martedì 5 aprile 2011

L’Aquila due anni dopo

Rieti tremò a lungo mentre uno dei centri storici più importanti d’Italia veniva travolto, due anni fa, da un sisma che oggi molti ricordano solo per le polemiche che ne sono seguite. C’è chi ogni giorno però, misura il passare del tempo col metro dello struggimento per un figlio che non c’è più.  Sono Rosa e Roberto, genitori di Luca Lunari, studente fuori sede, morto a venti anni sotto le macerie di una Casa dello Studente che ha prodotto vittime per incuria umana, più che per la violenza della natura. Il dolore ha mille declinazioni diverse, anche quando l’intensità è la medesima. Rosa non ha mai smesso di regalare un sorriso a chi le è di fronte e solo chi sa vi scorge l’ombra del vuoto, buio come la notte che le ha strappato un figlio di venti anni.  «È un fatto di carattere», dice lei. Roberto, invece, non ce la fa proprio a guardarti senza tenere alto il muro di difesa eretto tra la sua disperazione ed il mondo. Soprattutto se sei una giornalista che la moglie ha accettato d’incontrare per parlare della tragedia che il 6 Aprile di due anni fa, colpì la sua famiglia e quella di altre due vittime reatine del terremoto: Valentina Orlandi, 23 anni, e di Michela Rossi, giovane ingegnere che di anni ne aveva 36.  Non si fida, Roberto, di chi vuole parlare di suo figlio, giovane studente universitario e padre di una bambina. Non vuole che si frughi nell’intimità di una vicenda umana con l’intento, forse, di trasformarla in giornalistica cronaca del dolore. A lui ora preme solo che si faccia giustizia, solo quello. Perché come si fa a raccontare con le giuste parole di un ramo nuovo troncato mentre è proprio nel momento della gemmazione? Come può farlo un estraneo, quando tu stesso fai fatica ad esprimerlo, ad accettarlo, a trovare una ragione per rassegnarti.  E come puoi rassegnarti quando nel ripercorrere il tempo che ti separa dalla maledetta notte incontri le inefficienze, le omissioni, il disinteresse, la superficialità di chi avrebbe dovuto assicurare a tuo figlio la tutela ed invece ne ha segnato la morte? Come puoi non ribollire di sordo risentimento quando ormai conosci tutta intera la storia dell’edificio crollato su 14 studenti, uccidendone 8? Era un magazzino, in origine. Poi, nel passaggio delle diverse proprietà e destinazioni, nessuno lo ha dotato dei rinforzi necessari a sostenere il carico che veniva aggiunto per le diverse destinazioni d’uso.  «Gli studenti hanno visto che qualcosa non andava, lo hanno denunciato, ma nessuno ha dato loro ascolto». Dice Roberto. È la verità, come è vero che chi avrebbe dovuto fare le perizie per verificare la stabilità di un edificio che ospitava studenti ha solo addomesticato le loro paure, facendoli restare tranquilli anche dopo i segnali inviati dalla natura.  La natura ha avuto solo la colpa di seguire il suo corso, le responsabilità sono tutte umane. Responsabilità che pesano sulle vittime come le macerie che le hanno prodotte. Il padre di Luca non se ne fa una ragione, come non accetta che si dia più attenzione alla ricostruzione che alle tante vite spezzate. «C’è stata più sollecitudine per le statue che per le persone che hanno perso la vita», aggiunge, con un’espressione incerta tra rabbia e dolore, perché un bene culturale, una cosa di pietra, non potrà mai equipararsi a quello che rappresenta tuo figlio.  Rosa lo guarda in silenzio mentre il marito fa con fatica l’elenco delle manchevolezze che si sono aggiunte alla tragedia che li ha colpiti. Una per tutte è quella di un timbro postale messo sulla bella lettera inviata dall’Università degli Studi dell’Aquila che avvisava di un concerto commemorativo che si sarebbe tenuto il 6 Aprile dell’anno successivo alla tragedia. Una commemorazione avvenuta senza la possibilità di parteciparvi, giacché il timbro postale è dello stesso 6 Aprile. Una prova della spedizione tardiva.  Sciatteria? Indifferenza? La stessa che ha macchiato tanti protagonisti delle istituzioni, disattente verso le famiglie ferite dalle manchevolezze pubbliche. Da troppe promesse mancate. Luca era un giovane padre, «chi si è preoccupato e si preoccupa della giovane compagna lasciata con la sua bambina? Nessuno. Nemmeno i soldi della borsa di studio che aveva vinto gli hanno dato. E che fine ha fatto la solidarietà che tanto si è attivata dopo la tragedia? Tanti hanno assicurato che ci sarebbero stati vicini, ma poi non c’è stato nessuno».  Ora c’è solo l’attesa che la giustizia faccia il suo corso. Che le responsabilità vengano verificate e che chi ha sbagliato sia chiamato a rispondere. È la solita fotografia di questo paese. Una fotografia tragica a cui rischiamo di abituarci. È per questo che bisogna ricordare. Per non cadere nell’accidia del fatalismo e per non lasciare nella solitudine chi vive contando il tempo di cui la giustizia ha bisogno per fare la sua parte. L’unica in grado di dare un po’ di sollievo.
 

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