venerdì 29 luglio 2016

Il costituzionalista Francesco Clementi e le ragioni del Sì

La materia è complessa e complicata da penetrare per un cittadino comune, e servirà un vero impegno per aiutarlo a cogliere gli aspetti essenziali di una riforma che tocca questioni di trentennale discussione. Parlo della riforma costituzionale che in autunno saremo chiamati ad approvare o rifiutare con un referendum. A iniziare un percorso esplicativo di cosa andremo a decidere è stato il comitato Basta un Sì di Rieti.
Mercoledì scorso, a Palazzo Dosi si è tenuto un incontro a cui hanno partecipato il costituzionalista Francesco Clementi, professore di Diritto Pubblico comparato all’Università di Perugia e il presidente del comitato cittadino Basta Un Sì – Rieti Alberto Vespaziani, professore associato di Diritto Pubblico Comparato presso l'Università del Molise. Mancava il presidente del comitato provinciale , lo stimato e noto, per i reatini,  professore Gisberto Fioravanti, momentaneamente fuori sede. A moderare il dibattito è stato il giornalista Marco Fuggetta.
Entrando nel merito dell’incontro, serve una premessa. In passato si è provato a modificare la Costituzione italiana del 1947 attraverso un percorso tanto peculiare della nostra democrazia partitocratica, conflittuale e diffidente, quanto fallimentare, quello delle tre commissioni bicamerali ( la prima 1983-85, presieduta dal liberale Bozzi: la seconda De Mita- Iotti 1993-94; la terza, presieduta da D’Alema del 1997).  Lo ha ricordato il professore Francesco Clementi.
Quello di Clementi, membro della Commissione dei saggi voluta dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nominata al tempo del Governo Letta, presieduta da Gaetano Quagliariello ( che oggi è per il No, beata incoerenza)  e conclusa con una relazione finale dal titolo significativo di “ Per una Italia migliore”, è stato un intervento appassionato e accurato. Sufficientemente chiaro per non addetti ai lavori.
Il professore ha una cultura progressista e, forse aiutato dall’anagrafe, non affronta le riforme costituzionali con l’enfasi retorica dell’intoccabilità di un testo “ perfetto”. La riforma del Governo Renzi, ha ricordato più volte, non è perfetta, esattamente come non lo è quella nata dopo la fine del Fascismo e della guerra.  La nostra Carta è il prodotto del compromesso raggiunto tra le diverse forse politiche antifasciste momentaneamente alleate. E’, pertanto, figlia del suo tempo. Un tempo molto diverso da nostro.
Il conflitto tra i partiti, dopo la nascita dei governi repubblicani,  riprese subito e non ha mai cessato di esistere, in barba agli interessi degli italiani. Da questo ( tra le altre cose) è nato l’aggettivo critico di Marco Pannella, “ partitocrazia”, intesa come fenomeno degenerativo della vita politica del sistema democratico italiano.
La scelta del sistema “Bicamerale”, per apportare modifiche necessarie al buon funzionamento del paese, modifiche fatte in passato da altre nazioni europee, come Francia e Germania, per dirne due, è stata un sostanziale tentativo di aggirare  la norma costituzionale. Dati i pessimi rapporti tra le forze politiche, nasceva anche fallimentare.
Ecco perché il costituzionalista difende e sostiene la Riforma Boschi. “ Il Parlamento prodotto dal risultato elettorale del 2013 è diviso e frammentato. E’ un Parlamento fatto più di vinti che di vincitori. Nonostante ciò Renzi è riuscito a costruire una maggioranza  nel rispetto della procedura dell’articolo 138 della Costituzione. La riforma che si è riusciti faticosamente ad  approvare migliorerà la qualità della democrazia in Italia”.
Ma quali sono i punti nevralgici della riforma? Il primo è la correzione del cosiddetto “ bicameralismo paritario”, ovvero due camere che svolgono le medesime funzioni allungando all’infinito, il processo legislativo. Tra conflittualità e veti reciproci di partiti, partitini, partitucci, spesso interrotti solo dalla caduta di governi traballanti per mancanza di maggioranze solide, l’iter del sistema che si sta cercando di superare diventava spesso un ping-pong senza fine. Come ricorda Renzi in 70 anni di repubblica i governi sono stati 63. Da questo nasce una legge elettorali come l’Italicum  che punta alla governabilità.
