giovedì 29 novembre 2012

Urbanistica " cartina di tornasole"


Ha straragione Andrea Cecilia, ingegnere e assessore della nuova maggioranza comunale, quando dice che l'urbanistica non è solo edilizia. Ricordarlo serve e come in un paese come l'Italia ed in un territorio come quello reatino, dove da decenni si sacrifica l'ambiente alle esigenze del mercato delle costruzioni, considerando il saccheggio di suolo la colonna portante, quasi unica, di quello economico. Un sacrificio senza sacralità e senza altra prospettiva che l'accumulo forsennato di guadagni e di cubature ormai in esubero rispetto ai bisogni demografici.

Ha ragione l'assessore Cecilia a sostenere una urbanistica pensata come recupero del tessuto urbano ed è sacrosanto che un amministratore si preoccupi del futuro di una città abbandonata da troppo tempo all'ingordigia di un Moloch senza prospettive e qualità, come è il settore edilizio. Un Moloch sempre in marcia e senza indirizzo, avendo ai suoi comandi la politica.

Il paesaggio rappresenta una cartina di tornasole, un test per intendere come il cittadino vive se stesso in rapporto all´ambiente e alla comunità che lo circondano”,dice Salvatore Settis, archeologo, storico dell'arte e giurista, in una intervista. Che rapporto ha il reatino con il suo ambiente? Da troppo tempo di puro opportunismo . Ogni spazio è vissuto come vuoto da riempire, invece che da valorizzare. Si agisce come se esistesse solo un dissennato presente. Un presente miope, spiccio, indifferente alla qualità ed incapace di pensare alle generazioni future.

Quanta gratitudine e rispetto proviamo difronte alla bellezza delle città rinascimentali? Quanto orgoglio nutriamo nell'attraversare piazze e vie rese immortali dall'amore per il bello che ne hanno guidato la realizzazione e che ci fanno ammirare dal mondo? E quali sentimenti proveranno i nostri pronipoti nei confronti dei brutti quartieri dove vivranno e di anonimi spazi rubati alla natura? Ogni volta che si agisce in modo invasivo nei confronti dell'ambiente, del paesaggio e della fisionomia urbana bisognerebbe chiederselo.

Ha ragione l'assessore Cecilia, l'urbanistica deve puntare al recupero ed alla riqualificazione di quartieri obsoleti e delle aree dismesse. Soprattutto, ha ragione nel dire che l'urbanistica non può prescindere dall'idea generale di città, dalle attività produttive e dallo sviluppo che si vogliono favorire. Se l'idea di città è quella a cui sta lavorando l'assessore all'ambiente Ubertini, la eco compatibilità dovrebbe essere la caratteristica fondante della nuova urbanistica reatina.

Una urbanistica attenta all'uso razionale delle fonti rinnovabili e dell'energia, disegnata per un territorio dove si favorisce la promozione della green economy in tutte le declinazioni possibili . Dove si incentivano produzioni nuove, come quella della coltivazione del luppolo, materia prima necessaria alle due aziende d'eccellenza produttrici di birra della nostra provincia: quella di “ Alta quota”, di Cittareale, reduce da un recente successo ottenuto al Salone del gusto di Torino grazie alla birra spalmabile, realizzata in collaborazione con la Cioccolateria di Napoleone di Rieti, e quella di Borgorose, “ Birra del borgo”.

Un territorio dove il turismo può diventare realisticamente concorrenziale grazie ad un Terminillo che diviene parco e che ammoderna le sue infrastrutture sciistiche, oltre che ad una storia francescana messa a sistema e capace di renderci unici ed attrattivi, nonostante la povertà delle infrastrutture viarie, creando lavoro. La recente indagine del Sole24Ore ci vede come provincia al 101nesimo posto su 107 per appeal turistico. Inutile recriminare e perdere tempo ad inseguire le responsabilità. Quello che conta è che da uno stato tanto miserabile si esca al più presto.

Alla luce di quanto detto, ha ragione l'assessore Cecilia anche a non essere convinto dai programmi integrati realizzati dopo un bando della precedente amministrazione, considerando che sarebbe la continuazione di ciò che è stato: cementificazione e degrado di una città trattata come generica periferia, invece che come storica città capace di custodisce e valorizzare i suoi tratti identitari.

Ha torto, però, l'assessore, lo dico con il rispetto che merita una persona prestata da poco alla politica e sicuramente competente e desiderosa di far bene, a non comprendere le esigenze di coloro che, rispondendo ad un bando comunale di ieri, oggi vorrebbero conoscere al più presto che fine faranno i progetti per cui stipularono con le banche contratti di fideiussione, oltre che le prospettive del loro settore produttivo, a detta di tutti in crisi.

