblea Regionale di Roma di Giovedì tre novembre, in vista della manifestazione di sabato voluta dal segretario ex Pci, con la contrarietà di ex democristiani come Follini. Accanto al comunicato non c'è la foto di Anna Maria Massimi, segretaria cittadina del Pd, ma quella di Giuseppe Martellucci, coordinatore provinciale dell'area. Un tempo si sarebbe detto corrente. Una delle circa venti, aree nate nel Pd dopo il suo ultimo Congresso, dove si è esaltato il principio di unità.

L'area ha un non so che di immateriale e di arioso, non fa pensare ai confini chiusi che la perimetrano. Le correnti appena le nomini ti viene da starnutire. Eppure le aree per il Pd sono peggio di quello che le correnti furono per la Dc. Le correnti producevano lotte intestine, ma erano anche un segno di pluralismo dialettico, capace di produrre la famosa sintesi politica.

Chi votava per la Dc sapeva per cosa lo faceva. Le aree rappresentano la frammentazione della proposta, il tutto ed il suo contrario. Una moltiplicazione di posizioni che non rassicurano l'elettore. Che non convincono. Che irritano e deludono. E non è un caso che l'indebolimento berlusconiano non si accompagni all'aumento del consenso per il PD.

 Rischio che il Pd corre anche a Rieti dove la pessima prova della giunta Emili (mi scuserà il mio conterraneo, per cui, l'ho scritto altre volte e lo ripeto, provo sincera simpatia umana, ma tant'è) non necessariamente si tradurrà nella vittoria. E intanto nel cittadino cresce la sfiducia verso una politica che sembra aver smarrito il suo senso vero: governare al meglio la res publica. Forse a qualcuno conviene. Le stelle se ne ridono. Per i cittadini è una tragedia.