A proposito di legge elettorale, secondo il professore, se ne parla troppo. Meglio ancora, è in atto l’assurdità di mettere insieme due cose slegate tra loro quando si affronta il tema referendario. Da una parte c’è una legge elettorale, già in atto per la Camera,  nata dopo la bocciatura del Porcellum da parte della Corte Costituzionale, disegnata per garantire la governabilità col premio di maggioranza e la rappresentanza, con l’eventuale ballottaggio. Dall’altra c’è una riforma della seconda parte della Costituzione sulla quale saremo chiamati a decidere.
L’altro punto è quello riguardante gli enti locali, Province e Regioni. Le Province saranno definitivamente abolite, insieme allo Cnel, Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, ente inutile e improduttivo. Un poltronificio per sindacalisti, imprenditori ed “ esperti” . Solo un costo per il contribuente. Le Regioni, invece, saranno ridimensionate per funzioni, superando l’attuale confusione nel rapporto tra enti  Stato e Regioni prodotta dalla riforma del titolo V della Costituzione.
E all’argomento che la classe politica “ peggiore”, quella regionale finirà nel nuovo Senato, cosa obietta il professore Clementi?  “ Spetta alle Regioni recuperare la legittimità perduta. Quella di Renzi non è una riforma contro le Regioni. Tutt’altro, se sapranno governare e manderanno la gente giusta al Senato, premiando il merito, avranno più forza di quanta ne hanno ora” .
L’incontro è andato per le lunghe. Sintetizzarlo non è facile, ma ci provo. Con la riforma il Senato sarà ridotto da 315 componenti a 100: 74  consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 nominati dal Capo dello Stato per 7 anni. Questo consentirà alle istituzioni territoriali di concorrere alla funzione legislativa  in alcuni casi specifici indicati dal comma 1 dell’art.70 e di partecipare alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione delle politiche dell’Ue e dei suoi atti normativi, permettendo la verifica dell’impatto delle stesse sui territori.
Materie  come energia, grandi infrastrutture strategiche, politiche attive e grandi reti di trasporto,  oggi bloccate da contenziosi dovuti alla confusione tra competenze legislative concorrenti, torneranno di competenza statale. Insomma, si darà maggiore certezza del diritto.  “ Far capire a chi spetta la responsabilità decisionale, con trasparenza e chiarezza, è la grande sfida delle democrazie moderne, chiamate a rispondere con velocità ai bisogni collettivi”, è il pensiero del giovane costituzionalista.
Il terzo punto, forse quello essenziale, è quello della semplificazione complessiva del sistema. Una volta che l’architettura istituzionale, con l’abolizione delle province e la razionalizzazione del procedimento legislativo, sarà stata ridotta e semplificata, sarà possibile ridurre la decretazione d’urgenza e il programma di governo potrà essere realizzato con pochi disegni di legge essenziali. La riforma rimette al centro il rapporto eletto-elettore, valorizzando l’indirizzo politico scelto dagli elettori.
Quello di mercoledì scorso è uno dei primi appuntamenti reatini nato per spiegare le ragioni del Sì. Ce ne saranno altri a sostegno del No. Ai cittadini, questa volta, come non mai, spetta la responsabilità di andare al voto sapendo che si sta giocando una carta importante per il futuro del paese.
Nei prossimi mesi occorrerà tornare sul tema con sempre maggiori approfondimenti. Per ora chiudo con le parole di Giorgio Napolitano “ Se la riforma del Senato non passerà, quella sarà la fine di ogni speranza di rinnovamento della democrazia italiana “. E con quelle dell’attuale presidente Mattarella sulla infinite polemiche e la proposta di spacchettamento avanzata dai miei amici radicali :” Certi dibattiti su data e spacchettamento sono talmente surreali da sembrare la caccia ai pokemon”. L’ironia, certe volte, è l’unica risposta possibile.