E sarebbe utile sapere quale tipo di strumento urbanistico ritiene essere più efficace per una edilizia di qualità e sostenibile. Pensa sia meglio tornare all'antico, ovvero al Prg, che, con le sue varianti e grazie alla 167, ha consentito alla politica di cambiare in peggio il volto della nostra città e delle sue periferie, oppure crede che a favorire l'edilizia rigeneratrice si presti di più lo strumento “ piano integrato di riqualificazione urbana”?
E cosa pensa esattamente, Cecilia, dell'Urban Center, nato a Rieti quando era assessore Chicco Costini? Come ogni strumento, un Urban Center può essere usato bene ( in tante città italiane, e non, funziona benissimo) o male. Può essere un progetto che resta sulla carta, oppure a creare uno spazio necessario al confronto, alle proposte, all'informazione, al dibattito ed alla trasparenza. Cose necessarie a fare dell'urbanistica qualcosa di molto diverso rispetto a ciò che è stata fino ad oggi. Una differenza di cui questa città ha un grande bisogno.


lunedì 12 novembre 2012

Le proposte inedite di Silvio Gherardi

Il debito accertato dal faticosissimo lavoro dell'assessore al bilancio Marcello Degni sfiora ormai i 100 milioni. Una follia. Una follia che oggi si spiega meglio: chi doveva controllare la gestione comunale non ha controllato, cominciando da sé: le società esterne di Carlo latini e Massimo Morelli, a cui la vecchia maggioranza, aveva delegato il controllo gestionale, pur avendo tecnici interni nella capacità di farlo, non lo hanno fatto, incassando 450.000 euro per un lavoro mai svolto. Sempre che le accuse di oggi saranno confermate.

Carlo Latini per i reatini è noto per essere stato Sovrintendente della Fondazione Flavio Vespasiano quando arrivavano tanti soldi per il “ Reate Festival”dal braccio lungo di papà Stato sollecitato alla generosità da Gianni Letta. Quando i soldi sono finiti, l'esperto di marketing si dimise.

Molto stimato dall'ex assessore alla cultura Gianfranco Formichetti: “..il Sovrintendente Carlo Latini gode della unanime fiducia del Consiglio di amministrazione della Fondazione...non solo perchè deve essere a pieno titolo considerato uno dei protagonisti del successo ottenuto ma anche un manager capace di tenere i conti e i risultati di bilancio in perfetto ordine”, diceva Formichetti in una intervista, Latini ha sempre suscitato perplessità nell'opposizione. Lo testimonia una interrogazione comunale di Giorgio Cavalli e l'attuale presidente del Consiglio Marroni, IdV , riguardo al Reate Festival nel 2011.

L'ex Sovrintendente più amato dalla destra reatina, ex segretario del Psi di Terni negli anni '80, venne prontamente ricollocato. Dopo le dimissioni di Luigi Gerbino da presidente della Asm, a pochi giorni dalla scadenza del mandato di sindaco di Emili, Latini fu prontamente chiamato a sostituire Gerbino. Simone Petrangeli, allora in campagna elettorale,definì la scelta come un “ colpo di mano di una coalizione allo sbando”. Oggi quelle parole suonano più che veritiere.

Con l'accusa di concorso in peculato sono all'arresto domiciliare il dirigente del settore finanziario comunale, Antonio Preite e Carlo Latini, mentre Massimo Morelli, meno noto, ha il divieto di dimora a Rieti. Le indagini sono in corso, non c'è che aspettare il seguito. L'impressione è che ne vedremo delle belle.

Proprio quando la città veniva attraversata dalle notizie cominciate a trapelare dalla tarda mattinata, Silvio Gherardi, presidente ed amministratore delegato della Baxter, azienda fortunatamente non piegata dalla crisi e premiata a Londra, nel 2011 con lo “ Innovation Award di Cisco” per la produzione ed applicazione di nuove tecnologie, del tutto casualmente, teneva una conferenza stampa.

Candidato sindaco dall'area di centro in zona Cesarini, battuto insieme ad Antonio Perelli da Simone Petrangeli, medico, membro della Giunta di farmindustria, Vice Presidente Esecutivo di Assobiomedica e Presidente del gruppo Emoderivati di farmaindustria, soprattutto galantuomo ( mi si consenta un termine desueto e demodè, ma non ne trovo altri migliori per uno come Gherardi), il consigliere d'opposizione teneva una conferenza stampa con cui invitava i cittadini a partecipare alla vita politica per il bene di Rieti; muoveva qualche critica, in forma gentile ma decisa, all'attuale giunta e faceva proposte per evitare al Comune una fine impietosa.

Il rischio del commissariamento, in effetti, è sempre accucciato dietro l'angolo di una situazione debitoria ancora non scoperta del tutto.

Silvio Gherardi è quello che si dice un rappresentante della società civile prestato alla politica. Lo si capisce dall'uso del non politichese, dal pragmatismo senza ritualità e da alcune ingenuità concettuali di nomenclatura politica. Gherardi parla di “ stato etico”, suscitando qualche brivido in chi scrive, ma poi chiarisce che intende parlare di uno Stato che agisce nel rispetto della legalità e non di Stato “ assoluto” , di “ Leviatano” a cui l'individuo deve sottostare in tutto.

La sua è una destra liberale che guarda alla famiglia come valore principale (con totale coerenza personale); al rispetto delle regole come fattore di buon governo, alla tradizione come collante per le radici, alla collaborazione politica trasversale come metodo per affrontare le difficoltà: “ togliamoci le casacche”, dice.

Proprio in questa ottica ha avanzato una proposta che può essere scartata come peregrina tanto quanto può essere accolta come ciambella di salvataggio su cui riflettere per governare l'attuale difficoltà comunale. Gherardi propone di costituire una sorta di Direttorio, organo formato da quattro persone competenti e riconosciute come credibili e vicine all'anima della città ( Cicchetti lo è) che integrino l'ordinaria attività degli organi amministrativi.

E' una evidente deroga alla normalità. Ma il “ normale” è una categoria voluttuaria in tempi complicati come il nostro. Le quattro persone dovrebbero essere, Petrangeli, Melilli, Cicchetti e Gherardi stesso. Lascio agli altri giudicare la proposta.

