Il fondatore del Censis, Giuseppe De Rita, con il 44° Rapporto sullo stato socioeconomico italiano ci ha fotografato con la solita amara nitidezza: siamo un popolo ammalato di individualismo e con scarso spessore. L’unica energia che riusciamo a trovare è al servizio di un narcisismo che non varca altra soglia che non sia la soddisfazione delle pulsioni più immediate (anche le peggiori), mentre si dà scarso valore alla relazione con l’altro.
In una società del genere non c’è possibilità di crescita, ma solo regressione, culturale, emotiva, economica, politica, lavorativa, produttiva, istituzionale, democratica, mentre cresce il sentimento di insicurezza. Un sentimento d’insicurezza che si manifesta con paure che in realtà ne mascherano altre molto più profonde. Si crede di aver paura del passaggio di nomadi, fermi per qualche giorno nel nostro territorio, ad esempio, mentre a preoccupare è quello che ricacciamo nell’inconscio, non volendo fare lo sforzo di capire ciò che veramente deve fare paura e che ci manca.
Per capire dovremmo fare lo sforzo di pensare a cosa desideriamo. E solo dopo nascerebbe il vigore che ci manca. Perché è il desiderio che muove l’energia degli individui e delle società, come sta accadendo oggi per le popolazioni nordafricane e mediorientali. La sua assenza, invece, produce ignavia e rassegnazione, rendendoci vittime e responsabili ad un tempo di una condizione civile ed umana “povera di spessore”. Uno spessore ridotto a niente dalla scomparsa del merito, fattore di qualità nelle società aperte, produttive, capaci di pensiero critico e di pedagogia verso le giovani generazioni.
Merito inteso come giusta ricompensa ricevuta o data in base all’impegno, alle capacità, alla qualità delle prestazioni richieste per una certa funzione. Merito che ci siamo rassegnati a non pretendere anche per coloro che ci amministrano e ci governano. Non a caso chiamati “onorevoli”. Onorevole vuol dire degno di rispetto, di stima, in quanto giudicato di valore. Ma il giudizio comporta la fatica di conoscere, di valutare,di distinguere ciò che è buono da ciò che non lo è, mentre da noi regna la confusione. Pensiamo ad un presidente del Consiglio che si fa processare in contumacia, producendo una grave ferita alla sostanza democratica e costituzionale del nostro paese cosa che al massimo produce reazioni da tifoseria tra antiberlusconiani e berlusconiani.
Consideriamo lo smantellamento del nostro sistema sanitario regionale, al quale reagiamo con qualche protesta individualistica, restando, tuttavia, collettivamente inerti, anche se ci dicono che nel frattempo la Regione, la cui commissione sulla sanità sembra del tutto superflua, inattiva e costosa ( chi vuole può leggersi in proposito quello che dice Rocco Berardo, consigliere regionale), continua con gli enormi sprechi, inefficienze insensate e pericolose sanatorie di accredito delle strutture private.
Con la sostanziale correità, bisogna tristemente dirlo, con molta parte dell’opposizione. Nonostante quello che dice Perilli, oggi consigliere e ieri assessore, richiamando l’attenzione sullo scenario pauroso degli ospedali romani, da lazzaretto, descritto nella puntata di domenica scorsa di “ Presa diretta”. Né sembra creare particolare preoccupazione un Presidente del Consiglio che sbeffeggia la scuola pubblica alla stessa maniera con cui ha sbeffeggiato la giustizia.
Se i giudici sono casi psichiatrici, gli insegnanti “non sono in grado di insegnare”, visto che “ inculcano” idee malsane nei propri allievi. Né il paese sembra preoccupato dei limiti che questo governo vuole porre alla nostra libertà di cura, né delle ridicole proposte per limitare la libera informazione della Rai. Ha ragione De Rita, se vogliamo avere un futuro più dignitoso dobbiamo riprendere a desiderarlo.
In una società del genere non c’è possibilità di crescita, ma solo regressione, culturale, emotiva, economica, politica, lavorativa, produttiva, istituzionale, democratica, mentre cresce il sentimento di insicurezza. Un sentimento d’insicurezza che si manifesta con paure che in realtà ne mascherano altre molto più profonde. Si crede di aver paura del passaggio di nomadi, fermi per qualche giorno nel nostro territorio, ad esempio, mentre a preoccupare è quello che ricacciamo nell’inconscio, non volendo fare lo sforzo di capire ciò che veramente deve fare paura e che ci manca.
Per capire dovremmo fare lo sforzo di pensare a cosa desideriamo. E solo dopo nascerebbe il vigore che ci manca. Perché è il desiderio che muove l’energia degli individui e delle società, come sta accadendo oggi per le popolazioni nordafricane e mediorientali. La sua assenza, invece, produce ignavia e rassegnazione, rendendoci vittime e responsabili ad un tempo di una condizione civile ed umana “povera di spessore”. Uno spessore ridotto a niente dalla scomparsa del merito, fattore di qualità nelle società aperte, produttive, capaci di pensiero critico e di pedagogia verso le giovani generazioni.
Merito inteso come giusta ricompensa ricevuta o data in base all’impegno, alle capacità, alla qualità delle prestazioni richieste per una certa funzione. Merito che ci siamo rassegnati a non pretendere anche per coloro che ci amministrano e ci governano. Non a caso chiamati “onorevoli”. Onorevole vuol dire degno di rispetto, di stima, in quanto giudicato di valore. Ma il giudizio comporta la fatica di conoscere, di valutare,di distinguere ciò che è buono da ciò che non lo è, mentre da noi regna la confusione. Pensiamo ad un presidente del Consiglio che si fa processare in contumacia, producendo una grave ferita alla sostanza democratica e costituzionale del nostro paese cosa che al massimo produce reazioni da tifoseria tra antiberlusconiani e berlusconiani.
Consideriamo lo smantellamento del nostro sistema sanitario regionale, al quale reagiamo con qualche protesta individualistica, restando, tuttavia, collettivamente inerti, anche se ci dicono che nel frattempo la Regione, la cui commissione sulla sanità sembra del tutto superflua, inattiva e costosa ( chi vuole può leggersi in proposito quello che dice Rocco Berardo, consigliere regionale), continua con gli enormi sprechi, inefficienze insensate e pericolose sanatorie di accredito delle strutture private.
Con la sostanziale correità, bisogna tristemente dirlo, con molta parte dell’opposizione. Nonostante quello che dice Perilli, oggi consigliere e ieri assessore, richiamando l’attenzione sullo scenario pauroso degli ospedali romani, da lazzaretto, descritto nella puntata di domenica scorsa di “ Presa diretta”. Né sembra creare particolare preoccupazione un Presidente del Consiglio che sbeffeggia la scuola pubblica alla stessa maniera con cui ha sbeffeggiato la giustizia.
Se i giudici sono casi psichiatrici, gli insegnanti “non sono in grado di insegnare”, visto che “ inculcano” idee malsane nei propri allievi. Né il paese sembra preoccupato dei limiti che questo governo vuole porre alla nostra libertà di cura, né delle ridicole proposte per limitare la libera informazione della Rai. Ha ragione De Rita, se vogliamo avere un futuro più dignitoso dobbiamo riprendere a desiderarlo.
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