.

Il costituzionalista Francesco Clementi e le ragioni del Sì

La materia è complessa e complicata da penetrare per un cittadino comune, e servirà un vero impegno per aiutarlo a cogliere gli aspetti essenziali di una riforma che tocca questioni di trentennale discussione. Parlo della riforma costituzionale che in autunno saremo chiamati ad approvare o rifiutare con un referendum. A iniziare un percorso esplicativo di cosa andremo a decidere è stato il comitato Basta un Sì di Rieti.
Mercoledì scorso, a Palazzo Dosi si è tenuto un incontro a cui hanno partecipato il costituzionalista Francesco Clementi, professore di Diritto Pubblico comparato all’Università di Perugia e il presidente del comitato cittadino Basta Un Sì – Rieti Alberto Vespaziani, professore associato di Diritto Pubblico Comparato presso l'Università del Molise. Mancava il presidente del comitato provinciale , lo stimato e noto, per i reatini,  professore Gisberto Fioravanti, momentaneamente fuori sede. A moderare il dibattito è stato il giornalista Marco Fuggetta.
Entrando nel merito dell’incontro, serve una premessa. In passato si è provato a modificare la Costituzione italiana del 1947 attraverso un percorso tanto peculiare della nostra democrazia partitocratica, conflittuale e diffidente, quanto fallimentare, quello delle tre commissioni bicamerali ( la prima 1983-85, presieduta dal liberale Bozzi: la seconda De Mita- Iotti 1993-94; la terza, presieduta da D’Alema del 1997).  Lo ha ricordato il professore Francesco Clementi.
Quello di Clementi, membro della Commissione dei saggi voluta dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nominata al tempo del Governo Letta, presieduta da Gaetano Quagliariello ( che oggi è per il No, beata incoerenza)  e conclusa con una relazione finale dal titolo significativo di “ Per una Italia migliore”, è stato un intervento appassionato e accurato. Sufficientemente chiaro per non addetti ai lavori.
Il professore ha una cultura progressista e, forse aiutato dall’anagrafe, non affronta le riforme costituzionali con l’enfasi retorica dell’intoccabilità di un testo “ perfetto”. La riforma del Governo Renzi, ha ricordato più volte, non è perfetta, esattamente come non lo è quella nata dopo la fine del Fascismo e della guerra.  La nostra Carta è il prodotto del compromesso raggiunto tra le diverse forse politiche antifasciste momentaneamente alleate. E’, pertanto, figlia del suo tempo. Un tempo molto diverso da nostro.
Il conflitto tra i partiti, dopo la nascita dei governi repubblicani,  riprese subito e non ha mai cessato di esistere, in barba agli interessi degli italiani. Da questo ( tra le altre cose) è nato l’aggettivo critico di Marco Pannella, “ partitocrazia”, intesa come fenomeno degenerativo della vita politica del sistema democratico italiano.
La scelta del sistema “Bicamerale”, per apportare modifiche necessarie al buon funzionamento del paese, modifiche fatte in passato da altre nazioni europee, come Francia e Germania, per dirne due, è stata un sostanziale tentativo di aggirare  la norma costituzionale. Dati i pessimi rapporti tra le forze politiche, nasceva anche fallimentare.
Ecco perché il costituzionalista difende e sostiene la Riforma Boschi. “ Il Parlamento prodotto dal risultato elettorale del 2013 è diviso e frammentato. E’ un Parlamento fatto più di vinti che di vincitori. Nonostante ciò Renzi è riuscito a costruire una maggioranza  nel rispetto della procedura dell’articolo 138 della Costituzione. La riforma che si è riusciti faticosamente ad  approvare migliorerà la qualità della democrazia in Italia”.
Ma quali sono i punti nevralgici della riforma? Il primo è la correzione del cosiddetto “ bicameralismo paritario”, ovvero due camere che svolgono le medesime funzioni allungando all’infinito, il processo legislativo. Tra conflittualità e veti reciproci di partiti, partitini, partitucci, spesso interrotti solo dalla caduta di governi traballanti per mancanza di maggioranze solide, l’iter del sistema che si sta cercando di superare diventava spesso un ping-pong senza fine. Come ricorda Renzi in 70 anni di repubblica i governi sono stati 63. Da questo nasce una legge elettorali come l’Italicum  che punta alla governabilità.
A proposito di legge elettorale, secondo il professore, se ne parla troppo. Meglio ancora, è in atto l’assurdità di mettere insieme due cose slegate tra loro quando si affronta il tema referendario. Da una parte c’è una legge elettorale, già in atto per la Camera,  nata dopo la bocciatura del Porcellum da parte della Corte Costituzionale, disegnata per garantire la governabilità col premio di maggioranza e la rappresentanza, con l’eventuale ballottaggio. Dall’altra c’è una riforma della seconda parte della Costituzione sulla quale saremo chiamati a decidere.
L’altro punto è quello riguardante gli enti locali, Province e Regioni. Le Province saranno definitivamente abolite, insieme allo Cnel, Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, ente inutile e improduttivo. Un poltronificio per sindacalisti, imprenditori ed “ esperti” . Solo un costo per il contribuente. Le Regioni, invece, saranno ridimensionate per funzioni, superando l’attuale confusione nel rapporto tra enti  Stato e Regioni prodotta dalla riforma del titolo V della Costituzione.
E all’argomento che la classe politica “ peggiore”, quella regionale finirà nel nuovo Senato, cosa obietta il professore Clementi?  “ Spetta alle Regioni recuperare la legittimità perduta. Quella di Renzi non è una riforma contro le Regioni. Tutt’altro, se sapranno governare e manderanno la gente giusta al Senato, premiando il merito, avranno più forza di quanta ne hanno ora” .
L’incontro è andato per le lunghe. Sintetizzarlo non è facile, ma ci provo. Con la riforma il Senato sarà ridotto da 315 componenti a 100: 74  consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 nominati dal Capo dello Stato per 7 anni. Questo consentirà alle istituzioni territoriali di concorrere alla funzione legislativa  in alcuni casi specifici indicati dal comma 1 dell’art.70 e di partecipare alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione delle politiche dell’Ue e dei suoi atti normativi, permettendo la verifica dell’impatto delle stesse sui territori.
Materie  come energia, grandi infrastrutture strategiche, politiche attive e grandi reti di trasporto,  oggi bloccate da contenziosi dovuti alla confusione tra competenze legislative concorrenti, torneranno di competenza statale. Insomma, si darà maggiore certezza del diritto.  “ Far capire a chi spetta la responsabilità decisionale, con trasparenza e chiarezza, è la grande sfida delle democrazie moderne, chiamate a rispondere con velocità ai bisogni collettivi”, è il pensiero del giovane costituzionalista.
Il terzo punto, forse quello essenziale, è quello della semplificazione complessiva del sistema. Una volta che l’architettura istituzionale, con l’abolizione delle province e la razionalizzazione del procedimento legislativo, sarà stata ridotta e semplificata, sarà possibile ridurre la decretazione d’urgenza e il programma di governo potrà essere realizzato con pochi disegni di legge essenziali. La riforma rimette al centro il rapporto eletto-elettore, valorizzando l’indirizzo politico scelto dagli elettori.
Quello di mercoledì scorso è uno dei primi appuntamenti reatini nato per spiegare le ragioni del Sì. Ce ne saranno altri a sostegno del No. Ai cittadini, questa volta, come non mai, spetta la responsabilità di andare al voto sapendo che si sta giocando una carta importante per il futuro del paese.
Nei prossimi mesi occorrerà tornare sul tema con sempre maggiori approfondimenti. Per ora chiudo con le parole di Giorgio Napolitano “ Se la riforma del Senato non passerà, quella sarà la fine di ogni speranza di rinnovamento della democrazia italiana “. E con quelle dell’attuale presidente Mattarella sulla infinite polemiche e la proposta di spacchettamento avanzata dai miei amici radicali :” Certi dibattiti su data e spacchettamento sono talmente surreali da sembrare la caccia ai pokemon”. L’ironia, certe volte, è l’unica risposta possibile.