Mi limiterò a dire che nella cultura anglosassone esiste la tradizione del “ think tank”, serbatoi di pensiero, luoghi di riflessione e di elaborazione di strategie politiche, economiche, militari e quant'altro. Se la proposta di Gherardi si indirizza verso questa forma, ben venga.

Durante la conferenza stampa il dottor Gherardi ha toccato i diversi ambiti amministrativi, dall'urbanistica al Terminillo, dalla mancanza di regia per l'attività di Giunta alla situazione economica delle aziende reatine, dalla critica all'accorpamento di urbanistica e lavori pubblici nello stesso assessorato alla necessità di allargare la maggioranza.

“ Speriamo di non perdere i soldi ottenuti per il progetto Plus. Ed i piani integrati che fine faranno?”. “ Mi è stato detto da Ciocchetti, vicepresidente della regione Lazio, che stanno aspettando i progetti per 20 milioni di euro assegnati dalla regione per il Terminillo”. “ La relazione di Regnini, presidente della Camera di Commercio, sulla situazione del commercio reatino è devastante”. Dice.

Né lascia fuori la questione della Provincia accorpata con Viterbo. “ E' bene fare del tutto per salvare la Provincia, ma stare con Viterbo potrebbe significare un vantaggio enorme. I settori dell'agricoltura ed il turismo potrebbero crescere con grande vantaggio per l'economia”. Anche in questo caso Gherardi fa una proposta inedita. “ Per risolvere la questione su chi deve assumere il compito di provincia, Rieti o Viterbo, propongo il “ Capoluogo diffuso”, una delle due città diventerebbe sede istituzionale, l'altra sede delle istituzioni economiche”. Una proposta seria.

Nel giorno degli arresti e delle brutte notizie la conferenza stampa è suonata come una pacca sulle spalle dei reatini ed un invito a reagire. Per qualcuno Gherardi ha solo voglia di ricollocarsi politicamente . Io che al sospetto preferisco il rischio dell'errore credo si tratti solo di passione politica ed amore per Rieti, dimora d'elezione. L'importante è che ci sia un seguito. Ma a questo punto l'onere della risposta spetta agli altri. Simone Petrangeli in primis. Mi scuso per la lunghezza, ma a volte s'impone.


venerdì 2 novembre 2012

La provincia non c'è più. Basta piagnistei


Azzerate, cancellate senza se e senza ma in un sol colpo. Nessuno ci credeva. Molti non ci speravano. Mercoledì scorso il Consiglio dei ministri ha licenziato il decreto legge che ridisegna la mappa delle Province. Un decreto calato come una mannaia sulle attuali Giunte provinciali che saranno soppresse dal primo gennaio 2013. L'appena tornato presidente Melilli sarà il curatore finale di un riordino che si spera sarà per i reatini, diventati viterbesi, il meno doloroso possibile. Soprattutto per chi in Provincia lavora.
Quello del riordino è' un vero uragano per un sistema amministrativo che va “ rottamato” per la semplice ragione che è vecchio. Vecchio, costoso e farraginoso con tutta la burocrazia che produce.
Una burocrazia che crea posti di lavoro dati per favore e pagati con i soldi dei contribuenti, mentre soffoca ogni iniziativa privata. Da anni ormai viviamo la violenza della forza centrifuga di attività produttive perdute. Il tramonto del bel tempo che fu quando Rieti sognò di diventare industriale. Attività produttive fuggite da un territorio sempre più povero ed incapace di individuare la propria vocazione economica, dopo aver rinunciato a creare infrastrutture moderne, pur essendo Provincia.
Peggio di così, per i tanti disoccupati, sottoccupati, cassintegrati, non più aiutati dal sistema degli “lsu” e simili, non può andare. Il cambiamento può rappresentare un'occasione, invece, per una scossa salutare.
Le grida sulla “ abolizione delle giunte demagogica”, di Fabio Melilli e simili, sono solo gli ultimi fuochi di una classe di amministratori preoccupati più di conservare che di innovare, anche contro l'evidente necessità di farlo posta dalla crisi. Chi oggi vede in Monti un nemico pecca solo di miopia e dell'incapacità di accettare i cambiamenti che la globalizzazione impone. Le province dovevano essere abolite tutte. I padri della riforma del Titolo V, la sinistra, lo hanno impedito. Il riordino attuale è quanto è stato possibile fare da parte dell'attuale Governo.
Che cosa succederà ora? Dal primo gennaio 2013 la Giunta provinciale verrà soppressa. Resterà il presidente Melilli che potrà delegare l'esercizio di funzioni a non più di tre consiglieri provinciali. Il nuovo assetto servirà a consentire la gestione ordinaria nella fase di transizione e ad approvare il bilancio di previsione entro il 30 maggio. Qualora le scadenze non venissero rispettate il governo nominerà un commissario. Ma Melilli è persona capace e sicuramente le rispetterà ( a meno che non gli convenga fare il contrario. L'amico Fabio mi perdoni la malizia).
A novembre del prossimo anno ci sarà il voto. Saranno elezioni di secondo livello con i 16 consiglieri provinciali che verranno eletti dai consiglieri comunali in carica e dai sindaci. Il nuovo Consiglio provinciale, a pieno regime da gennaio 2014, eleggerà il presidente. Per tanti presidenti colpiti dal coltellaccio della Spending review quello di Monti è un vero e proprio commissariamento ed un ritorno al centralismo.
Un centralismo che la revisione del Titolo V della Costituzione, di fatto responsabile di aver lasciato sopravvivere costituzionalmente le province in nome della gestione intermedia e della sussidiarietà, ha dovuto aggirare con il riordino.
A riordino ormai avvenuto, ed irreversibile, come promette Patroni Griffi, ministro della Funzione Pubblica, il presidente della Provincia di Rieti, Fabio Melilli, “ di concerto” con il sindaco, Simone Petrangeli, ha convocato per venerdì 9 novembre alle ore 15.30 l'assemblea dei sindaci della provincia di Rieti.”Sarà l'occasione per decidere le azioni da mettere in campo di fronte ad una scelta che rischia di indebolire il territorio e l'economia reatina”. E' scritto sul sito della Provincia. E' il solito annuncio ? Si prenderanno decisioni? E quali?
Qualche giorno fa, Vincenzo Ludovisi, segretario provinciale del Pd, ha scritto un intervento molto ragionevole intitolato “ Riordino fatto, adesso?”. Senza piagnistei, pragmatico, come lo è il termine “ adesso”, Ludovisi ha posto il problema principale del nostro territorio: la eccessiva frammentazione. Abbiamo troppi e troppo piccoli comuni.
Una realtà non più sostenibile con la scomparsa della nostra Provincia. La proposta di ridurre il numero dei comuni dai 73 di oggi a quello di 10-15 sembra l'unica sensata. In Valsamoggia, Emilia Romagna, 5 comuni si sono già fusi. E' un buon esempio da seguire per i sindaci che si incontreranno il 9 Novembre. Coglieranno l'”occasione” per fare finalmente qualcosa di utile per il territorio? Vedremo.

