La lunga ed estenuante vicenda della gestione del ciclo dei rifiuti solidi urbani è questione su cui ammattisco da tempo, perché parlando con i diversi protagonisti assisto ogni volta ad un pirandelliano gioco delle parti dove il colpevole è sempre altrove. Per provare a capirci qualcosa di più ho preso al volo la recente uscita dal Pd dell’ex vicepresidente della Provincia Roberto Giocondi. Perdita di rilievo, per inciso, del Partito democratico, visto che è uno dei pochi di cui si possono elencare le cose fatte. Uno che del tema rifiuti si è occupato a lungo.
L’architetto Giocondi ha gentilmente accettato di ripercorrere tutti i segmenti progettuali dell’ultimo decennio per rendere il territorio autosufficiente rispetto allo smaltimento dei suoi rifiuti ed i perniciosi impedimenti venuti dalla Asm, Spa semipubblica di Rieti. Con passione, nel senso pieno del termine compresa la sofferenza, ha ricordato il fallimento della realizzazione a Contigliano, nel 2000, di un Centro di selezione, grazie alla Asm, da lunghissimo tempo guidata da Luigi Gerbino, sostenuto nel boicottaggio da Storace, allora presidente della Regione.
Con rammarico ha ammesso la sconfitta, da amministratore, da parte di una azienda che, pur avendo “una flotta imponente di mezzi e uomini“, ha prodotto solo guadagni economici, mentre niente ha fatto “sul terreno della raccolta e dello smaltimento”. Che, anzi, impedendo qualsivoglia intervento a favore dell’autosufficienza dello smaltimento, ha regalato ai reatini la Tarsu più alta d’Italia. Non è servito, dice amaramente Giocondi, vincere ricorsi al Tar, né ottenere ragione dal Consiglio di Stato.
Grazie a Storace, l’Asm ottenne il trasferimento a Casapenta dell’impianto di selezione che non sarà mai realizzato. In compenso, si fece una società: “Rieti Ambiente”, con la Sao, Spa di Orvieto, che scomparve ingoiata dalle tenebre del nulla. Giocondi ha un miliardo di ragioni sulla Asm, una delle tante società miste sospese tra lo status di strumento privatistico e quello pubblicistico. Un’azienda a capitale pubblico di maggioranza comunale, guidata da un decennio dal medesimo presidente, Luigi Gerbino, di nomina politica, ma più attento agli obiettivi economici che alla “tutela degli interessi collettivi”.
Guadagni che la componente pubblica non utilizza a favore delle politiche ambientali, visto le due lire date all’assessorato dell’ambiente (ndr). Tutto vero, ma dovendo fare l’avvocato del bene pubblico non posso non ricordargli gli errori della Provincia: il ritardo del piano dei rifiuti e l’uso a pioggia dei 6 milioni erogati da Marrazzo per la raccolta differenziata, dispersi in materiale inutilizzato e attrezzature, mezzi e personale distribuiti a comuni che ne hanno fatto tutt’altro uso. Uno spreco inaccettabile che ha aumentato l’impasse.
Come rischia di finire nell’impasse l’intero Piano, fatto per garantire al territorio la non più rinviabile autosufficienza ( possiamo conferire la nostra spazzatura a Viterbo solo fino al 2015), grazie alla realizzazione di quattro eco centri comprensoriali e di tre impianti per lo smaltimento: di compostaggio, a Cittaducale; di valorizzazione a Contigliano; di selezione a Casapenta.
Un piano complesso, come lo è in generale il ciclo dei rifiuti, avvelenato da interessi economici non sempre limpidi, da resistenze sociali a qualsivoglia soluzione in nome del principio “Nimby”, non nel mio giardino, alla inerzia dei sindaci. Per evitarlo è nata la proposta di una società pubblica provinciale che avrebbe la funzione di governance territoriale del processo dei rifiuti. Naturalmente ci sono favorevoli e contrari, per ragioni accettabili ed altre pretestuose. Giocondi non è contrario, ma pone una questione di buon senso.
L’idea di per sé è buona, a patto che non finisca nel solito carrozzone”. Di buon senso sono anche le obiezioni fatte attraverso questo giornale al Comune, responsabile di atteggiamenti troppo compiacenti o passivi verso la Asm e la Regione. Meno condivisibili sono, a mio vedere, le critiche rivolte all’assessore Boncompagni, al quale va riconosciuto di aver attivato con fatica e con povertà di mezzi la raccolta porta a porta a Rieti.