.

martedì 24 maggio 2016

Sì al referendum costituzionale



Sarà una campagna referendaria lunghissima ed estenuante.Conservatori ( anche in buona fede) e progressisti ( anche in buona fede) si sfideranno in una gara ( si spera non una guerra) argomentativa che alla fine porterà il paese a scegliere se restare seduto o provare a camminare più leggero ( e ad evitare la noia di sentir promettere le riforme per un altro quarantennio).

Da laica non capisco la teologia della Costituzione di chi la considera intoccabile. Una Costituzione non è libro un sacro e non dovrebbe nemmeno avere la pretesa di essere " la più bella del mondo". Una Costituzione non dovrebbe avere, sinedri e Consigli sacerdotali deputati alla sua conservazione, ma reale attuazione.

E se solo si volesse andare a vedere con onestà quanto sia davvero applicata nei suoi principi alla realtà si vedrebbe quanto è disattesa. Oggi tanti giuristi e intellettuali si fanno più sinedrio che veri difensori del dettato costituzionale.

Quindi, cos'è una Costituzione? E' uno strumento storico, nato dopo eventi storici importanti, nel nostro caso il Fascismo, per dare organizzazione ideale e pratica a uno Stato. Visto che è uno strumento che deve aiutare la vita di una nazione e favorire la migliore esistenza dei suoi cittadini, ha bisogno di periodiche manutenzioni per essere resa più efficace nell'affrontare i problemi del futuro. Le riforme servono a questo. E mai vanno a toccare, nemmeno questa volta, i principi fondamentali.

I conservatori del No affermano che le riforme del governo Renzi non sono perfette. Giacchè il fronte del No è composito e va dall'estrema destra all'estrema sinistra, ognuno ha il suo pezzetto d'imperfezione da attribuire. Siccome continuo ad amare Popper concordo con lui quando in " Rivoluzione o riforme" scriveva " chiunque ha tentato di creare uno Stato perfetto, un paradiso in terra, ha in realtà realizzato un inferno"

Personalmente penso sia giusto votare Sì, anche accettando l'argomento dell'imperfezione, visto che nonostante le difficoltà del momento continuo ad avere fiducia nella democrazia e nella sua natura di governo imperfetto, basato sul rischio e la scommessa. Quando votiamo accettiamo sempre il rischio di scommettere su qualcuno. E se quel qualcuno ha tradito le attese la volta dopo si cambia.

Siccome non sono giurista e non voglio attribuirmi competenze che non ho, per motivare la mia scelta, molto fondata sull'idea che in un mondo che si fa sempre più complesso sia necessario il metodo della semplificazione, della governabilità e della riduzione degli sprechi ( vedi Cnel), mi servirò di persone competenti e, spero, in buona fede. per entrare con più perizia nel merito.

http://media2.corriere.it/corriere/pdf/2016/Le_ragioni_del_Si.pdf

giovedì 19 maggio 2016

Ciao caro Marco

Non vorrei parlare di me, ma la notizia della morte di Marco Pannella è come  se mi avesse portato via una parte importante di un vissuto che quotidianamente, in un modo o nell'altro, si è intrecciato col Partito Radicale.