Terremoto dell'Aquila: una sentenza che fa scandalo e giustizia


Certo, la sentenza dell'Aquila che condanna sette membri della Commissione Grandi Rischi per aver troppo rassicurato gli abruzzesi nei confronti del terremoto, può avere come conseguenza uno stato di allerta continuo ogni volta che si appalesi la possibilità di una calamità naturale, ma pone su tutto la delicata questione delle responsabilità delle istituzioni verso la giusta e doverosa prevenzione ed informazione dei cittadini sui reali pericoli che su di loro incombono.

Pericoli che il degrado ambientale e idrogeologico, i cambiamenti climatici, l'abusivismo, gli inevitabili sommovimenti naturali rendono inevitabili. Una inevitabilità accresciuta dalla superficialità con cui si agisce e che causa le famose “tragedie annunciate” che da noi restano sempre impunite. Quasi un milione di persone, per dire, vivono alle pendici del Vesuvio. La sentenza dell'Aquila non restituisce i morti, ma è un caso raro in cui per chi resta a piangere i propri cari c'è almeno un po' di giustizia.

Giustizia, certo, perchè la questione posta dalla sentenza più scandalosa al mondo ( dovunque si è stigmatizzato la condanna di “ scienziati”) non è quella di pretendere che i membri della Commissione prevedessero quello che sarebbe successo. Nessuno, per ora, è in grado di prevedere terremoti. La vera questione è la disinformazione pubblica. E' stata la scelta di chi aveva il compito di proteggere di nascondere il pericolo, invece di comunicarlo nella dovuta maniera, ad essere stata condannata.

Da quanto si capisce oggi l'ex Direttore del Dipartimento della Protezione Civile Bertolaso chiese di negare i rischi, evidenti a tecnici e scienziati della Commissione. Lo dicono gli scambi intercettati di una telefonata tra lui ed il professor Enzo Boschi, al tempo presidente dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Meglio non allarmare. La Commissione ( oggi Boschi ne parla come di un errore) sciaguratamente ubbidì. In questo caso la scienza è diventata ancella della ragion di stato che chiedeva di nascondere la verità.

E' stata la negazione della funzione della scienza: difesa della verità oggettiva di cui si dispone contro ogni pregiudizio e panzana. La condanna dei membri della Commissione, dovuta al giudice monocratico Marco Billi, è esattamente l'opposto di quanto asserito dal ministro dell'ambiente Clini, che l'accosta a quella contro Galilei. Lo scienziato pisano rischiò la pelle per sottrarre la libertà scientifica alle costrizioni del potere. I membri della Commissione ci si sono adattati.

Un adattamento che ha portato a quello che in miei precedenti articoli sul tema ho definito addomesticamento della paura. Un addomesticamento costato, insieme alle responsabilità di chi non ha controllato lo stato di edifici come la casa dello studente, 300 morti. Un costo che dovrebbe suggerire di fare della la Protezione Civile un presidio ben organizzato ed efficiente della sicurezza dei cittadini contribuenti dovunque. Non è così. Almeno nella nostra regione non è così.

Dopo una chiacchierata con Crescenzio Bastioni, del Cer, Corpo Emergenza Radioamatori, c'è poco da stare allegri. Nel Lazio il problema non è tanto la carenza di risorse disponibili, bensì quello organizzativo. Di volontari ce ne sono migliaia, ma il risultato è una polverizzazione di circa 500 associazioni, a cui arrivano finanziamenti distribuiti senza bando né trasparenza, prive delle necessarie programmazione e cabina di regia.

