lunedì 17 febbraio 2014

Andrea Cecilia: un assessore corretto

Se vogliamo, la vera notizia è che un dirigente dell'ufficio tecnico urbanistico lavori in piena autonomia e con attenta vigilanza sull'attività urbanistica comunale, nonostante l'assessore di riferimento ne possa essere in qualche modo danneggiato. Più ancora, è fatto non proprio ordinario che l'assessore non faccia nulla per tentare lo sviamento.

Nella vicenda di Largo S.Giorgio, opera di recupero di uno spazio abbandonato all'usura del tempo per farne un luogo culturale a disposizione della città, è accaduto esattamente questo. Ad essere stati sequestrati, dopo l'ordinanza emessa dalla Procura sono state due soltanto delle tre “ Officine” realizzate dalla Fondazione Varrone. Come mai?

Semplice, perchè la prima, quella adibita ad auditorium, è stata già dichiarata inagibile dall'ufficio tecnico comunale dallo scorso anno. E se i due edifici restanti sono stati chiusi per ordinanza della Procura è soltanto perchè le procedure amministrative sono ben più lunghe di quelle che deve percorrere il tribunale ( che non rischia il ricorso al Tar, ad esempio), altrimenti, forse, lo avrebbe fatto il Comune stesso. Da quanto mi risulta, l'ufficio tecnico urbanistico ha richiesto relazioni sui lavori alla Fondazione Varrone, ancora attese.

Non entrando nelle ragioni per cui non è stata percorsa la procedura corretta per l'opera donata dalla Fondazione alla città ( qualcuno dice che non si tratta di donazione ma di atto dovuto per statuto, ma è altra questione), è innegabile che, se da progettista e direttore dei lavori si può dire che Andrea Cecilia, ormai ex assessore all'Urbanistica, forse ha compiuto un errore ( ma sta alla Procura verificarlo e dirlo), da assessore non gli si può attribuire alcuna scorrettezza.

E la destra, che oggi sta usando l'ordinanza come una clava con cui colpire Cecilia, la Fondazione Varrone, la maggioranza tutta, mostra una impudenza inaccettabile alla luce dei pasticci compiuti nei venti anni di gestione comunale.

Pur avendo mosso critiche, anche forti, verso questa maggioranza, è difficile non fare confronti con quelli di ieri e sui tanti pesi giudiziari a carico della dirigenza del settore urbanistico governato dalla destra. Per questo, pur non condividendo alcune rigidità, forse anche ideologiche, alcune scelte e, soprattutto, la poca “ condivisione” delle stesse con i tanti stakeholders dell'urbanistica e dell'edilizia cittadina che tante volte hanno sollecitato coinvolgimenti, è difficile non riconoscere che, accanto ad errori, va apprezzato lo sforzo di ricondurre l'attività amministrativa alla massima regolarità.

Cecilia, diventato assessore, si è dimesso immediatamente da ogni attività che avrebbe significato conflitto d'interessi. E, ripeto, nulla ha mai fatto per ammorbidire o sviare la cura del dirigente, Maurizio Silvetti, nel verificare la correttezza dei lavori che lo coinvolgevano come progettista.

Quando si conobbe la giunta assemblata dal neo sindaco Petrangeli, scrissi che l'unico neo era rappresentato dall'assessore all'Urbanistica, in odore, forse, di qualche conflitto d'interesse. La fine era già scritta. Chiamare un tecnico a ricoprire un compito tanto delicato è sempre un rischio. Farlo con un tecnico così impegnato nei lavori pubblici e privati della città ha prestato il fianco a quanto sta accadendo oggi.

Da una intervista fatta al presidente dell'Ordine degli ingegneri di Rieti, di alcuni mesi fa, emerse chiaramente come da noi sia stato sempre facile sbagliare l'iter procedurale a causa di una organizzazione “ a dir poco approssimativa” del settore urbanistico che metteva chiunque a rischio di sequestro di cantieri avviati o di opere finite. Non so se questo sia il caso, ma va da sé che l'approssimazione delle regole espone sempre al rischio di errori e atti giudiziari.

Oggi la maggioranza comunale è indebolita. Molto si deve alla maggioranza stessa, ma moltissimo alla difficoltà incontrate nel rimettere a regime di regolarità un sistema comunale che ha prodotto debiti e disorganizzazione complessiva della macchina amministrativa.

La damnatio memoriae, la cancellazione della memoria, era una pratica del diritto romano antico riservata ai nemici di Roma. Cancellarne la memoria serviva a non lasciare ai posteri alcuna traccia del loro passaggio nella vita pubblica. Ai reatini conviene, invece, tenere bene presente che molto di quanto accade oggi dipende da quanto combinato da quelli che ora strepitano, dimentichi, sembra, delle responsabilità personali o indirette di ieri.



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