A Pannella debbo tantissimo. Gli debbo la passione per il coraggio delle idee, anche se non sempre mi riesce di testimoniarlo come fanno i libertari senza rete. Gli debbo il valore della libertà come unico padrone che si traduce nel dar retta a quanto onestamente si avverte, infischiandosene del politicamente corretto e dell'opinione altrui. Finanche della denigrazione altrui. Gli debbo anche il senso del rispetto e dell'impossibilità di provare odio per chi è politicamente e culturalmente distante, che in un mondo feroce come è quello della politica non è poco.

Vorrei, Caro Marco, saper raccontare meglio quella strana cosa che provo oggi, perchè mi viene una sola parola. Una parola semplice, è affetto. Un sentimento che è sopravvissuto anche al fastidio che da diversi anni mi hanno prodotto certe tue scivolate verso un per me incomprensibile e urtante attorcigliamento della tua brillante intelligenza. Ti ho anche detestato parecchio, a volte.

Eppure, come è per i legami forti e veri ti cacciavo dalla porta per farti rientrare dalla finestra. Per poi cacciarti ancora, spegnendo la televisione dove ti perdevi in circonlocuzioni labirintiche da cui chiunque finiva per voler scappare via. E quante volte ho spento Radio Radicale infastidita. Ma anche da quei pastoni verbosi indigeribili uscivo con una strana, incancellabile fiducia verso la tua intelligenza buona.

Buona anche quando eri cattivo, come sei stato con Emma ultimamente.

Caro Marco, è stato bello incontrarti da giovane universitaria. Bello venirti ad ascoltare all'Ergife con mia figlia che sgambettava. Bello quella volta che dopo Tangentopoli sono venuti tutti a rendere omaggio alla tua onestà vera. Mai sventolata come una bandiera, Bello fare cose strane come raccogliere firme contro la pena di morte a Ferragosto, in quel posto meraviglioso che è Fontana di Trevi. Bello scoprire affinità profonde con Sciascia. Bello vederti stare dalla parte di Tortora mentre lo facevano a pezzi.

Bello stare dentro la politica che mai è diventata antipolitica, ma vocazione alla nobiltà della politica. Bella anche l'idea di un partito trasnazionale e bella la radio che tanto ha insegnato a chiunque volesse ascoltarla. Bello non sentirsi mai rappresentante del bene, ma solo dell'impegno democratico, civile e generoso, ripagato solo dall'impegno stesso. Bello il tuo tentativo di salvare dalla forca anche un mostro come Saddam Hussein.

 Bello accorgersi grazie a te di aspetti del vivere che da personali sono diventati politici. Penso alle donne sottratte alle mammane. Penso alle donne salvate da matrimoni prigioni. Penso al mondo omosessuale che solo da poco conoscono il diritto ai diritti civili e umani. Penso a Luca Coscioni e la Sla; penso alla condizione sciagurata di chi sperimenta le carceri; penso alla non violenza da non confondersi con il pacifismo ideologico. Penso, ancora, alla fame nel mondo.

Non la voglio fare troppo lunga, tanto, intelligente come sei, hai capito che voglio solo dirti che una parte di me avrà come presenza speciale sempre il tuo ricordo. Grazie Marco. Grazie grande uomo capace di non uccidere mai il fanciullo che era in te.

P.S. Ho incontrato Pannella a Londra nel 2011 in occasione della " Veglia per la verità" davanti alla sede della commissione che per la seconda volta doveva sentire l'ex premier Tony Blair. Abbiamo chiacchierato un po'. Era seduto su un gradino fuori di un edificio e sembrava un adolescente giocoso. Voglio ricordarlo così.



Sofferto " ristoro "


Il primo progetto per la realizzazione di un acquedotto  che trasportasse l’acqua dalla provincia reatina a Roma risale al sindaco Nathan. Era il 1908, ma la richiesta al Ministero dei Lavori Pubblici da parte del Comune di Roma venne avanzata nel 1913. Fu nel 1926 che si ottenne la concessione di sfruttamento delle acque reatine per 70 anni.

Il 1996, quindi, la concessione è scaduta. E’ da quella data che è iniziato un contenzioso attivato dalla Provincia per avere un indennizzo per lo sfruttamento delle sorgenti.  Da Cesare Giuliani a Giosuè Calabrese a Fabio Melilli a Giuseppe Rinaldi, presidenti succedutisi negli ultimi venti anni anni alla presidenza dell’Ente, hanno fatto quanto hanno potuto per ottenere il “ristoro“. E oggi finalmente il risultato è arrivato.

Non è stato facile ottenerlo e non riconoscere il merito della vittoria a chi ne è stato artefice sarebbe ingiusto. Oltre a quelli nominati sopra, un ruolo importante lo hanno avuto Zingaretti e Refrigeri, ma io non scorderei nemmeno Marrazzo. Ma ripercorriamo sinteticamente i fatti che hanno portato al risultato di oggi.