Solo un esempio. In occasione del terremoto dell'Emilia, le colonne mobili di Marche ed Umbria (circa 80 volontari che allestiscono tendopoli e assicurano assistenza) sono arrivate sul posto dopo 12-14 ore. Quella del Lazio dopo 12 giorni. Mentre a Rieti esistono 27 soggetti di protezione civile in competizione tra di loro ed incapaci di fare rete. Da parte sua la Provincia ha mal dislocato e mal usato ( per il turismo) le strutture abitative realizzate con fondi della Protezione Civile, destinate alle popolazioni in caso d'emergenza.

Ma ci sono anche delle eccellenze, come il Cer. L'associazione, molto presente sui social network, vive di autofinanziamento ed opera a favore della formazione di nuovi volontari e dell'informazione. Tra le attività del Cer ci sono progetti come “ Scuola sicura” che ha coinvolto seimila scolari delle elementari e quello, premiato dalla Presidenza della Camera dei Deputati “ Persona informata..mezzo salvata”, con cui 2000 abitanti del centro storico reatino vengono dotati di una guida pratica in caso di emergenze.

Ma a che punto è il famoso Piano di Protezione Civile, pronto e tenuto nel cassetto dall'amministrazione precedente, con tante polemiche tra l'ex assessore Boncompagni ed il sindaco Emili? E' ancora in attesa di approvazione. Un'attesa che si giustifica, certo, con il disastro generale, non solo di bilancio, trovato dalla nuova amministrazione, ma che espone anche il nuovo sindaco al rischio di essere accusato di inadempienza, visto che entro ottobre andava approvato.

Secondo l'Organizzazione metereologica mondiale, ogni dollaro investito nella prevenzione ne farebbe risparmiare 7 spesi in assistenza umanitaria e ricostruzione. Qualcuno spiega la bassa attenzione verso la prevenzione con l'argomento del cinismo. L'emergenza mette in circolo molti più soldi. Come dimenticare quelli che mentre l'Aquila e dintorni si sbriciolava su poveri corpi “ ridevano” pensando agli affari che avrebbero fatto?

In conclusione vorrei approfittare per rivolgere al sindaco Petrangeli , persona sicuramente sensibile, una preghiera. Il terremoto dell'Aquila ha prodotto tre giovani vittime: Luca, Valentina e Michela. Sarebbe bello che a loro si dedicasse uno spazio della memoria. Memoria di chi non c'è più, ma anche memoria di ciò che causa l'incuria umana.


venerdì 12 ottobre 2012

Esternalizzazioni sanità reatina.Gianani sia generoso


Sicko. Questo è il titolo di un film documentario del regista Michel Moor, del 2006, sul sistema sanitario americano. Per lo spettatore italiano, di qualsiasi sensibilità politica, fu un'occasione per apprezzare, nonostante tutto, l'offerta sanitaria del nostro paese. Nonostante tutto, perchè nel 2006 era già avanzata la consapevolezza che in quel particolare settore della cosa pubblica la politica aveva messo le tende, anzi, aveva elevato gli avamposti più resistenti della sua pratica spartitoria ed invasiva.

Una pratica messa a sistema con l'attribuzione, grazie al riordino del 92/93, delle competenze in materia sanitaria alle regioni. La ragione principale della riforma fu il contenimento della spesa. Se non fosse tragico sarebbe comico, visto che oggi scontiamo gli effetti di gestioni fallimentari da parte di maggioranze di ogni colore politico prodotto dal decentramento. Nel Lazio Badaloni trovò un debito di 800 miliardi di lire che ingrossò. Storace lo portò a 10 miliardi di euro. Marrazzo provò a ridurlo senza fortuna, Polverini ha dato il colpo di grazia con una gestione inefficiente, dannosa, spregiudicata. Con la sostanziale inefficacia dei nostri tanti rappresentanti regionali, impegnati, chi più chi meno ed a diverso titolo, a condividere le spese allegre. Cinque, mai avuti tanti.

Pacta sunt servanda”, dicevano i latini. I patti si rispettano. Quando una istituzione non si sente chiamata ad osservare questo fondamentale principio di civiltà il risultato è quello rappresentato nel consiglio comunale straordinario , aperto ai cittadini ed associazioni, tenutosi a Rieti lunedì scorso, 8 ottobre, per discutere di sanità: l'impotenza. Una impotenza che nasce dal fatto che il rientro sanitario dal debito regionale, che fa del Lazio il principale responsabile di quello nazionale( quasi il 60%), è stato tentato da Polverini sulle spalle di una provincia che, come ha detto il direttore amministrativo Adalberto Festuccia, ha fatto i “ compiti”. L'azienda sanitaria reatina ha ridotto le spese. Ha contribuito con zelo all'obbligo di risparmio, con la riduzione della spesa farmaceutica, il taglio di posti letto e di ospedali.

Ma a nulla è servito. Quanto era stato assicurato ai cittadini sabini col “patto” del decreto 80 non è avvenuto. Allo smantellamento di strutture ospedaliere come quella di Magliano e di Amatrice non ha fatto seguito nessuna compensazione assicurata, né riordino. La medicina territoriale non si è vista. L'ospedale provinciale De Lellis è alla paralisi, con il blocco del turnover a cui è stata negata ogni deroga. Con l'interinalità, per natura precaria ed incapace di produrre stabilità ed efficacia organizzativa. Ai patti è seguita l'indifferenza verso ogni richiesta arrivata da un territorio non più in grado di assicurare ai cittadini i livelli minimi di assistenza e cura.

