E’ sempre più penoso, quando si va all’estero, dichiarare la propria nazionalità. Ormai, dopo le tante vicende prodotte dalla vita del Presidente del Consiglio, è diffusa e comune esperienza di chiunque viaggi, particolarmente in Europa, di sentirsi collocato all’interno di confini socio-culturali incomprensibili. A stupire non sono le notizie sul libertinismo trimalcionesco del premier, ma l’accidia con cui l’Italia le accoglie. Non è facile spiegarla. Non si può spiegare agli altri quello che non spieghi prima a te stesso.
A Londra per una decina di giorni, non c’è stato giorno che non portasse la sua piccola frustrazione al mio sentimento civile. Dovunque, in piena faccenda Ruby, ho incontrato uno sguardo o parole di esplicita curiosità su quanto succede alla nostra democrazia. Particolarmente incuriosisce la condizione femminile. Ormai si ha quasi l’impressione che tutte le italiane siano disposte opportunisticamente a tutto. Laddove la natura e l’anagrafe lo consenta, sembra che nessuna donna sarebbe refrattaria a praticare un mestiere un tempo indicibile. Oggi elegantemente pronunciato col termine “escort”.
Sembra proprio che il noto familismo “ amorale”italico stia conoscendo una declinazione di moderna immoralità prodotta dall’ambizione. Il pregiudizio è una pianta a crescita veloce e non puoi passare il tempo a spiegare che l’Itala non è come appare. A dire che nei momenti in cui prevale il rumore la cosa più importante è esercitare la capacità di distinguere tra quello che emerge e quello che vive nei toni più bassi. Ma che c’è ed è solido. A convincere che le donne non disponibili ai compromessi sono la maggioranza e che l’unico problema è la loro marginalizzazione da parte di un sistema paese, di una politica soprattutto, ancora incapace di trarne vantaggio puntando al meglio e non all’addomesticamento.
Che tantissime ragazze, anche se non sono invitate da Signorini in televisione come Ruby; anche se la loro normalità non ha presa mediatica, vanno fiere della propria autonomia. Che anche se non vivono sognando la borsa Vuitton, orologi con diamanti o altre mirabilie del “successo”, tantissime nostre giovani rappresentano una realtà di grande valore. Ne ho incontrate alcune ad una cena tra connazionali. Giovani meno che trentenni che lavorano a Londra, entrate in rapporto grazie a Twitter e passione da food blogger. Davanti ad una pizza di discreta qualità, la nostalgia dell’Italia, della famiglia, gli amici, si mescolava con un sentimento di rifiuto a tornare in una patria che ha ricondotto le donne in una condizione di impensabile minorità.
Minorità lavorativa e minorità esistenziale. E quantunque ferisca di sentirsi chiedere da amici e colleghi““ How is being Italian?”- come è essere italiana- strana domanda, ma coerente con una rappresentazione che ormai si ha della nostra antropologia nazionale, non si può pensare di tornare.
Nonostante si avverta una punta di razzismo quando, lamentandosi di qualcosa, ci si sente dire con sarcasmo “ You can always come back to Italy, can’t You?”- puoi sempre tornare in Italia, no? Sai che non puoi farlo. Te lo dicono i tuoi stessi genitori che “ non è aria”. Che i miasmi di crisi che arrivano all’estero sono solo una parte di quelli che si respirano vivendoci.
Fuori dell’Italia non c’è il paradiso. C’è spesso la fatica, il doversela cavare da sole, dalle piccole alle grandi cose, ma almeno c’è una cosa che non si perde: la dignità. La dignità di essere giovani che non accettano di stare al gioco della rassegnazione e della sottomissione all’insulto della propria vicenda umana e di genere. Ed è proprio l’orgoglio della sottrazione ad un destino nazionale assegnato alle donne dal presente che dà la forza di andare avanti. Di non tornare indietro.
E’ stato di grande conforto sentire giovani donne esporre le ragioni che le hanno condotte a lasciare il proprio paese. Non il bisogno, quello che spingeva gli italiani ad emigrare verso paesi più ricchi, ma il rifiuto di un sistema che di democrazia moderna ha davvero poco. Si va via per dare alla propria vita una pienezza civile ed umana che un contratto di lavoro precario e a nero non ti dà. Si va via perché non ci si rassegna a sentirsi figlia di un dio minore a causa del genere. Si va via perché non si vuole barattare la libertà con la condizione comoda di “ bambocciona”. Si va via perché non è dignitoso dover bussare a qualche porta per farcela come surrogato del merito.
Questo dovrebbe tenere a mente il consigliere Imperatori, quando critica il Pd che raccoglie le firme per chiedere le dimissioni di Berlusconi. Questo deve tenere altrettanto in mente il Pd quando si presenterà come alternativa al pasticciaccio brutto dell’attuale maggioranza.
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