Nel 1998, Acea si è trasformata da azienda municipalizzata in società per azioni. Nello stesso periodo sono stati istituiti gli Ato, Ambiti Territoriali Ottimali, organi provinciali competenti della gestione della materia ambientale. Roma è diventata Ato2 e Rieti Ato3. Nel 2002, con la riforma del titolo V, è alla regione che viene attribuita la competenza a concedere lo sfruttamento dell’acqua.

Nel frattempo non arrivava alcuna richiesta di rinnovo della concessione. Ma è l’Ato3 che deve occuparsi della manutenzione ordinaria degli impianti. Naturalmente senza alcun vantaggio sul costo dell’acqua, più cara per i reatini di quella consumata a Roma. Non solo, la Regione, nel 2001, presidenza Storace, negherà la titolarità della provincia di Rieti sulle sorgenti, mentre stabiliva con una convenzione che Acea doveva stipulare accordi coi Comuni che ospitano le sorgenti.

Nel 2003 la Provincia presenterà ricorso al Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche che metterà in dubbio la regolarità della proroga concessa ad Acea dal Governo e dalla Regione di continuare a sfruttare la sorgente.

E’ nel 2006 che la situazione sembra sbloccarsi. La Regione Lazio, il Comune di Roma, il Presidente della Provincia di Roma e il Presidente della Provincia di Rieti sottoscrivono un accordo in cui  viene rinnovata la concessione ad Acea per altri 30 anni. In cambio l’Ato2 si impegna a versare 8 milioni di euro l’anno alla Provincia di Rieti e all’Ato3.  A questo vanno aggiunti 25 milioni di euro come risarcimento per lo sfruttamento della sorgente nel passato.

Due anni dopo l’accordo viene riaffermato, ma la provincia di Rieti continua a non ricevere nessuno dei risarcimenti promessi da Acea. Il comune di Roma, maggior azionista di Acea, non ha mai voluto ratificare quanto deliberato dalla regione Lazio, cumulando un debito di 8 milioni di euro con la Provincia di Rieti. Con la delibera regionale sul ristoro dell’acqua reatina il contenzioso, della cui portata la sintetica narrazione ha voluto dare conto, sembra finalmente chiuso.

Quali saranno i benefici? Lo chiedo all’Onorevole Melilli, sicuramente il principale artefice dell’operazione oggi conclusa. “ La tariffa al metro cubo dell'acqua è determinata da due fattori: il costo di gestione e gli investimenti su acquedotti, fognature, depurazione ecc. Se gli investimenti non sei costretto a pagarli tu la tariffa scende.  Visto il drammatico bisogno di investimenti nel sistema idrico ( l'ultimo finanziamento ottenuto dai nostri comuni fu l'accordo che feci con Zaratti nel 2008 che fece arrivare ai nostri comuni 27 milioni di euro) e vista la dimensione modesta del Nostro Ato che non consente risparmi di scala, avremmo avuto due scelte davanti: investimenti cospicui e conseguente tariffa molto alta oppure zero investimenti e tariffa decente”.

E la Società per azioni a totale capitale pubblico per la gestione del Servizio Idrico Integrato che ruolo avrà? “La società provinciale è stata costituita in attuazione della legge Galli che prevede un unico gestore per l'intero ciclo idrico. È il soggetto che gestisce tutto e fattura ai cittadini (come Acea a Roma). Finora non decollava per carenza di fondi. Oggi può partire. E, cosa rilevante, la convenzione prevede 36 milioni di "arretrati", 8 milioni per l'eternità ( finché esiste una concessione) e prevede che circa 30 comuni che oggi attingono al sistema Peschiera- Capore non paghino più l'acqua all'Acea al prezzo di mercato ma sostanzialmente al costo industriale, con un risparmio che secondo me può aggirarsi anche intorno ai due milioni di euro l'anno”.


venerdì 13 maggio 2016

Il giornalismo serve ancora?


In tanti mi fanno notare che ultimamente scrivo poco. E' vero, sto trascurando il blog e a parte le incursioni quotidiane sui social, Facebook e Twitter, non dedico troppo tempo a buttar giù pensieri e riflessioni su quello che offre il presente politico locale. E' vero, ripeto, ma avviene perchè la mia collocazione emotiva è borderline. La scrittura che nasce dalla passione civile più che da un vero e proprio mestiere, è preda di tutti gli effetti emozionali suscitati dalla realtà vissuta come cittadina. Quando la realtà è povera di stimoli e di interesse e quando quanto si scrive finisce contro il famoso muro di gomma, diventa accidiogena. Neologismo per dire che produce accidia, noia, quasi rassegnazione..

Se la realtà sotto osservazione, perpetua le sue pochezze, la sua inefficacia, la sua sterile autoreferenzialità tradotta in episodicità che nulla incide sulla qualità dell'esistenza collettiva, imponendo un esercizio critico che finisce per soffrire della medesima sterile autoreferenzialità, di scrivere passa la voglia. Ci si sente superflui, quando non complici di un gioco delle parti che serve solo a tenere in vita se stessi.  