Cittadini costretti ad aspettare tempi infiniti per le prestazioni e ad aumentare la mobilità passiva verso un'altra regione, essendo più rivolta a Terni che a Roma, producendo costi notevoli. Su tutto, come cacio sui maccheroni, è aleggiato il conflitto tra Polverini ed il direttore generale Gianani.

Un conflitto non utile a nessuno. Particolarmente alla nostra sanità. L'intervento di Santina Proietti, Presidente dell'Alcli, nota associazione per l'assistenza delle famiglie di malati di tumore, lo ha rappresentato meglio di chiunque, sindacati ed amministratori, intervenuti ognuno per la sua parte. I malati, particolarmente quelli di tumore e meno abbienti, sono allo stremo, come lo sono le strutture ospedaliere. Nonostante lo strenuo impegno di Santarelli e Capparella, primari di radiologia ed oncologia, i malati aggiungono disagi a dolore. E non va meglio per altri servizi.

E' per ovviare all'impasse provocata dalle deroghe e dalla sordità di Polverini verso i nostri problemi sanitari che il direttore Gianani vorrebbe avviare tutta una serie di esternalizzazioni. Cosa sono?

L'esternalizzazione, nota come outsourcing è uno strumento aziendale per ridurre il numero di attività, non ritenute strategiche , appaltandole ad un privato specializzato in quel settore. Come ogni cosa, la proposta, motivata da Adalberto Festuccia come risposta ai bisogni del territorio, va considerata senza paraocchi. Soprattutto ideologici. Il privato non va demonizzato. Ma il privato non va nemmeno considerato sempre la risposta giusta. Soprattutto se l'azienda in questione è quella sanitaria.

La domanda che va posta è: qual è la mission del servizio pubblico? E' il profitto e la crescita del fatturato o la cura? Credo si possa convenire che la risposta giusta sia la seconda. Mentre il privato per natura ha come missione il profitto. E dunque, chi potrebbe garantire l'utente, ad esempio, che la prestazione complessa e più remunerativa gli serva davvero? Chi potrebbe garantire che l'interesse a curare ed a prevenire prevarrebbe sul bisogno di produrre il legittimo profitto? E siamo sicuri che si produrrebbe risparmio e qualità maggiore? Quali calcoli sono stati fatti per ritenere giusta la scelta?

Un recente documento della Public Services International Research Unit dell’Università di Greenwich, ha dimostrato che il privato non ha prodotto risparmio ed efficienza nella sanità inglese, dove l'outcourcing è stato ampiamente utilizzato.

A chi sostenne la decisione di chiudere l'ospedale di Magliano, confidando nel riordino promesso e credendo nella necessità della razionalizzazione sanitaria laziale. A chi non trovò scandalosa l'idea di Gianani di promuovere un centro di medicina orientale a Magliano, come chi scrive, l'idea delle esternalizzazioni oggi appare scorretta. Molto più scorretta della destinazione di un milione e 200mila euro per la manutenzione del verde o dei premi di produttività ai dirigenti, dovuti per contratto.

Le dimissioni di Polverini rimettono tutto in gioco ed aprono a nuove possibilità. Il contratto di direttore generale scadrà tra meno di un anno. Credo sarebbe generoso da parte del dottor Gianani aspettare i pochi mesi che ci separano dalle nuove elezioni regionali prima di avviare una outsourcing che chi verrà troverà imposta per cinque anni.

Come sarebbe importante ed efficace politicamente che il sindaco Petrangeli, dopo l'ottimo segnale d'attenzione dato al tema sanitario, cosa non nuova in verità da parte sua, visto che è stato minacciato di denuncia da Polverini per procurato allarme, desse vita subito alla Consulta permanente a costo zero sulla sanità proposta dalla consigliera Massimi. Anche Emili e Melilli organizzarono incontri sulla sanità. Sarebbe brutto che tutto finisse in inutile ritualità.


L'era Melilli è finita


Un'era iniziata con entusiasmo e speranze (anche per chi scrive) è finita con l'epilogo triste delle dimissioni di Melilli da presidente di una provincia che sembra destinata a morire. Inevitabile l'accostamento al capitano che abbandona la nave mentre affonda, pur riconoscendo legittimità alle naturali pulsioni a sopravvivere. Anzi, a salire su navi più solide.

La presidenza di Melilli, miglior allievo di Manlio Ianni, è stata un'era durata 8 anni di perfetto metodo democristiano. Un metodo che ha prodotto pochi risultati, se si vanno a vedere progetti, patti, tavoli, annunci finiti nel nulla, soluzioni di problemi di lavoro. Un'era in cui si è liquefatta una classe dirigente del partito del Presidente, il Pd. Dove sono finiti Gosuè Calabrese, Roberto Giocondi, Giuseppe Rinaldi, Elena Leonardi, Enza Bufacchi, Cristina Costanzi e tanti altri che non elenco per ragioni di spazio? Un piccolo esercito disgregato. Un esercito che un “ generale” intenzionato a vincere la battaglia a favore del territorio avrebbe dovuto e potuto valorizzare e non depotenziare attraverso addomesticamenti o spinte alla fuga.
Un esercito scomparso di un partito che in nemmeno un decennio si è ridotto in provincia all'11% dei consensi, mentre in era Calabrese, Pds e Margherita veleggiavano intorno al 28% e che è riuscito a perdere importanti comuni come Fara Sabina . Mentre ha ceduto Rieti a Sel. Un partito che, dalla seconda sofferta vittoria di Melilli, ha visto nascere l'asse Melilli-Martellucci, a cui hanno fatto da volano le ultime primarie nazionali per la segreteria del Pd. Primarie strane. Primarie che videro gonfiarsi a dismisura tesseramenti poi perduti. Un caso per tutti è Borgo Rose. A votare furono in 100 tesserati. Oggi sono 7.

