giovedì 17 marzo 2011

Auguri Italia. Sì, ne è valsa la pena.

L’Italia ne ha viste davvero tante da quando i rappresentanti delle diverse province di una nazione allo stato nascente si riunirono in assemblea nel palazzo Carignano di Torino. Era il 17 marzo del 1861 e all’appuntamento con l’unificazione c’erano personaggi come Giuseppe Verdi.

A fare il miracolo erano state le idee, la politica il coraggio. Mazzini, Gioberti, D’Azeglio, Cattaneo, padri del variegato pensiero risorgimentale, insieme al coraggio di personalità generose come Garibaldi ed al genio politico di Cavour  riuscirono a comporre in entità nazionale  un mosaico di governi srotolati in modo sghembo sullo Stivale. “Un’espressione  geografica”, la definiva Metternich. “ Un paese di morti”, secondo Lamartine.

 Una babele di dialetti e di dinastie, anche straniere, che facevano del nostro paese un aggregato sociale e politico arretrato ed incapace di competere con le altre nazioni europee.  Non fu impresa facile, anzi, costò lacrime e sangue. Allo storico Gaetano Salvemini dobbiamo la contabilità dei caduti di parte piemontese e garibaldina.  Custoza ( 1848) 270. Curtatone: 166. Novara ( 1849) 578. Cernaia ( Crimea) 14. S.Martino(1859)761. Varese:22. Calatafimi: (1860) 30.  Volturno 506. Castefidardo:61. Bezzecca:121. Custoza( 1866) 736. Lissa: 620. Mentana 150.

Ne è valsa la pena? Per rispondere basta risalire alla condizione preunitaria delle classi  sociali, oppresse dall’ingiustizia sociale, dalla diseguaglianza, dall’analfabetismo ( dall’86% al 90%), dalla miseria e dalla mancanza di libertà, da un carico fiscale tutto a carico della povera gente. Il Meridione aveva la condizione peggiore, con l’endemico fenomeno del brigantaggio e della camorra, di cui i Borboni facevano ampio uso. E mentre il mercato europeo aveva da tempo abbandonato il protezionismo, da noi l’industria campava grazie alle commesse pubbliche.

Al centro e al Nord non andava meglio. La rivoluzione risorgimentale, nonostante il pensiero corrente, becero, di una parte politica, la Lega ( paradossalmente responsabile della provocazione di un nuovo sentimento patriottico), ha giovato a tutti, compresi i territori dove oggi corre la parola d’ordine del “ non” festeggiare.  Sì, ne è valsa la pena. La storia non si fa con i se, lo si sa, ma, nonostante il cammino difficile verso la modernizzazione, nonostante non si possa sempre parlare di “ magnifiche sorti e progressive”(Leopardi), nonostante “ l’Italietta” giolittina, il Fascismo, le disfunzioni politiche del passato e del presente, nonostante il permanere di problemi di arretratezza di parti consistenti del Paese, della scarsa coesione nazionale, di tante incomprensioni tra nord e sud, siamo diventati una grande potenza.

Una nazione ricca  e potenzialmente nelle condizioni di competere con il mercato mondiale. Cosa che difficilmente sarebbe potuto accadere se 150 anni fa non fosse avvenuto il miracolo dell’unità. Come ha detto il Presidente Napolitano, divisi in otto staterelli saremmo “ stati spazzati via dalla storia” . E’ con questo pensiero che festeggio l’Italia. Senza retorica.

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