Impegnarsi in quotidiane rampogne, talvolta vere cattiverie, rompere un po' le scatole facendo notare quello che non va, serve all'informazione o solo a influenzare negativamente l'opinione pubblica? La domanda se la faceva già don Milani. Oggi me la faccio nel mio piccolo anche io. E tra le tante citazioni, tra i tanti aforismi che hanno come oggetto il giornalismo, quella che mi convince di più è di Gilbert Keith Chesterton, scrittore e giornalista inglese della fine dell'ottocento. " Il giornalismo è popolare, ma lo è soprattutto come finzione. La vita è un mondo e la vita vista sui giornali è un altro".

Raccontare l'intervista fatta al giovane consigliere comunale del Pd Alessandro Fiorenza, fiducioso in un sistema nuovo, senza intermediazioni, che assegna alla cittadinanza attiva un ruolo più efficace di quello giocato dai partiti, sindacati, associazioni di categoria, ad esempio, è una cosa, la realtà dell'efficacia effettiva della democrazia dal basso di cui parla i libro che ne porta il titolo, " Democrazia dal Basso", è tutt'altra.

Faccio un esempio su tutti. La nota e disattesa questione della " Rieti-Torano". Come ormai stranoto esiste un " Comitato pro-Casette" nato per difendere gli interessi di un quartiere caratterizzato dall'orticoltura. Da anni questo campione locale del " citizen lobbyng", cittadini che si fanno "lobby", ovvero gruppi che agiscono nei processi decisionali, è impegnato a combattere le scelte fatte dalla Provincia in termini di tracciato finale di una strada che aspetta la sua realizzazione da quasi mezzo secolo.

A sostenere le ragioni di quella che possiamo definire sostenibilità infrastrutturale: si alla importante arteria stradale, no alla distruzione di un assetto ambientale, culturale e sociale, si sono aggiunti il comune di Cittaducale e la prima Consulta comunale di Rieti. Proprio l'ultimo incontro avuto in Comune dalla Consulta, impegnata su diversi temi:Lavori pubblici, urbanistica e Territorio, Viabilità e Mobilità, Decoro Urbano, lo scorso 11 Maggio, è la riprova dell'esistenza del gap, divario, tra narrazione giornalistica e realtà.

Il presidente della Provincia Giuseppe Rinaldi, per ragioni a me sconosciute, pertanto forse giustificabilissime, non ha partecipato all'incontro, pur essendo stato invitato. Niente da fare poi, con la promessa venuta dal sindaco Petrangeli e dall'assessore all'urbanistica Ludovisi sulla creazione di un tavolo per consentire un dialogo tra Comitato, Consulta e Regione fatta diverso tempo fa. Un chiaro di luna che era già palese al tempo dell'inaugurazione del tratto di completamento di Ville Grotti del 28 Gennaio, quando si chiese inutilmente di poter incontrare Zingaretti. Declinazione della maestà democratica. Ovvero della irraggiungibilità di chi appare distantissimo da chi lo ha messo al suo posto con un voto e non per successione dinastica.

E' a questo punto che, avendo scritto più e più volte, sulla questione "Rieti-Torano", senza sortire effetti, almeno evidenti, mi chiedo quanto sia utile quello che sto scrivendo. Forse può servire, certo, ricordare che dopo mesi e mesi dall'annuncio la palla è stata rimessa nelle mani della Regione. Meglio una flebile voce del silenzio, lo riconosco. Forse dire che c'è una promessa formale di Ludovisi sul tentativo, perchè questo è, di organizzare il famoso tavolo in una decina di giorni, può spingere a farlo. E magari servirà anche dire a Sel e al M5S, autori di interrogazioni regionali sulla vicenda, che è troppo facile buttare giù qualche foglietto da presentare a un'assemblea istituzionale se poi non segue niente.

Di, tagli di nastro, incontri, tavoli, convegni, comunicati e di bla, bla, bla, è pieno il rituale della democrazia svuotata dal suo senso: governo di popolo per il popolo. Uso sempre con cautela il termine popolo, non volendo caricarlo di significati ideologici. Per me il popolo non è un aggregato da considerare paternalisticamente, è, invece, insieme di cittadini consapevoli e responsabili delle scelte perchè esattamente informati. A questo serve il giornalismo. La domanda che mi vado facendo negli ultimi tempi è se non faccia parte esso stesso di uno stanco e inutile rituale.








giovedì 5 maggio 2016

Questione morale e uso politico delle indagini

Se avessi voglia di andare a ritrovare la quantità di articoli scritti negli ultimi venti anni dove evoco la famosa intervista di Scalfari a Berlinguer potrei dimostrare solo una cosa: la questione morale è cosa trita e ritrita e la famosa e stra citata intervista è un manifesto dell'impotenza. Qualche volta, spesso, dell'ipocrisia.