Saputo delle dimissioni di Fabio Melilli, per nulla sorprendenti, ho voluto ascoltare alcuni pareri. Tra questi quello dell'architetto Roberto Giocondi, a mio vedere, tra i migliori assessori della prima consiliatura di Melilli. “ Melilli è il più bravo di tutti, certo”, dice. “ se la politica va intesa come capacità di tessitura (e di rottura quando non servono più o sono considerati di ostacolo ndr) di rapporti personali, come capacità di moltiplicare le clientele, come creazione di società pubbliche che diventano carrozzoni.

Melilli e' il più bravo se si pensa alla politica come azione autoreferenziale, per cui il vantaggio personale è prevalente sull'utilità collettiva. Allora è indubbiamente il più bravo. Ma è inutile cercare in lui una visione progettuale vera. Ha amministrato la provincia senza idee, senza obiettivi di sviluppo di sistema”.

Lo sviluppo non c'è stato. E' un fatto. E' innegabile che progetti come quello integrato di Montepiano Reatino, di Giocondi, definitivo e finanziato, basato sull'idea che la valorizzazione e lo sviluppo delle aree rurali fossero il volano giusto per rimettere in moto l'economia del reatino, insieme al turismo, è rimasto solo un buon progetto. L'unica cosa conclusa è la famosa pista ciclabile (non percorribile di sera, in quanto pericolosa). Mentre nulla si è fatto per il Cammino di Francesco. Anzi, il pellegrino resta stupefatto per le infinite difficoltà che incontra su un percorso abbandonato a se stesso quanto chi lo percorre.

Melilli si è dimesso a suo modo. Il modo malmostoso che gli è proprio. A chi scrive resta il bisogno di fargli alcune domande. Che fine ha fatto il patto per lo sviluppo? E perchè ci fu tanta insipienza nella gestione dei mondiali di volo a vela costati alla Regione ( cioè noi) 2 miliardi di lire? Una cifra che non ha prodotto alcuna utilità per la città. Che utilità vera ha rappresentato comprare un ecomostro rischioso per più di un motivo per farne una scuola? Ed il Terminillo? La piscina che fine farà? Ed e' riuscito Melilli a tenere insieme l'esigenza dello sviluppo di Leonessa con la salvaguardia ambientale? Come mai il progetto del Parco è finito in nulla?

E come è stato gestito il tema dei rifiuti per la parte di responsabilità provinciale? Dopo traccheggiamenti e rinvii di raccolta differenziata si è arrivati a creare una società che, dopo tre anni dall'approvazione, ancora non è riuscita a nascere, ma che ha nel dna buone possibilità di finire nel solito carrozzone clientelare. E che fine ha fatto il collegamento veloce Rieti-Roma passando per Terni? Ed i soldi gestiti da sub commissario al terremoto e bloccati non sarebbe meglio darli ai terremotati?

E come mai la faccenda Ritel è finita con un nulla di fatto? E la dolorosa vicenda di Coop76 non poteva essere gestita meglio? E perchè sull'abolizione di Rieti provincia non si è coinvolta la città, mentre tutto è stato delegato al vertice?

Qualcuno fa notare che a Melilli si deve l'ultimazione della strada Rieti-Torano. In realtà i soldi furono stanziati da Badaloni, poi bloccati da Storace e ridati da Marrazzo. Melilli ha fatto il bando. Lascio giudicare agli altri se possa essere considerato un gran titolo di merito. A lui si deve anche il recupero di Villa Battistini e l'ampliamento del Palasojurner. Ottime cose, ma quello che non si vede è la visione strategica da cui nascono. Davvero rappresentavano delle priorità per un territorio che ha disperato bisogno di posti di lavoro?

"Se vogliono dimettersi lo facciano per riposarsi ma non pensassero di continuare ad avere ruoli di rappresentanza". Così hanno scritto i giovani democratici campani in una nota congiunta tra GD e segretari provinciali di Napoli, Salerno, Caserta e Benevento. Non ci stanno alle dimissioni di sindaci e presidenti di provincia interessati al Parlamento. Le dimissioni di Melilli non hanno prodotto reazioni. Fossi in lui mi chiederei il perchè.

L'arrocco di Petrangeli


Per i manuali di scacchi la mossa dell'arrocco è “ una manovra difensiva volta a portare al riparo il Re in un angolo della scacchiera”. E i manuali di storia raccontano l'incastellamento medievale dei secoli X e XII come risultato dell'insicurezza prodotta dalle invasioni normanne, saracene ed ungare seguite alla fine dell'impero carolingio. Il fattore comune tra il gioco ed il fenomeno storico è il rinchiudersi per paura.

E di cosa avrà mai paura Simone Petrangeli, sindaco da cinque mesi? L'immagine di oggi è vistosamente dissonante rispetto a quella della campagna elettorale. Una campagna di notevole efficacia, considerando il risultato: il Pd si è fatto sfilare la candidatura alle primarie, mettendoci molto del suo ( slogan felicissimo di Petrangeli che ancora risuona nella memoria reatina), mentre la destra, apparentemente invincibile, grazie ad un radicamento capillare e l'uso collaudato del metodo clientelare, è stata battuta.