Anche se parziale, con le inevitabili difficoltà che il sistema comporta per chiunque ed al di là della questione legata al rapporto tra demografia e risorse assegnate, il mancato contributo, dovuto e assicurato da tempo al Comune di Rieti, va dato. Se non lo si fa si da’ solo una mano a chi ha tutto l’interesse a far fallire il progetto della differenziata a Rieti ed a mantenere inalterato lo status quo.
L’architetto Giocondi ha gentilmente accettato di ripercorrere tutti i segmenti progettuali dell’ultimo decennio per rendere il territorio autosufficiente rispetto allo smaltimento dei suoi rifiuti ed i perniciosi impedimenti venuti dalla Asm, Spa semipubblica di Rieti. Con passione, nel senso pieno del termine compresa la sofferenza, ha ricordato il fallimento della realizzazione a Contigliano, nel 2000, di un Centro di selezione, grazie alla Asm, da lunghissimo tempo guidata da Luigi Gerbino, sostenuto nel boicottaggio da Storace, allora presidente della Regione.
Con rammarico ha ammesso la sconfitta, da amministratore, da parte di una azienda che, pur avendo “una flotta imponente di mezzi e uomini“, ha prodotto solo guadagni economici, mentre niente ha fatto “sul terreno della raccolta e dello smaltimento”. Che, anzi, impedendo qualsivoglia intervento a favore dell’autosufficienza dello smaltimento, ha regalato ai reatini la Tarsu più alta d’Italia. Non è servito, dice amaramente Giocondi, vincere ricorsi al Tar, né ottenere ragione dal Consiglio di Stato.
Grazie a Storace, l’Asm ottenne il trasferimento a Casapenta dell’impianto di selezione che non sarà mai realizzato. In compenso, si fece una società: “Rieti Ambiente”, con la Sao, Spa di Orvieto, che scomparve ingoiata dalle tenebre del nulla. Giocondi ha un miliardo di ragioni sulla Asm, una delle tante società miste sospese tra lo status di strumento privatistico e quello pubblicistico. Un’azienda a capitale pubblico di maggioranza comunale, guidata da un decennio dal medesimo presidente, Luigi Gerbino, di nomina politica, ma più attento agli obiettivi economici che alla “tutela degli interessi collettivi”.
Guadagni che la componente pubblica non utilizza a favore delle politiche ambientali, visto le due lire date all’assessorato dell’ambiente (ndr). Tutto vero, ma dovendo fare l’avvocato del bene pubblico non posso non ricordargli gli errori della Provincia: il ritardo del piano dei rifiuti e l’uso a pioggia dei 6 milioni erogati da Marrazzo per la raccolta differenziata, dispersi in materiale inutilizzato e attrezzature, mezzi e personale distribuiti a comuni che ne hanno fatto tutt’altro uso. Uno spreco inaccettabile che ha aumentato l’impasse.
Come rischia di finire nell’impasse l’intero Piano, fatto per garantire al territorio la non più rinviabile autosufficienza ( possiamo conferire la nostra spazzatura a Viterbo solo fino al 2015), grazie alla realizzazione di quattro eco centri comprensoriali e di tre impianti per lo smaltimento: di compostaggio, a Cittaducale; di valorizzazione a Contigliano; di selezione a Casapenta.
Un piano complesso, come lo è in generale il ciclo dei rifiuti, avvelenato da interessi economici non sempre limpidi, da resistenze sociali a qualsivoglia soluzione in nome del principio “Nimby”, non nel mio giardino, alla inerzia dei sindaci. Per evitarlo è nata la proposta di una società pubblica provinciale che avrebbe la funzione di governance territoriale del processo dei rifiuti. Naturalmente ci sono favorevoli e contrari, per ragioni accettabili ed altre pretestuose. Giocondi non è contrario, ma pone una questione di buon senso.
L’idea di per sé è buona, a patto che non finisca nel solito carrozzone”. Di buon senso sono anche le obiezioni fatte attraverso questo giornale al Comune, responsabile di atteggiamenti troppo compiacenti o passivi verso la Asm e la Regione. Meno condivisibili sono, a mio vedere, le critiche rivolte all’assessore Boncompagni, al quale va riconosciuto di aver attivato con fatica e con povertà di mezzi la raccolta porta a porta a Rieti.
Anche se parziale, con le inevitabili difficoltà che il sistema comporta per chiunque ed al di là della questione legata al rapporto tra demografia e risorse assegnate, il mancato contributo, dovuto e assicurato da tempo al Comune di Rieti, va dato. Se non lo si fa si da’ solo una mano a chi ha tutto l’interesse a far fallire il progetto della differenziata a Rieti ed a mantenere inalterato lo status quo.
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