In Italia, per il partito o per sè, la politica ha sempre rubato e la corruzione, come il mancato rispetto delle regole, è qualcosa che riguarda il nostro tessuto connettivo storico-culturale.  Sulla corruzione politica romana sono stati scritti montagne di libri. Con ciò non dico che bisogna rassegnarsi o consolarsi. Dico solo che bisogna fare attenzione alle esplosioni provvisorie,  interessate ed effimere della " questione morale", perché da sempre lasciano il tempo che trovano.

Il moralismo etico, l'onestà senza macchie, periodicamente  invocata rumorosamente è l'altra faccia della facilità con cui si perpetua la disonestà.  Da questo deriva un assetto di paese vocato al truffaldinismo politico ( ma non solo)  statico e destinato a perpetuarsi con forme anche più numerose e talvolta mascherate dalla liceità. Dopo Tangentopoli la corruzione è aumentata, dice il dottor Davigo. Sembra sia vero. E forse è la conferma di quanto ho detto sopra. Forse, a cambiare le cose servono i processi. Ma non quelli giudiziari, servono quelli culturali che richiedono pazienza e vera volontà di cambiare le cose.

Facciamoci qualche domanda  terra terra su quello che succede nella pratica politica.  Quanto è lecito usare un'amministrazione pubblica per favorire chi è vicino politicamente a chi la governa? Quanto è facile rilevare la correttezza e il dolo nell'assegnazione di un incarico o di una consulenza? 

Mesi fa ha fatto scalpore la nomina nel Cda dell'azienda pubblica ASM di una persona molto vicina al sindaco Petrangeli che non appariva giustificata dalle competenze. La domanda è non tanto se un sindaco, o chiunque ricopra ruoli istituzionali, possa usare il criterio della fedeltà per selezionare le persone a cui affidare una funzione pubblica. Forse può. La vera questione è se prima della fedeltà debba venire il merito. E se prima del proprio interesse di politico e di esponente di partito  debba venire quello della collettività. E’ un problema culturale, prima che politico.

E quante volte un bando pubblico  è cucito addosso a qualcuno che, per ragioni anche ritenute utili all'amministrazione e vantaggiose per la collettività ( sembra il caso del sindaco di Lodi) si vuole far vincere?  E quanti concorsi premiano i più  capaci e meritevoli? E quante opere pubbliche sono realizzate nei giusti tempi e con la giusta spesa, preoccupati di fare buon uso delle risorse pubbliche?

Se si volesse davvero analizzare quanto è successo, anche in un solo ventennio, negli ottomila comuni d'Italia, lasciando perdere province e regioni, se ne vedrebbero delle belle. Nel senso che si vedrebbe un sistema malato. Forse fatto proprio per essere malato.

Anche questo è un problema culturale. Nelle democrazie sane le leggi servono a favorire funzionamenti fisiologici non patologici. Le patologie, sono l’eccezione da curare, non la prassi. E la cattiva prassi a lungo andare uccide le democrazie.

Nei prossimi mesi di "belle", per dire brutte, se ne vedranno di numerose.  Tra elezioni amministrative e referendum istituzionale, l’Italia apparirà un bollitore impazzito. La licenza di agire malamente se se ne dà qualche convenienza a qualcuno, facilmente si trasforma in esposizione al rischio giudiziario. In un modo o nell'altro l'errore, voluto o involontario, se si vuole trovare lo si trova.

E il Far West delle querele e delle informazioni di garanzia trasformate in giudizio di colpevolezza,  invece che di tutela,  al paese fa bene? Fanno bene i cappi sollevati quotidianamente dai presunti onesti di ogni collocazione ad una società sfinita da una crisi economica e lavorativa stagnante; da paure naturali e comprensibili, ma anche alimentate, dovute a fenomeni che appaiono senza efficace governo, come è quello immigratorio? 

Fanno bene le generalizzazioni e le individuazioni di categorie specifiche, i politici, quando non un partito, come responsabili unici, o quasi, di pratiche illecite, invece che rendere davvero partecipe l’opinione pubblica, informandola al meglio? A me non sembra. A me, invece, preoccupa molto questa stagione urlata e conflittuale. E molto mi preoccupa l'uso politico delle indagini che da decenni sostituisce  la sana competizione politica . Che è, dovrebbe essere, competizione d'idee e di programmi.

Questa mattina ho letto un post di Facebook che dice così "Simone Petrangeli, sindaco di Rieti, è indagato per concorso in falso e turbativa d'asta". A pubblicarlo è una parte politica avversa al sindaco. La cosa davvero brutta è che se a trovarsi nella condizione di Petrangeli fosse il suo avversario, c'è da giurare che oggi lui o la sua parte politica farebbe altrettanto.

Fermatevi. Qualcuno fermi il frullatore che sta frantumando la nostra democrazia. Non c'è paese che non viva le sue difficoltà, anche il suo malaffare. Il nostro  ha bisogno di credere nella possibilità e volontà  di diventare migliore. Generare quotidiani sconforti, genera solo disastri per tutti.