Un risultato che aveva acceso l'energia della città. Una energia nuova, fatta di speranza di rinnovamento e di fiducia in spazi di partecipazione democratica di cui si sentiva bisogno. Ma ogni speranza va smorzandosi dopo la strana condotta del giovane sindaco di Sel, perchè a tutti, ad un certo punto, è parso evidente che Petrangeli, quello della “primavera reatina”, non voleva o non era capace di confronto. Né è parso interessato a favorirlo. Eppure è persona generosa ed amabile.

Petrangeli si è arroccato. Diventato sindaco, ha indossato un abito istituzionale inavvicinabile del tutto imprevedibile. E' stata una sorpresa financo per i “compagni” di una vita. Compagni che ancora non digeriscono la sorpresa dell'esclusione da incarichi o concertazioni. Ma anche dalla semplice relazione amicale ( almeno così sembra). Il sindacato, convinto di poter godere di ben altro interlocutore rispetto al passato, è costretto conferenze stampa per ottenere attenzione. Il sindaco appare lontano ed inaccessibile.

“Finita la festa gabbato lo santo”. La città, dopo le promesse, si è ritrovata sola ed amministrata da una maggioranza formata da un rassemblement giocato solo sull'anagrafe e l'inesperienza. Il meno adatto al momento. Risultato preoccupante del cedimento modaiolo all'idea che il rinnovamento in politica passi solo per la giovinezza e non per la sapienza ( in senso ampio del termine) che sa operare a favore del futuro e dei giovani. Miti di ogni dittatura, dal Fascismo alla rivoluzione culturale cinese, con gli effetti che sappiamo.

Non solo, la città si è trovata con un palazzo comunale, dispiace dirlo, che fa quasi rimpiangere quello di Emili. Se ieri la “ casa di tutti” appariva almeno ben tenuta, oggi appare un luogo triste dove il sindaco e la strana giunta ( qualcuno sostiene che è il segno del ritorno di poteri messi ai margini da Cicchetti) trascorrono ore ed ore, incupiti dal dissesto e distanti dai cittadini che, attoniti, si domandano le ragioni di un simile ribaltamento delle aspettative create.

“ Diventa sindaco”. “ Mettici del tuo”. “ Trasparenza”, “Partecipazione”, alla luce di quanto si sperimenta oggi sono stati felici slogan e niente più. Formule vuote sparite dalla sfera del possibile immediatamente dopo la vittoria, La luna di miele nemmeno c'è stata, perchè Petrangeli dal giorno dopo si è arroccato.

Come mai? Di chi ha paura? Da chi si difende? Dalla città? Il compito è troppo gravoso? Trovarsi, al tempo della spending review, con una montagna di debiti, un numero di dipendenti debordante da licenziare, dirigenti abituati a nessun controllo e ad una prassi di uscite di soldi fuori bilancio di difficile rendicontazione, richiede nervi saldi ed inflessibilità. Forse il sindaco pensa di poterlo fare solo in solitudine.

Petrangeli, nel Consiglio comunale di lunedì scorso, ha saputo rispondere con efficacia ad una minoranza che fa il suo gioco cercando di metterlo in difficoltà non votando a favore del riequilibrio di bilancio. Il sindaco ha ricordato giustamente, a Gerbino e agli altri, che l'attuale emergenza è dovuta solo in parte alla crisi. I debiti fuori bilancio e lo stato d'emergenza sono dovuti a loro. E a loro si deve lo stato dell'Asm ed il fatto che il preventivo del 2012 nemmeno era stato approvato. La città questo lo sa. E sa che sindaco e giunta hanno cominciato a risparmiare cominciando da sé, riducendosi il compenso del 30%.

La città può capire che restare nei limiti di un riequilibrio di bilancio di 2,3 milioni di euro, che vuol dire sacrificare domande che vengono dal sociale, ponendo dei limiti strettissimi a ciò che appare indispensabile, non deve essere facile per uno che arriva da una cultura politica di sinistra radicale. Ma è il destino di chi passa dall'utopia teorica alla prassi di governo. Forse è da questo che nasce la sua insicurezza. Forse.

Ma forse l'insicurezza nasce anche dalla consapevolezza che trasformare un gruppo di brave persone, quasi tutti alle prime armi nel ruolo difficile di assessore (e qualche conflitto d'interesse), in una squadra capace di operare in modo omogeneo è qualcosa di enormemente complicato. Questo, forse è il punto più delicato. Una giunta come quella scelta dal sindaco richiede una cabina di regia con un regista che sa esattamente quale film vuole girare. Quale città vuole aiutare a crescere. Quali interessi si vogliono servire.

Una cosa complicata per un vendoliano figlio di una borghesia non illuminata (a Rieti è così) e votato dal Pd, ovvero da un partito di centro sinistra riformatore, diventato sindaco grazie alle strambe primarie di coalizione del partito di Bersani e ad una ottima campagna elettorale ( per sua ammissione pagata dal padre). Occorre un equilibrismo notevole.

La squadra per ora non c'è e non sembra essere prossima a venire. La mancata coesione tra gli assessori è stata evidenziata dallo “ scontro” pubblico tra l'assessore Cecilia e la vicesindaca Emanuela Pariboni sui piani integrati. E l'osservatore attento ha la netta percezione che tutti stiano“ ballando”da soli. Belli i programmi. Facili i programmi. Il difficile è realizzarli. E quando il gioco si fa duro per qualcuno non resta che la fuga. Ma è solo un indice di debolezza. Ed è sbagliato.